Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Sabato 16 giugno 2018: Sesto giorno – La Cappella Sistina di legno, due passi nella foresta e il contadino violinista

La giornata inizia con la visita alla chiesa di Deseşti, che tra tutte le chiese di legno del Maramureş, patrimonio UNESCO, è quella con gli affreschi più estesi, più spettacolari e meglio conservati.
La chiesa si trova su una collina a breve distanza dal centro del villaggio ed è circondata da un bel cimitero immerso nel verde, fatto di semplicissime croci di metallo piene di fiori colorati. Certo non è unico e originale come quello di Săpănţa, ma è come se anche qui si respirasse la particolare serenità del rapporto dei contadini rumeni con la morte.

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Costruita nel 1770, la chiesa rispetta la tradizionale suddivisione degli spazi delle chiese ortodosse: ha un nartece, una navata e un altare, separato da un’iconostasi dal resto della chiesa. La sala di preghiera degli uomini è separata da quella delle donne. C’è poi una torre campanaria con un alto tetto piramidale. Il bellissimo portone esterno è decorato con motivi attorcigliati e a denti di lupo.
La chiesa è stata dipinta da due dei più grandi pittori rumeni del XVIII secolo, Radu Munteanu e Alexandru Ponehalski, che hanno lasciato le loro firme su una grande e colorata rappresentazione del Giudizio Universale. Lo stile tardo-bizantino qui si mischia all’arte popolare. Leggendo le iscrizioni si può entrare nella quotidianità religiosa di quei tempi e capire come la gente pregava. La tecnica di pittura è a tempera, i pigmenti sono tutti realizzati con prodotti naturali.
L’iconostasi è divisa in tre livelli, dove sono rappresentati la Crocifissione, i dodici apostoli e i profeti. La porta centrale, che si apriva solo una volta l’anno, rappresenta l’Annunciazione nella parte alta e in basso i quattro Evangelisti.
Nella navata sono rappresentate scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, a partire da Adamo ed Eva. Si vede tra l’altro una città rovesciata, rappresentazione di Sodoma e Gomorra con i loro peccati. C’è un ovvio intento moralizzatore che enfatizza il sacrificio di Gesù in un’ampia serie di 16 scene del ciclo della Passione.
Nel nartece, che era la sala delle donne, il messaggio delle pitture aumenta in drammaticità. L’inferno e il paradiso sono vividamente rappresentati, con l’intento di far riflettere il popolo sulla vita dopo la morte e su come comportarsi per poter essere dalla parte giusta, alla destra di Gesù, nel giorno del Giudizio.
Insieme ai peccatori, che vanno all’inferno inghiottiti dalla bocca di un drago, ci vanno anche tutti i popoli nemici e non ortodossi: gli ebrei, gli austriaci, i tartari, i turchi e i franchi. È una chiara dichiarazione politica, fatta in un tempo in cui la stessa esistenza della Chiesa Ortodossa era minacciata dalla complicata situazione politica della regione.
Il complesso di tutti gli affreschi è davvero spettacolare, è sicuramente arte popolare ma, senza voler essere irriverente, credo di poterla definire una piccola Cappella Sistina di legno.
Fuori dalla chiesa, come succede spesso in Romania, si può accendere una candela per i morti, ma anche per i vivi.

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Dopo la chiesa, è il momento di una bella passeggiata nel bosco. Ci addentriamo per un’oretta nella foresta di Craiasca, larga un chilometro e lunga tre, dove vivono 51 specie di uccelli.
Ci sono diverse specie di querce che possono arrivare a 50 metri di altezza, con tronchi di uno o due metri di diametro; poi carpini, larici, noccioli, biancospino e corniolo.
Ci sono anche diverse specie di funghi: sembra che qui arrivino cercatori da tutto il paese e anche dall’estero, e che quelli bravi ne possano portare a casa decine di chili in un giorno.
Si dice che questa foresta, probabilmente piantata almeno in parte nel XIX secolo e allora parte del demanio reale dell’Impero Austroungarico, fosse un terreno di caccia favorito della famiglia reale. Nel 1977 fu per la prima volta legalmente protetta con alcune restrizioni per il pascolo e il taglio degli alberi, ma solo dal 2000 è stata dichiarata area naturale protetta.
Le foreste del Maramureş sono state fonte di materia prima per quella che è chiamata “La civiltà del legno”. Legno usato per tutto, dalle case alle chiese ai portoni finemente scolpiti, ai mobili, fino agli utensili e agli oggetti di uso più comune. La quercia è sempre stata preferita per il suo legno forte e durevole: una quercia deve avere almeno 150 anni per diventare un buon legno da costruzione.
Il legno veniva raccolto e trasportato al sito di costruzione seguendo riti secolari legati alla superstizione popolare. Per portare bene, il taglio doveva essere fatto in un periodo di luna piena, mentre il trasporto doveva avvenire in giorni lavorativi, quando la gente non digiunava.
Nel tempo, l’intensificazione del disboscamento e l’espansione delle aree abitate hanno portato a una significativa riduzione delle aree boscose. Il legno iniziò ad essere sostituito da altri materiali da costruzione e gli edifici “moderni” iniziarono a sostituire le case tradizionali. Si può dire che ora la civiltà del legno sia sull’orlo dell’estinzione, che è un po’ quello che ci ha già detto Peter Hurley. Questa foresta resta come uno scampolo isolato delle grandi distese boschive del passato e ora funziona sia come rifugio per gli uccelli che come vivida memoria della relazione ancestrale tra il popolo del Maramureş e i suoi boschi.

