Al di là delle montagne – 7

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Domenica 17 giugno 2018: Settimo giorno – La messa della domenica al monastero di Rohia, un ultimo pomeriggio a Cluj e il teatro sociale Reactor

E così è arrivato l’ultimo giorno. Dopo una rilassata colazione alla pensione, ci avviamo verso il primo appuntamento della giornata, che è quello con la liturgia ortodossa al monastero di Sant’Anna di Rohia. Il monastero è situato in cima a una collina, in mezzo a una foresta di querce e faggi. Ha un campanile molto alto, una veranda con elementi gotici e il tetto in stile moldavo. Al piano interrato si trova un’icona della Madonna miracolosa.
Noi siamo qui per immergerci, anche se solo per qualche decina di minuti, una mezz’oretta al massimo, nel clima così particolare, così intriso di religiosità popolare, di questa liturgia. La “messa” ortodossa dura almeno un’ora e mezza; quando va bene, perché se sono previsti riti particolarmente solenni può arrivare facilmente a due ore e mezza, tre ore o anche di più. Noi non abbiamo tutto questo tempo, ma se lasciassimo il Maramureş senza fare questa “esperienza” ci sembrerebbe di aver lasciato in qualche modo incompleto il nostro viaggio.
Ed effettivamente ne vale la pena. La celebrazione, almeno per quella parte che vediamo noi, si svolge prevalentemente all’aperto, sotto la veranda decorata con fiori rossi, tra fumi d’incenso, canti salmodiati, inchini e segni della croce ripetuti all’infinito (il segno della croce ortodosso si fa al contrario rispetto a quello cattolico). I sacerdoti intorno all’altare sono molti, alcuni vestiti con i paramenti bianchi da celebrante e altri in nero, con gli abiti talari di tutti i giorni, per così dire.
La gente partecipa avvicinandosi a turno e baciando le icone e il Vangelo, che si trovano alla base delle scalette che salgono alla veranda. Le mamme prendono in braccio i bambini e li sollevano perché possano anche loro baciare i sacri simboli. Le donne indossano quasi tutte foulard neri, ma se per le donne più anziane è un nero tinta unita per le più giovani è un nero alleggerito e vivacizzato da motivi floreali, motivi che spesso ritornano anche nelle gonne, che possono essere corte, sopra il ginocchio, e accompagnate da tacchi alti. È come una fusione di sacro e profano, con un gusto che forse a noi può apparire un po’ sopra le righe. Quello che è certo è che tutte indossano il vestito della festa per andare a messa, come in Italia avveniva fino agli anni ’50-’60. Probabilmente è vero che in questi villaggi la vita ruota ancora, almeno in parte, intorno ai riti religiosi, con il loro retrogusto pagano. E chissà se i primi approcci tra ragazzi e ragazze avvengono ancora in chiesa: forse questo ormai non succede più nemmeno qui, ma sicuramente per molti anni è stato così.
Intorno al monastero, come sempre in questi casi, fiorisce la vendita di icone e altri oggetti religiosi, che riempiono le bancarelle.

