Al di là delle montagne – 5

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Venerdì 15 giugno 2018: Quinto giorno – La sinagoga di Elie Wiesel, anche noi lungo la via incantata e la Spoon River dei Carpazi

Scendo per fare colazione nella nostra pensione dei poveri e che ti trovo? Una tavola imbandita con ogni ben di Dio, che non ha nulla da invidiare a nessun buffet di nessun hotel a cinque stelle, anzi è senz’altro meglio. C’è un piatto di salumi, innanzitutto: prosciutto fatto in casa, salsiccia e lardo, tutti ottimi. Un piatto di formaggi, e uno di verdure (pomodori e cetrioli). Questo solo per il salato, ma la parte dolce non manca di certo: abbiamo tre marmellate diverse, una meglio dell’altra: di prugne, di visciole e di mele cotogne. E una ciotolona di yogurt denso e cremoso Balkan style. Alle travi del soffitto di legno sono appesi piatti di ceramica decorati e tovaglie ricamate, tutto con motivi floreali.
Ma soprattutto, è quasi tutto fatto in casa. Come facciamo a non assaggiare tutto? Ramona si offenderebbe. E poi il cibo, soprattutto quello casalingo, è cultura, è conoscenza. E allora ci dedichiamo con impegno e dedizione a questo compito di documentarci per accrescere la nostra conoscenza: nulla deve rimanere inesplorato. Ma intanto chiacchieriamo con Ramona, che fa andirivieni dalla cucina per portare tè e caffè. Scopro che ieri sera, dopo che eravamo già saliti nelle stanze per andare a dormire, le signore romagnole sono riscese con una scusa e si sono intrattenute con lei e il marito, ovviamente hanno bevuto un bicchierino con loro e hanno già più confidenza.

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C’è anche la sorella di Ramona, Elena, che ha vissuto a Ciserano, in provincia di Bergamo, per cinque anni. Lei lavorava in fabbrica, ed è rimasta molto legata a una signora che ora ha 78 anni e che quando lei è arrivata, e si sentiva sola e sperduta, le ha fatto da mamma e le ha insegnato l’italiano. Che ha imparato bene, devo dire. Intanto suo figlio cresceva con i nonni; ora è grande, e lei ha preferito tornare a casa. Ma ogni tanto va ancora a trovare la signora di Ciserano a cui è molto affezionata, anche se per farlo si deve sobbarcare giorni di viaggio con il pullman o con pullmini privati.
Ci racconta anche di come si viveva qui quando lei era bambina, all’epoca di Ceauşescu. Questa regione aveva resistito alla collettivizzazione forzata delle terre, anche grazie al fatto che il regime era poco interessato a quest’area così remota e isolata, tanto che alla fine aveva deciso di lasciarla al suo destino. La vita contadina continuava con i suoi ritmi antichi. Avevano la corrente elettrica solo due ore al giorno, giusto dalle 8 alle 10 di sera, per guardare il telegiornale di regime.
Ramona ha aperto la pensione dieci anni fa, e le cose le vanno abbastanza bene: Ieri, ad esempio. prima che arrivassimo noi, aveva 13 persone. Tant’è vero che stanno costruendo un’altra casetta di legno, per ingrandirsi. È una casa vecchia di cent’anni, che è stata smontata e che ora verrà rimontata qui, pezzo per pezzo. In giardino ci sono le assi, tutte numerate. Chissà se hanno delle istruzioni tipo quelle dell’IKEA…
A questo punto, prima di salutarci, è d’obbligo una foto di gruppo con Elena e Ramona. Facciamo aspettare qualche minuto Miki, che è già pronto a partire. Ci deve portare a Sighet, che sarà la prima tappa di oggi.