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Pranziamo dai fratelli Benţa, una famiglia di contadini di Barsana. Uno dei due è un grande violinista, ci ha raccontato Eugenio. In realtà lo è anche il figlio. Pare che oggi il padre non sia in vena di esibirsi per noi, e allora ci pensa lui, il figlio, peraltro bravissimo. Appena inizia a suonare, una gallina salta fuori dal pollaio, come richiamata dalla musica. Possiamo anche vedere le donne di famiglia filare la lana mentre aspettiamo che il pranzo sia pronto.
La casa si trova nel mezzo di un altro scenario da favola, tra colline verdissime, boschi e prati punteggiati di covoni di fieno.
Dopo la solita abbondante razione di formaggi, uova, salsicce e altro ben di Dio, e dopo due o tre giri di horinca, è il momento di ripartire. Ci augurano drum bun (buon viaggio); noi rispondiamo mulţumesc (grazie, una delle pochissime parole di rumeno metabolizzate) e ripartiamo.

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Il pomeriggio passa girando per il villaggio e visitando artigiani.
Dopo aver visto una pressa per il feltro (fondamentale per il tradizionale abbigliamento invernale del Maramureş), un’antica trebbiatrice e un mulino per la farina, tutto alimentato ad acqua, facciamo visita a Gheorghe, un anziano artigiano-artista del legno che costruisce interessanti oggetti sia utili che ornamentali. Ma non è tutto, perché è anche percussionista e improvvisatore di canzoni popolari; a suo modo, una specie di rapper locale.
Su un cancello è installato un incredibile rubinetto distributore di horinca.
Passiamo poi da un’altra famiglia, che si occupa di tessitura e confeziona tra l’altro dei fantastici costumi regionali. C’è chi fa acquisti, altri semplicemente guardano… e magari provano qualche capetto.

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Finita con tutta calma la fase esplorazione-shopping dell’artigianato locale, un salto alla chiesa di Barsana e poi ci dirigiamo verso Rohia, dove passeremo l’ultima serata.

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Qui siamo ospiti (tutti insieme, stavolta) della Pensiunea Maria, gestita da Maria, appunto, e da suo marito Iov.
Prima di cena, abbiamo l’opportunità di godere un po’ del bel giardino della pensione con una band di musica tradizionale locale che si esibisce per noi. In realtà loro avrebbero voluto esibirsi al chiuso, nella sala, e usando tutta l’attrezzatura che si erano portati per la bisogna: amplificatori, microfoni e tutto il consueto armamentario. Ma qui inizia una lunga battaglia di Eughenio con il cantante e front-man del gruppo, lunga perché durerà poi sostanzialmente tutta la sera, per fare in modo che invece suonino in acustico, nella versione più genuina e tradizionale possibile. Considerata la situazione e considerata l’esiguità del pubblico, praticamente solo noi, è una battaglia che ha senso e che ci sentiamo di condividere. Ad ogni modo il primo round lo vince il nostro Eughenio (per l’occasione anche lui in costume tradizionale) e suonano all’aperto sul prato con voce, violino, fisarmonica e clarino. Sciorinano una bella serie di melodie tradizionali, alternando ritmi lenti e altri più ballabili. Tant’è vero che Maria e Iov prima ci danno un saggio di come si fa e poi invitano anche noi a ballare. Gabriella e Luciano, che hanno esperienze di danze popolari, non si fanno pregare e si buttano. Per cui abbiamo una divertente esibizione delle due coppie Gabriella-Iov e Maria-Luciano.
Dopo di che, per coinvolgere il più possibile tutti, ci lanciamo nel classicissimo ballo in cerchio che imperversa nei Balcani a tutte le latitudini.

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Eughenio in costume tradizionale

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A questo punto, abbiamo l’appetito giusto per la cena che ci aspetta. Il solito lauto antipasto a base di formaggi, uova, salsiccia e lardo, una cosa leggerina così, tanto per rompere il ghiaccio. Poi zuppa di carne con panna acida, e poi stufato di manzo con purè. Non mancano vino e horinca.
Durante e dopo la cena, continuano in maniera un po’ più estemporanea ad esibirsi i musicisti. Iniziano col microfono, poi interviene Eugenio e provano senza, ma il cantante proprio non è soddisfatto del sound e fa capire che senza microfono non canta, non riesce a farsi sentire. Eugenio fa notare che eppure prima dell’invenzione del microfono la gente cantava già, in qualche modo ci riusciva… insomma un po’ di schermaglie. Il violinista e il clarinettista si esibiscono in un piacevole duetto a ritmo sostenuto, senza il cantante, ma alla fine bene o male la cosa si ricompone e lui accetta di cantare a cappella una canzone popolare insieme al clarinettista e a Iov. A questo punto, credo complice l’alcol, cominciamo a cantare anche noi le nostre… canzoni popolari. Alla ricerca di qualcosa che sia veramente popolare e che tutti conosciamo passiamo per Azzurro, La bella la va al fosso, ‘O surdato ‘nnammurato e… l’immancabile (in questi casi) Quel mazzolin di fiori!

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(Continua…)