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Noi dobbiamo ripartire, per raggiungere Cluj non troppo tardi. Arriviamo verso mezzogiorno e ci sistemiamo velocemente nello stesso albergo di qualche sera fa, dove passeremo l’ultima notte. Dopo di che, abbiamo un po’ di tempo libero per il pranzo.
Dopo tutte le abbondanti libagioni dei giorni scorsi, ne approfitto per fare un pranzetto leggero e veloce: dei piccoli Bretzel ad anello legati con una cordicella, comprati in panetteria. E poi un gelato da Moritz: ci sono parecchi gusti originali, io scelgo arancia e vodka, che col limone ci sta benissimo.
Alle 14 abbiamo appuntamento con Eugenio nella piazza centrale di Cluj. Con lui ci aspetta Laura detta Lala, un’antropologa rumena sua amica che ci guiderà alla scoperta di alcuni lati più nascosti della città.
Partiamo dalla piazza. Questa piazza affonda le sue radici storiche molto lontano, in epoca romana. Qui nei secoli c’è stato un grande laboratorio di lavorazione dei metalli, poi nel ‘700 un mercato di animali, ed è sempre stato un luogo di grande importanza per la parte ungherese della città. Ancora oggi la componente ungherese della popolazione è stimata tra il 20 e il 30%. Nel 2006-2008 il nuovo sindaco fece un bando indirizzato ad urbanisti e architetti per ripensare la piazza, che doveva diventare tutta pedonale. In realtà il processo è partito ma è molto lento, e solo un lato oggi è effettivamente pedonale. A Cluj durante il periodo comunista, rispetto al resto della Romania, soprattutto a Bucarest dove interi quartieri sono stati rasi al suolo e completamente rifatti in stile socialismo reale, il centro si è salvato. Ma tante aree verdi attorno al centro sono invece state trasformate in quartieri dormitorio fatti di enormi blocchi di cemento.
La rivoluzione del 1989 ha segnato anche questa città, come Bucarest e Timişoara. Qui su questa piazza i cecchini ancora legati a Ceauşescu, o forse ai servizi segreti che stavano per soppiantarlo, sparavano sui civili. Un monumento ricorda i civili morti a Cluj e tra gli altri un artista locale che si aprì la camicia dicendo “Sparatemi”. Lo uccisero senza pensarci due volte.

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Facciamo una capatina al vivace mercato dei fiori, dove incontriamo due ragazze che rappresentano un’associazione di architetti del paesaggio che monitora costantemente i metri quadri di spazi verdi in città e fa attività di sensibilizzazione su queste tematiche.

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Poi ci dirigiamo verso il cimitero principale della città, che è un altro luogo simbolico perché fu creato nel 1585, sotto gli ungheresi, a seguito di una grande epidemia di peste che fece molti morti e che costrinse a destinare un grande spazio alla sepoltura di massa di persone, per la prima volta mescolando diverse etnie e diverse religioni. Ora è ancora così. Davanti ad alcune tombe ci sono delle panchine, come un invito a fermarsi un attimo e a passare un po’ di tempo con chi ci ha lasciato, come se fosse ancora con noi. L’idea è sempre che con la morte non finisce tutto, è solo un passaggio. L’altra particolarità è che alcune tombe sono già pronte ma ancora vuote, sulle lapidi manca la data di morte. Farsi preparare la tomba in anticipo è un uso non infrequente, da queste parti.

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Un altro landmark non molto conosciuto ma importante per la città è la chiesa ungherese riformata. Una parte degli ungheresi, che erano ferventi cattolici, con la Riforma si convertirono al protestantesimo e esattamente 450 anni fa, nel 1567, trasformarono questa chiesa costruita nel 1510 in una chiesa protestante.
Il costo della vita di Cluj è addirittura più alto di quello di Bucarest ma gli stipendi non sono altrettanto alti. E c’è l’annosa questione della restituzione degli immobili privati sequestrati e nazionalizzati in epoca comunista: nel 1990 è iniziato un processo che non si è ancora concluso, nel quale la Chiesa cattolica ungherese si è inserita riuscendo a ottenere molte proprietà che non le appartenevano. Nel palazzo dove vive Lala, un palazzo ungherese vecchio di duecento anni, la Chiesa ha rivendicato appartamenti su cui non avrebbe diritti. Questo ha sottoposto le persone a uno stress che non tutti sono stati in grado di reggere: un vicino di Lala che temeva di perdere la sua casa e di non essere in condizione di trovare un’altra sistemazione è caduto in una disperazione così profonda che si è impiccato.
Su alcuni muri scritte che rivendicano come rumena la Bessarabia, oggi divisa tra Moldavia e Ucraina.
Passando per la piazza intitolata al patriota rumeno dell’800 Avram Iancu, Lala ci strappa un sorriso facendoci notare la strana posa della statua che lo raffigura, eretta nel periodo di un sindaco nazionalista: in città si dice che sembra che giochi con uno yo-yo, ed effettivamente a guardarla è proprio così.