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Prima di raggiungere Sighet carichiamo Teofil, che sarà la nostra guida locale nel Maramureş. Lui è un personaggio importante qui, è autore di una guida in rumeno che Eugenio ci fa sfogliare, ed è citato anche dalla Lonely Planet, niente di meno. Anche Peter ieri ce lo ha raccomandato, dice che è il migliore, senza ombra di dubbio.
A Sighet o Sighetu, che significa isola, una cittadina di circa 40.000 abitanti, per anni furono rinchiusi gli oppositori del regime in un penitenziario costruito sotto l’impero austroungarico nel 1897 che dal 1948 fu messo sotto il controllo della Securitate e destinato ai detenuti politici. Ora questo carcere è stato trasformato in Museo delle Vittime del Comunismo e della Resistenza. È proprio da qui che iniziamo la nostra visita. L’aspetto dall’esterno è ancora lugubre.
Nei giorni 5 e 6 di maggio del 1950 furono portati al penitenziario di Sighet più di cento dignitari di tutto il Paese (ex-ministri, accademici, economisti, militari, storici, giornalisti, politici), alcuni dei quali condannati a pene pesanti, altri neppure giudicati. La maggior parte di loro aveva più di 60 anni. Nell’ottobre-novembre 1950 furono trasportati a Sighet anche una cinquantina di vescovi e preti greco-cattolici e cattolici romani.
Il penitenziario era considerato una unità di lavoro speciale, conosciuta con il nome di Colonia Danubio; in realtà, si trattava di un luogo di sterminio per l’alta società del Paese e allo stesso tempo un luogo sicuro, da dove non si poteva fuggire, essendo la frontiera con l’Unione Sovietica situata a meno di 2 chilometri.
I prigionieri erano tenuti in condizioni insalubri, nutriti miserabilmente, ed era impedito loro di sdraiarsi di giorno sui letti delle piccole celle prive di riscaldamento. Era vietato persino guardare fuori dalle finestre. Coloro che si ribellavano alle dure regole venivano puniti con l’isolamento in celle senza luce in cui i prigionieri venivano legati con catene e costretti a restare in piedi per ore.
Nel 1955, come conseguenza degli accordi sulla Convenzione di Ginevra e dell’ingresso della Romania comunista nell’ONU, venne concessa una grazia. Una parte dei detenuti politici delle prigioni rumene furono liberati, un’altra parte trasferiti in altri luoghi, a volte condannati agli arresti domiciliari. A Sighet, degli iniziali 200 detenuti ben 54 erano però già morti. Sighet ridiventò un carcere normale; tuttavia, anche negli anni seguenti ci furono detenuti politici, che spesso passavano dall’ospedale psichiatrico della città.
Nel 1977 la prigione venne abbandonata. Solo nel 1995 la Fondazione Accademia Civica si prese in carico la ristrutturazione delle rovine dell’ex-carcere, in vista della sua trasformazione in memoriale.
Il corridoio di ingresso è tappezzato di oltre 8000 immagini dei prigionieri politici che sono passati di qui. Teofil spiega che, per questioni di tempo, non possiamo vedere tutto. Il museo, aperto 20 anni fa, è molto grande ed è uno dei tre siti di questo genere più visitati in Europa, insieme ad Auschwitz e alle spiagge dello sbarco in Normandia. Lui ha fatto per noi una selezione delle sale più interessanti. Teofil parla un ottimo inglese, poi ci pensa Eugenio a tradurre. Lui il rumeno non lo parla ancora, anche se ci sta lavorando.
Ci sono molti oggetti e testimonianze impressionanti, come una poesia scritta da un detenuto con il proprio sangue (naturalmente non avevano a disposizione nulla per scrivere) e addirittura un autoritratto, fatto da un artista sempre col sangue su tessuto, su un pezzo di una maglia che aveva strappato. Un altro detenuto scriveva su un pezzo di lenzuolo in alfabeto Morse.
È importante la sala dedicata alla collettivizzazione forzata, che avvenne in varie fasi e con diversi metodi. Nel marzo 1949 le grandi proprietà dei latifondisti vennero sequestrate; la parte rimanente, perché erano state già ridotte a 50 ettari con la riforma agraria del 1945. I proprietari terrieri e le loro famiglie vennero deportati in località remote (spesso in Dobrugia, la regione del Delta del Danubio, dove siamo stati l’anno scorso e dove venivano anche mandati al confino prigionieri politici) e le loro terre trasferite allo Stato.
Subito dopo la riforma agraria, i comunisti promisero di non realizzare fattorie collettive sul modello dei kolkhoz sovietici. Tuttavia, con il sistema delle quote obbligatorie i contadini erano costretti a consegnare gran parte del raccolto, e questo portò molti al fallimento. Così non ebbero altra scelta che aderire alle associazioni o comunità. Quelli che non consegnavano le quote erano considerati sabotatori e arrestati.
Poi, nel marzo 1949, il Partito dei Lavoratori Rumeni decise che era venuto il momento di passare apertamente alla collettivizzazione di stampo sovietico. Nello spirito della cosiddetta “Guerra di classe”, i contadini furono divisi in tre categorie: poveri, classe media e benestanti. I poveri dovevano essere illuminati sui vantaggi di unirsi alle organizzazioni collettive, combattendo allo stesso tempo i “medi” e i benestanti che esitavano. Ci furono significative resistenze. Nei primi anni dopo la prima sessione plenaria del Partito, gli attivisti mandati a rinforzare la polizia vennero spesso mandati via dalla popolazione locale. In molte comuni ci furono rivolte aperte e combattimenti con l’esercito, con morti, arresti e deportazioni. Tra il 1949 e il 1952 furono arrestate oltre 800.000 persone, 30.000 delle quali vennero giustiziate.
Tra il 1952 e il 1958 il ritmo della collettivizzazione fu più lento ma poi, nell’ottica di finire il lavoro, il Partito lanciò una nuova offensiva, che provocò nuove resistenze. Nelle rivolte tra il 1959 e il 1962 molti persero la vita o furono messi in carcere. In alcuni villaggi furono usati cannoni per intimidire e “convincere” i contadini.
Dopo 13 anni di terrore, la collettivizzazione fu finalmente dichiarata conclusa il 27 aprile 1962 davanti a 11.000 contadini vestiti nei tradizionali costumi nazionali, portati da tutte le parti del paese. Il 96% della superficie arabile e 3.201.000 famiglie erano state portate nelle strutture collettive.
Nel Maramureş le cose andarono un po’ diversamente, come racconta William Blacker:
“Persino l’avvento del comunismo non portò grandi cambiamenti. I contadini si opposero con forza alla collettivizzazione. I comunisti vennero coi trattori e le ragazze che marciavano in prima fila, sventolando bandiere e cantando canzoni patriottiche. Con gli aratri cancellarono le divisioni tra le strisce di terreno. Ma la notte i contadini estirpavano le pianticelle di mais dai nuovi, enormi campi e abbattevano i meli e i susini di Stato, piantati su quella che consideravano la loro terra. Alla fine lo Stato li lasciò perdere e loro, soddisfatti, tornarono alla tradizione”.
È curioso scoprire che a un certo punto il cavallo venne etichettato come nemico del popolo dal comunismo, perché nelle campagne rumene avere un cavallo significava indipendenza, possibilità di spostarsi e un aiuto fondamentale per lavorare la terra ciascuno nella propria piccola fattoria. Quindi i cavalli vennero fatti oggetto di una vera e propria politica repressiva, facendone diminuire di molto il numero. I contadini furono costretti a mandare al macello i loro fedeli animali. Ne furono uccisi a centinaia di migliaia, e al loro posto arrivarono i trattori. Ma, a dispetto della grancassa, quella politica non ebbe successo perché in molte zone del paese i trattori, semplicemente, non erano un’alternativa valida. I cavalli erano più adatti al terreno e ai compiti da svolgere, e come carburante avevano solo bisogno di fieno, che i contadini potevano produrre da soli. E così fecero il loro ritorno, gradualmente. Negli anni novanta in Romania c’erano più cavalli che in ogni altro paese europeo. Ma poi. dopo l’ingresso nell’UE, le cose sono tornate a peggiorare, dice Teofil, a causa delle regole troppo rigide per la gestione del cavallo come animale da lavoro: veterinari, condizioni di lavoro ecc. Negli ultimi 20 anni i cavalli nel Maramureş si sono ridotti da 14.000 a 7.000. Eppure – continua Teofil – questo è forse l’unico posto dove i cavalli hanno le ferie. Dalla metà di giugno a fine agosto o ai primi di settembre, i cavalli riposano liberi, e per questo ogni contadino paga 150 Lei al mese per ogni cavallo. È una tradizione che va avanti da mille anni, ma a Bruxelles non lo sanno.
Una sala è dedicata alla repressione etnica. Conosciamo già la storia della persecuzione dei sassoni nel dopoguerra e di come molti furono “venduti” alla Germania Federale. Qui ci sono anche i prezzi esatti: una persona senza titoli di studio costava 1.800 marchi, uno studente 5.500, un laureando negli ultimi due anni di università 7.000, un laureato 11.000. Ma c’è altro, purtroppo. Nello stesso periodo 44.000 persone tra tedeschi, bulgari, macedoni, bessarabi e serbi furono deportati nelle steppe del Baragan, dove furono costretti a lavorare la terra e a costruire capanne di fango fino al 1956. C’è, purtroppo, un lungo elenco di bambini morti nel Baragan negli anni dal 1951 al 1956. Dopo la sollevazione ungherese del 1956, la comunità ungherese in Transilvania fu anch’essa soggetta a persecuzione, con numerosi arresti. La repressione colpì anche la comunità ebraica, all’interno della quale molti furono accusati di “Sionismo”. Anche gli ebrei vennero poi venduti a Israele. Pare che una volta Ceauşescu abbia detto: “Per noi ebrei, tedeschi e petrolio sono i prodotti di esportazione più redditizi”.
Un’altra sala riguarda le demolizioni degli anni ’80 a Bucarest. In quegli anni, per far posto al palazzo presidenziale e agli altri edifici di istituzioni pubbliche che dovevano sorgere intorno ad esso, chiese e monasteri, alcuni con più di 300 anni di storia, furono distrutti, insieme con altri edifici abitativi e pubblici. Altre chiese furono spostate e finirono totalmente nascoste dai nuovi edifici. L’episodio più noto è la demolizione dell’intero complesso del monastero Vacareşti, situato nei sobborghi della capitale. L’area doveva essere usata per un Palazzo di Giustizia, ma i lavori non iniziarono mai.
Poi Teofil ci tiene a farci vedere anche la sala dedicata a “Il Comunismo contro la Monarchia”. Dopo il colpo di Stato del 23 agosto 1944, quando la Romania si unì alla coalizione anti-Hitler, il che portò a più di 100.000 morti sul fronte occidentale, il paese fu convertito dai sovietici da alleato a stato satellite. Degli otto paesi satellite, la Romania era l’unico con una monarchia molto rispettata, considerata quindi dai comunisti l’ultimo ostacolo. Re Michele fu perciò rimosso, pur essendo stato considerato uno degli artefici della sconfitta tedesca e pertanto decorato dai russi e dagli americani.
Usciamo nel cortile, dove si trova lo Spazio di Raccoglimento e Preghiera, situato in una sorta di catacomba. Sulle pareti del corridoio di discesa allo spazio sotterraneo sono incisi i nomi di quasi ottomila morti nelle carceri, nei campi e nei luoghi di deportazione in Romania.
Nel cortile c’è anche un gruppo di statue: un uomo senza testa indica la via a persone senza faccia, che simboleggiano l’annientamento dell’identità e che si trovano di fronte un muro, altra simbologia molto chiara.