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Andiamo verso l’ultimo appuntamento importante del pomeriggio, e anche di questo viaggio, che è quello con il teatro sociale Reactor.
Ci troviamo in un contesto post-industriale, seduti nel cortile di questo teatro giovane e insolito, per non dire unico nel panorama cittadino e forse rumeno. Giovane perché esiste da poco, solo quattro anni, e perché giovani sono i suoi artefici, quelli che lo fanno vivere. A spiegarci il senso di questo teatro e della sua attività ci sono Raul Coldea, che è attore ma soprattutto regista teatrale, e l’autrice Petro Ionescu. Entrambi hanno meno di trent’anni.
Reactor è nato come uno spazio di teatro indipendente. I fondatori hanno studiato teatro qui a Cluj, perfezionandosi poi con un master a Barcellona. Inizialmente non aveva una linea precisa, era semplicemente un teatro alternativo che faceva da punto di riferimento per tutti quelli che a Cluj avevano voglia di fare teatro ma, per propria volontà o per necessità, di farlo fuori dai canali ufficiali. A Cluj ci sono due teatri statali e soprattutto c’è una scuola di recitazione che sforna ogni anno nuovi talenti, per cui c’era e c’è bisogno di nuovi luoghi per fare teatro, dato che i due teatri statali non sono sufficienti per dare a tutti la possibilità di esprimersi. In questo primo periodo il teatro si autososteneva, un po’ con la vendita dei biglietti e un po’ grazie a risparmi, investimenti di guadagni personali messi insieme lavorando in altri teatri e donazioni.
Petro (è soprattutto lei a parlare) ci racconta che si è unita al progetto circa tre anni fa e ha partecipato anche alla parte amministrativa, gestionale e logistica. Per poter accedere a finanziamenti pubblici, Reactor ha dovuto trovare una propria progettualità, degli obiettivi specifici: innanzitutto quello di concentrarsi sulla dimensione sociale, sia su scala cittadina che nazionale, andando a indagare attraverso il teatro soprattutto la storia recente della Romania con le sue contraddizioni, con un occhio alle fasce più marginali della società. Questo si è concretizzato anche con progetti in aree urbane periferiche disagiate. Uno dei loro primi spettacoli, intitolato “Il miracolo di Cluj”, riguardava un famoso caso di bolla speculativa “a piramide” verificatosi a Cluj durante la transizione degli anni ’90. La loro prima produzione in assoluto, nel 2015, era incentrata sul tema dell’invisibilità sociale dei nuovi poveri, delle persone che perdono il lavoro e si ritrovano emarginate o che hanno uno stipendio, ma troppo basso per arrivare alla fine del mese. Hanno lavorato molto su storie personali e anche sui loro stessi anni da teenager.
Il loro pubblico di riferimento è composto prevalentemente da giovani, anche adolescenti. In Romania c’è un certo gap in ambito teatrale, perché ci sono molti teatri per bambini e per adulti ma poco o nulla per le fasce giovanili, anche a livello di spettacoli pensati e scritti per i giovani. Il loro pubblico sta di fatto crescendo con loro, perché quelli che hanno iniziato a seguirli da adolescenti ora sono universitari e ciò consente di far girare di più il nome del teatro e di salire un po’ di livello. Ma hanno bisogno comunque di fare molti progetti diversi, perché le spese sono tante e per poterle pagare bisogna lavorare tanto.
Riguardo al loro rapporto con il quartiere, Petro dice che il loro pubblico in gran parte viene da fuori, da aree differenti della città. Ogni tanto ci sono occasioni in cui i “vicini” vengono. Proprio ieri si è presentata una signora che vive qui vicino e che era curiosa di capire cosa fanno. Nonostante siano qui da quattro anni, poca gente del quartiere partecipa o li conosce davvero.
Nelle città, con il processo di gentrificazione, gli spazi alternativi vengono cacciati sempre più verso le periferie, ed è una lotta quotidiana per mantenere viva la struttura, avere una programmazione ricca e avere dei progetti. Si vive molto su bandi annuali, quindi senza poter programmare su orizzonti temporali più lunghi e dovendo un po’ reinventarsi ogni anno.
All’interno di Reactor c’è anche uno spazio dedicato alle arti visuali e un altro per la musica. Per quanto riguarda la musica, ora stanno ospitando un esperimento di opera lirica indipendente. C’è un piccolo angolo per presentazioni di libri o opere teatrali. Quest’autunno ci sarà un festival internazionale di teatro e loro ne faranno parte; due dei loro spettacoli sono inclusi nel programma: “Il miracolo di Cluj” e un altro testo su un controverso gruppo di praticanti di yoga. Nel 2004 ci fu un grosso scandalo legato a questo gruppo che, a Bucarest, girava intorno a un guru rumeno che fu accusato di pedofilia. Questo ebbe un impatto molto negativo su tutti coloro che praticavano yoga, con una vera e propria criminalizzazione: molte persone innocenti furono arrestate e interrogate a causa di questo fatto, all’epoca amplificato dai media. In una nazione ortodossa e molto religiosa, in anni in cui la religiosità stava tornando prepotentemente a imporsi dopo il periodo comunista, sembrava che anche lo yoga o qualunque fenomeno alternativo rispetto a quel tipo di tradizione fosse da rifiutare in quanto portatore di valori negativi.
In questi giorni sta partendo un progetto dedicato ad indagare narrazioni alternative legate al centenario della nascita dello Stato rumeno, che si celebra proprio quest’anno: storie minori, storie degli oppressi, degli emarginati, andando un po’ oltre le narrazioni ufficiali. I temi principali saranno tre: gli anziani, le donne e la comunità LGBT.
Io, che ho molto vivo il ricordo dell’esperienza del Teatro Spontaneo dell’Avana, vorrei sapere se anche loro coinvolgono nelle loro performance il pubblico, la gente che li conosce e li sostiene, e trovano anche da lì ispirazione per i loro spettacoli. Nella capitale cubana questo viene fatto sistematicamente, ed ha anche un benefico effetto terapeutico sui conflitti, sui problemi dei quartieri più disagiati e sulle ansie legate al cambiamento in corso in questi anni. Mi rispondono che può succedere, di tanto in tanto, che qualcuno venga coinvolto, anche se è difficile che salga sul palco: è una modalità che potrebbero esplorare, ma per loro al momento ancora non usuale.
Al termine della chiacchierata ci fanno fare un bel giro turistico: vediamo la sala principale, la sala prove, il magazzino delle scenografie e dei costumi e lo spazio per mostre, dove ora ci sono delle foto che riguardano le tematiche su cui verterà il progetto legato al centenario.
Lucia-Lucie, che è anche lei un’attrice, è particolarmente interessata e ci tiene ad invitare i ragazzi ad un festival di teatro che si tiene ogni anno a Santarcangelo. Loro sorridono e promettono che faranno il possibile per prendere contatti.