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Lui è Teofil

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Dopo un caffè di metà mattina, ci spostiamo alla sinagoga, che visitiamo accompagnati da un esponente della locale comunità ebraica, mentre fuori cade una lieve pioggerella.
Ci troviamo nella città del premio Nobel per la pace Elie Wiesel, che nacque qui nel 1928. Con il diktat di Vienna del 1940, la Romania perse parte della Transilvania a favore dell’Ungheria. Il 6 maggio 1944, le autorità ungheresi diedero l’autorizzazione all’esercito tedesco di effettuare la deportazione degli ebrei di Sighet ad Auschwitz-Birkenau.
Così Wiesel descrisse, ne La notte, il tragico arrivo al campo di Auschwitz:

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
Elie aveva 16 anni quando fu liberato dal campo di concentramento, qualche giorno prima aveva visto suo padre morire davanti ai suoi occhi.
Nel 1955, Wiesel si trasferì a New York, dopo aver ricevuto la cittadinanza statunitense. Negli USA scrisse più di 40 libri e vinse alcuni premi letterari. L’opera di Wiesel è considerata la più importante nella letteratura che parla dell’Olocausto. È morto nel 2016.
L’Istituto Nazionale per gli Studi dell’Olocausto di Romania porta il suo nome. Nel 2002 Wiesel è stato decorato dell’Ordinul Steaua României, nel grado di Grande Ufficiale, dall’allora Presidente, Ion Iliescu. Lo scrittore restituì la Medaglia d’Oro nel 2004, dopo che questa venne ricevuta da Corneliu Vladim Tudor e Gheorghe Buzatu, sostenendo che i due erano noti antisemiti e negazionisti dell’Olocausto.
La comunità ebraica rumena ha radici lontane. A partire dal XVIII secolo, gli ebrei della Galizia austriaca e gli ebrei russi iniziarono ad emigrare verso le terre fertili e libere della Romania. Nel 1830, in Moldavia e in Valacchia gli ebrei costituivano il 3,6 per cento della popolazione totale. Tuttavia sino al 1866 la Costituzione del recente Stato di Romania esplicitava all’articolo 7 che solo gli stranieri di religione cristiana avrebbero potuto acquisire lo status di romeni e in tal modo godere dei pieni diritti civili e politici. Grazie alle pressioni delle potenze occidentali, nel 1879 il Parlamento emendò l’articolo 7, permettendo a tutti gli stranieri, a prescindere dal credo, di ottenere la naturalizzazione. Gli ebrei entrarono a tutti gli effetti nella vita economica e politica della società romena, contribuendo alla sua crescita. Il numero degli ebrei in Romania crebbe costantemente: nel 1912 la comunità ebraica contava 240.000 persone.
Con il diktat di Vienna il dittatore Antonescu accettò la deportazione degli ebrei di Bessarabia e Moldavia verso la Transnistria, mentre gli ebrei di Transilvania, riconquistata dall’Ungheria, vennero deportati in Polonia. Gli ebrei romeni deportati furono 120.000. Solo in Transnistria vennero uccisi 115.000 ebrei deportati.
Nel dopoguerra la nazionalizzazione delle industrie, delle banche, delle scuole colpì la comunità ebraica nelle sue fondamenta. Molti ebrei scampati all’Olocausto non fecero più ritorno in Romania. La nascita dello Stato di Israele, nel 1948, fornì un ulteriore incentivo all’emigrazione di massa di chi era rimasto. Ceauşescu usò gli ebrei come merce di scambio, li vendette allo Stato di Israele.
Nel 1977 la comunità ebraica contava 25.000 persone, nel 1992 si annoveravano appena 9.000 aderenti.
La sinagoga è costruita secondo i precetti dell’ebraismo sefardita: lo si vede dal fatto che lo spazio di preghiera per gli uomini è separato da quello per le donne, che si trova in alto sulla balconata.
All’interno si trovano anche antichi oggetti rituali provenienti da sale di preghiera dei villaggi dei dintorni.
Anche la nostra guida ci conferma che qui la comunità ebraica, fino alla seconda guerra mondiale, aveva sempre prosperato in un clima di grande tolleranza; paradossalmente, erano più forti i conflitti all’interno della comunità stessa, in particolare tra gli ebrei ultraortodossi del movimento chassidico e il resto della comunità.
Poi, nel 1944, la tragedia della deportazione di massa. Molte targhe sono dedicate a personalità di Sighet morte durante l’Olocausto. Dei circa 13.000 deportati da Sighet, solo 2.308 fecero ritorno, tra cui il padre della nostra guida. Due dei superstiti, due donne, sono ancora in vita: una ha 96 anni, l’altra 103. Era di Sighet anche l’uomo che arrestò Adolf Eichmann.

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Breb è il villaggio dove William Blacker, l’autore di “Lungo la via incantata”, che ho già citato più e più volte, si stabilì per il suo primo periodo rumeno, prima di trasferirsi nella casa di una famiglia di zingari in un villaggio della Transilvania. Qui a Breb visse da Mihai e Maria, due anziani contadini che non avevano figli e che quindi lo accolsero come un figlio. Fu difficile per lui convincerli che, anche se era un ospite, voleva lavorare nei campi, e ottenere che gli lasciassero usare la sua bella falce austriaca che aveva comprato apposta.
La casa di Mihai e Maria ora è vuota: loro sono morti anni fa, William forse avrebbe potuto ereditarla ma non la vuole, dice che ormai il paese non è più quello che lui aveva conosciuto e ci torna soltanto di rado. Così è passata a un nipote, che l’ha messa in vendita. Ma per noi vederla è comunque emozionante. Per strada ci passa accanto un contadino con la falce in spalla e il cappellino di paglia tipico del Maramureş, che sembra davvero uscito dalle pagine del libro.
Il cambiamento William lo racconta così:
“I cambiamenti erano stati accelerati quando l’antica strada di pietra e terra che attraversava il villaggio era stata asfaltata. Prima, il tragitto in auto dalla strada principale alla casa di Mihai richiedeva un quarto d’ora. Si poteva andare solo a passo d’uomo. Adesso ci volevano pochi minuti.
L’asfalto era arrivato qualche anno prima, quando vivevo ancora a Breb. Ricordavo bene come nel giro di poche settimane il nastro nero si fosse insinuato fin dentro il villaggio. Il rombo dei camion che portavano il catrame e la ghiaia mi aveva fatto pensare al rumore delle asce nel Giardino dei ciliegi. Ma per gli abitanti la nuova strada era stata occasione di festa. La gente aveva cominciato a descrivere le cose in termini di “liscio come l’asfalto”.
Io avevo pronosticato un disastro, e la gente mi aveva guardato con sorpresa.
«I bambini non potranno più giocare per strada» avevo detto.
«Be’, giocheranno da un’altra parte».
«Ma voi vi domanderete dove sono, e non starete più in pace come adesso».
Nessuno ci aveva riflettuto granché. La strada era un segno del progresso. Gli altri villaggi avevano le strade asfaltate. Adesso ce l’aveva anche Breb. E poi, c’erano i limiti di velocità.
Poco dopo, il nipote di otto anni del raccontastorie, l’uomo cui avevo regalato la falce austriaca, fu ucciso da un’auto in corsa, e la gente non fu più così entusiasta”.

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La casa di Mihai e Maria

Andiamo a mangiare da Penny, una signora inglese piuttosto “alternativa” amica di Peter Hurley che ci accoglie con calore e che ci ha preparato un altro pranzetto niente male: crema di melanzane, uova sode, formaggi (sia di vacca che di pecora), pomodori, cetrioli, assaggi di torta di mele e torta al formaggio. E naturalmente horinca a volontà: abbiamo scoperto che è usanza, da queste parti, mettere nelle bottiglie di grappa oggetti in legno, soprattutto il fuso cerimoniale di cui Peter ci ha spiegato il significato.
A tavola, Teofil ci racconta di come due volte in questi boschi si è trovato di fronte un orso maschio; sono orsi che pesano attorno ai 350 kg, che fanno sicuramente paura. Lui dice che quello che davvero non si dimentica è l’odore dell’orso: quando l’hai sentito una volta non te lo scordi più. È difficile da definire, non è né buono né cattivo, ma quando lo senti istintivamente hai paura, forse è qualcosa che deriva da un ricordo ancestrale sedimentato nella nostra mente.
Su un portale abbiamo visto scolpito quello che potrebbe essere il simbolo dell’orso, costituito da una serie di mezzelune che rappresenterebbero i segni lasciati sul tronco dalle zampe dell’orso quando si arrampica.
Salutata Penny e il suo simpatico cagnone, andiamo a vedere la chiesa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, che ha un bel portale in legno decorato con l’albero della vita. La chiesa fu costruita nel 1622, ma alcune parti della struttura della torre sono state datate al 1530, il che ne fa la chiesa con la più antica torre in Romania. L’interno conserva alcuni resti di affreschi del XVII secolo, che in parte purtroppo sono andati persi perché durante un restauro una delle assi era stata montata al contrario, lasciando l’affresco esposto alle intemperie. C’è anche il piccolo cimitero del villaggio.

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Le chiese di legno sono un’altra caratteristica della regione. Sono comuni un po’ in tutta l’Europa Orientale, ma queste hanno costruzioni così particolari che otto di esse sono entrate nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Questa particolare architettura deriva dalla proibizione di costruire chiese in muratura che gli ungheresi cattolici imposero ai rumeni ortodossi nel lontano 1278. La maggior parte delle chiese fu ricostruita dopo l’ultima invasione dei tartari, nel 1717, spesso con un ampio porticato davanti all’entrata e con dei campanili altissimi, qualche volta abbelliti da dei pinnacoli angolari.
I tetti sono tutti ricoperti da scandole, piccole tegole di legno, che sono sistemate con infinita pazienza da dei carpentieri specializzati, appollaiati vertiginosamente su uno speciale sedile attaccato alle travi del tetto. La struttura di ogni chiesa è costituita da robuste travi di quercia, incastrate con perfette giunzioni, senza l’ausilio di nessuna vite o collante, e spesso è decorata, per tutto il suo perimetro, da una corda scolpita nel legno, segno dell’unità della chiesa e dei suoi fedeli.
È probabilmente in questa chiesa che si celebrarono i funerali di due giovani fratelli di Breb, Ion e Vasile, annegati in un lago non lontano dal villaggio. È uno dei passi che più mi hanno colpito del libro di William Blacker.
Il mondo degli spiriti qui ritorna anche nel culto dei morti, dove i rituali da osservare sono codificati e ometterne anche uno solo potrebbe comportare il ritorno dell’anima come fantasma o addirittura come vampiro. La cerimonia, che non è facile osservare, si compone di tre fasi: la separazione dal mondo dei vivi, la preparazione al viaggio e l’ingresso nell’altro mondo.
La persona morente chiede il perdono della propria famiglia e dei vicini e tutti sono tenuti a obbedire ai suoi ultimi desideri, mentre le donne piangono e improvvisano poesie rimate declamanti la personalità e le imprese compiute dal defunto. Dopo la veglia del morto, che dura tre giorni, si celebra un pasto commemorativo a base di pane a forma di nodo e uova rosse che vengono offerte sia a chi partecipa al funerale che ai passanti. Il lutto dura un anno, durante il quale i parenti stretti non possono partecipare a cerimonie nuziali o balli e le donne vestono di nero. Anche il matrimonio è un evento molto importante nella cultura della regione al punto che se una persona in età di matrimonio muore prima di essersi sposata, viene addirittura tenuto un «Matrimonio del Morto».
Ed è proprio questo il caso dei funerali dei due ragazzi, della cui vivida descrizione vi riporto uno stralcio.

Nel Maramureş matrimoni e funerali si somigliano in maniera lampante. Entrambe le cerimonie riguardano partenze senza ritorno, e questo è il motivo delle molte lacrime versate ai matrimoni, quando un figlio o una figlia lasciano la casa dei genitori per sempre. Ma il prendere moglie è uno dei principali traguardi della vita, e perciò quando una persona muore in età da matrimonio deve assolutamente sposarsi prima della sepoltura. Per questa ragione si dovevano celebrare le nozze simboliche tra due ragazze e due ragazzi già morti – morti, anzi, da quasi una settimana, con tre giorni passati sott’acqua. Eravamo dalle parti del macabro, ma andava fatto, perché i due ragazzi non dovevano avere motivo di considerare incompiuta la loro esistenza.
[…]
Naturalmente la Chiesa non approva questa pratica, ma nemmeno cerca di fermarla. I missionari della Chiesa bizantina, quando nei secoli bui per primi arrivarono in queste vallate remote, furono costretti a scendere a compromessi per convincere le popolazioni locali a venerare il nuovo Dio, e forse la straordinaria messinscena cui stavo assistendo ne era una conseguenza diretta. Il parroco officiava un funerale cristiano tradizionale e i contadini lo reinterpretavano per conto loro come un matrimonio. I preti in paramenti dorati reggevano la croce e dondolavano il turibolo, assistendo impassibili mentre i contadini intrecciavano i loro rituali pagani ai riti funebri ortodossi.
La stanza con le due bare era piena di gente; la maggior parte guardava con raccapriccio e si faceva il segno della croce. Le donne si premevano sul naso il fazzoletto o delle foglie di noce. Da venerdì il caldo si era fatto soffocante. Nell’aria l’odore era dolciastro, nauseabondo, e le mani dei due ragazzi iniziavano a mostrare segni di putrefazione. I due cadaveri adesso indossavano bellissimi abiti nuziali, con bluse dai ricami elaborati e gilè ricoperti di nappe con piccolissimi specchietti rotondi, che servivano ad allontanare il male. Erano cosparsi con fiori selvatici di tutti i tipi raccolti nei campi e nel nastro dei cappelli di paglia erano infilati rametti di bosso. Tra le braccia avevano dei pani e tra i pani c’erano, presumibilmente per pagare il traghettatore, non una sola moneta come al tempo dei romani, ma tante quante ce ne stavano – non si badava a spese.
Fuori, il cortile era ormai affollato. Il testimone dello sposo portava il tradizionale palo nuziale decorato con campanelli e fazzoletti e organizzava concitato la celebrazione, proprio come avrebbe fatto per qualsiasi altro matrimonio. In un angolo del cortile c’era un violinista accanto a un gruppo di dieci ragazze, vestite tutte di bianco. Alzò il violino al mento e si mise a suonare; le ragazze iniziarono a cantare sulla sua melodia dolente.
[…]
Finalmente le orazioni terminarono e ripresero i pagani lamenti contro l’ingiustizia del mondo. Dodici ragazzi scapoli si misero le due bare in spalla e il violinista imbracciò ancora una volta il suo strumento. Questa volta però la musica mi sorprese: non era più la nenia funebre di prima. La gente tutt’attorno gemeva e piangeva, ma il violinista attaccò invece l’allegra marcia nuziale del Maramureş. Il contrasto confondeva i sensi. L’atmosfera cambiò all’istante; dopo la tristezza delle lacrime e del lutto, si fece subito più leggera grazie al ritmo vivace della musica, e si iniziò a chiacchierare. I testimoni agitarono i pali e la processione, con in testa le casse seguite dalle spose e dalle loro damigelle, si rimise in moto sugli stretti sentieri che attraversavano i campi in direzione della chiesa, col ritmo vorticoso del violino, il tonfo del tamburo e il cadenzato tintinnio dei campanelli dei pali nuziali.
Lasciando il cortile sentii il canto di una donna: “Su, Ionuc e Vasiluc, mentre ve ne andate staccate un fiore dal magico sambuco e mettetelo nella gronda del portico. Lasciatelo lì per i vostri genitori, cosicché il loro dolore passi più in fretta”.
Su una collinetta sopra la casa c’erano tre pastori. Suonarono un lungo richiamo coi loro corni, che risuonò per colli e vallate. Poi, quando la processione si dipanava ormai per le strade del villaggio, con le donne che gemevano e il violino che suonava, i pastori si spostarono di corsa su altri poggi che sovrastavano il sentiero del cimitero, per soffiare il loro ultimo saluto.
La processione faceva sosta a ogni incrocio e a ogni ponte, luoghi da sempre ritenuti carichi di energia spirituale e dove si dice che si appostino gli spiriti maligni. Il violinista abbassava il violino, i testimoni smettevano di scuotere i campanelli, le lamentatrici tacevano, gli uomini chinavano la testa, e per qualche istante al mondo cristiano venivano concesse le sue preghiere. Poi i pastori soffiavano nel corno e il mondo precristiano riprendeva il sopravvento.

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Lasciamo, un po’ a malincuore, Breb per dirigerci verso un altro dei luoghi più suggestivi e attesi di questo viaggio: il Cimitero Allegro di Săpănţa.
Abbiamo imparato che il nome di questo villaggio si pronuncia in maniera un po’ diversa da quello che pensavamo. Sì, perché questa ă col segno sopra si pronuncia con un suono molto breve, che non sembra una vocale, in pratica quasi non si pronuncia. Un po’ come la i senza puntino turca, ammesso che qualcuno ce l’abbia presente. Per metterlo per iscritto in qualche modo, potrebbe essere qualcosa tipo “S’p’nza”. L’avrei dovuta usare già altre volte in realtà questa ă, ma per pigrizia non l’ho fatto, spero che mi perdonerete. Colgo l’occasione per darvi due dritte due sulla pronuncia rumena; era meglio farlo prima, ma lo facciamo adesso, meglio tardi che mai.
La ţ, appunto, con il segno sotto si pronuncia come una z sorda italiana, come in calza.
La ş con il segno sotto si pronuncia come la “sc” di sciare, o se preferite come la “sh” inglese.
Il villaggio deve la sua fama, in gran parte, a questo cimitero così particolare. Perché allegro? Perché le lapidi non sono lapidi, nel senso che non sono di pietra ma di legno, sono dipinte di un blu intenso che fa da sfondo e sopra sono raffigurate scene di vita (a volte anche ironiche) della persona sepolta, accompagnate da un testo, generalmente in rima, una sorta di poesia umoristica che descrive il defunto: come è morto o come ha vissuto.
La persona è dipinta a colori vivaci in un momento della vita, accompagnata da elementi dell’universo contadino e pastorizio. I dipinti rappresentano quindi uomini che vanno a cavallo, che lavorano il legno, che cantano, con la falce o col bestiame, che vanno a fare la guerra o altro. Le donne in genere sono rappresentate con bambini tra le braccia, che ballano, che filano la lana col fuso o con la filatrice, fanno i lavori di casa, cucinano ecc. Si è creata così un’atmosfera serena che non teme la morte e glorifica la vita.
Le lapidi sono spesso dipinte sui due lati, perché dopo 25 anni il defunto può essere esumato e ne viene sepolto un altro, quindi viene aggiunto un altro epitaffio sull’altro lato o vengono rifatti entrambi. È un’opera d’arte che si rinnova e cambia continuamente, e proprio per questo non può essere patrimonio UNESCO, perché UNESCO significa conservazione e il titolo viene concesso solo per quello che resta congelato nel tempo.
Tutto è cominciato nel 1934, quando un artista locale, lo scultore Stan Ioan Patraș, fece una decorazione per la sua futura sepoltura in legno di castagno. Piacque così tanto che molti ne vollero una per sé, così l’artista cominciò a dipingere praticamente per tutto il paese. Altri poi hanno continuato la sua opera. Oggi sono due gli artisti che lavorano per questo cimitero, ma uno non riceve turisti perché è troppo impegnato col lavoro e l’altro… è così impegnato a ricevere turisti che bisogna prenotarsi con largo anticipo.
In questo cimitero non ci sono persone famose, ma solo gente comune di qui, contadini o artigiani. Ma tutti insieme sono diventati famosi in tutto il mondo. In realtà poi di allegro non c’è così tanto, se si va a leggere gli epitaffi molti parlano della morte, a volte sono giovani, anche bambini. Quindi le poesie possono essere tristi, ma ce ne sono alcune, che sono diventate le più famose, che sono davvero buffe e ironiche.
C’è il Don Giovanni e c’è l’ubriacone, che invita a non fare come lui, che per tutta la vita ha avuto una bottiglia in mano. L’epigrafe potrebbe essere così tradotta:
«La grappa è un veleno puro / che porta pianto e tormento / Anche a me li ha portati / La morte mi ha messo sotto i piedi.
Coloro che amano la buona grappa / Come me patiranno / Perché io la grappa ho amato / Con lei in mano sono morto.
(Qui giace Dumitru Holdis, vissuto 45 anni, morto di morte non naturale nel 1958)»
Ma quella più divertente di tutte è forse quella cosiddetta “della suocera”, fatta realizzare dal genero della signora in questione, che dice così:
«Sotto questa pesante croce
Giace la mia povera suocera.
Se lei fosse vissuta tre giorni in più
Sarei io che giaccio qui, e lei leggerebbe questa croce.
Tu che passi per favore cerca di non svegliarla
Perché se torna a casa mi criticherà ancora di più.
Ma io sicuramente mi comporterò come si deve
Per non farla tornare dalla tomba.
Stai qui, mia cara suocera!»
Sembra che, da allora, tutte le suocere del paese stiano bene attente a farsi fare la loro croce in anticipo, per non rischiare che sia il genero a decidere come farla…
La tomba di un uomo ucciso dai soldati ungheresi durante la seconda guerra mondiale è stata rifatta ben tre volte. La prima volta diceva la verità su come quest’uomo era morto, ma gli ungheresi imposero che fosse bruciata e rifatta con solo le date di nascita e di morte. A guerra finita, cacciati gli ungheresi, l’artista si prese la rivincita. Non solo rifece la tomba con la vera storia, ma aggiunse, nel 1949, un’altra croce all’entrata, che è quella che oggi fa da introduzione a tutto il cimitero.
Secondo molti studiosi questo cimitero è l’espressione della visione rumena della morte, che deriva dalla cultura degli antichi daci, che consideravano la morte non solo un fatto naturale ma addirittura un momento di gioia, perché il defunto approdava ad una vita migliore. Si dice che i daci salutassero le nascite con il pianto e le morti con le risate. Di sicuro è un cimitero unico, dove sulle croci di legno è scritta una sorta di antologia di Spoon River dei Carpazi; e proprio per questo un posto qui costa piuttosto caro per gli standard locali, circa 1000 euro. Più il costo della lapide, che va da 400 euro a 900 se è dipinta sui due lati. Nel villaggio c’è anche un altro cimitero, gratuito, dove vanno i meno abbienti ma anche quelli, pare siano parecchi, che potrebbero permettersi un posto qui ma preferiscono un cimitero più tranquillo e non turistico, dove sia possibile visitare i propri cari in un’atmosfera di maggiore raccoglimento.

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L’ubriacone

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La suocera

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L’artista fondatore: naturalmente anche lui è sepolto qui

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Dobbiamo accelerare i tempi della nostra visita, purtroppo, a causa di un acquazzone imminente. È anche piuttosto tardi, dobbiamo dirigerci verso la nostra pensione. Anzi, verso le nostre pensioni: anche qui a Săpănţa ci divideremo in due gruppi. Il gruppo degli emarginati è quello di ieri con l’aggiunta di Fabiola, la fotografa del gruppo. La nostra pensione si chiama Păstrăvul, che significa trota. È un po’ più grande, più anonima e meno accogliente di quella di Ramona, purtroppo. All’inizio del corridoio che porta alle nostre camere c’è una compilation di animali impagliati, tra cui una volpe con un galletto in bocca che nell’insieme non è di un gusto eccezionale.

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Per la cena, però, Miki ci viene a prendere col pullmino e ci porta all’altra pensione, che invece si chiama Plai cu peri (campo di alberi di pere). E qui per noi, prima e durante la cena, il nostro Eughenio ha organizzato uno spettacolo di musica e danze tradizionali del Maramureş. Sono ragazzi e ragazze, più o meno dagli otto ai sedici anni, vestiti nei loro costumi tradizionali colorati e ricamati, i maschietti coi loro bravi cappellini di paglia.

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I più grandi sono anche bravi, i più piccoli si impegnano comunque tanto e fanno un’allegra confusione. Qui li vediamo impegnati in una canzone popolare della loro terra:

Dopo di che, via alle danze. E dopo aver ballato loro, coinvolgono anche noi nell’invirtiţa, la scatenata danza tipica del Maramureş. Si balla in coppia e si chiama così (almeno credo) perché si gira cambiando continuamente verso di rotazione. Anch’io ci provo, guidato dalla mia giovanissima dama; i risultati sono abbastanza pietosi, ma è divertente. Potete vedere la nostra performance in questo video sulla pagina Facebook della pensione:

Video danze alla pensione Plai cu Peri

E così, tra un giro di danza e un bicchierino di horinca della casa, anche questa serata se ne va che è un piacere.

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(Continua…)

 

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