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Li salutiamo e torniamo verso l’albergo per prepararci per la cena. Abbiamo un tavolo prenotato per una cena con menù armeno al bistrò “1568”, nel centro di Cluj. Dopo, faremo un giro al mercato dei fiori, dove stasera c’è l’ultima serata di un festival musicale. Ma non ci fermeremo molto: bisogna andare a letto presto, domattina la sveglia suonerà alle 4.30.
Andando verso il locale incrociamo nella piazza una manifestazione contro la corruzione. Pare che l’argomento “forte” sia ancora il caso, recentemente riapertosi, della miniera d’oro da costruire a Roșia Montană. Si tratta di qualche decina di persone, ma potrebbe essere il segno che il paese sta ricominciando a mobilitarsi. Seguiremo gli sviluppi da lontano, perché per noi è giunto ormai il momento di ripartire.

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Abbiamo avuto la possibilità, nei primi giorni di viaggio, di capire cos’è veramente la Transilvania, e di apprezzarne il carattere multietnico e multireligioso. Poi abbiamo scavalcato le montagne e, per tre intensi giorni, ci siamo immersi in quel mondo a parte che è il Maramureş, un mondo fatto di natura, fede ortodossa e spiritualità pagana, tradizione, attaccamento alla terra e ai suoi valori. Abbiamo seguito le orme di William Blacker e abbiamo ascoltato le parole accorate di Padre Albano, che ogni giorno è sulla strada dalla parte giusta, al fianco degli ultimi. Abbiamo capito che, purtroppo, è vero quello che dice Peter Hurley: questa civiltà contadina che è durata millenni sta scomparendo, è una corsa contro il tempo. Cosa posso dire di più? Andateci, ma andateci responsabilmente. Cerchiamo di salvarla.

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Grazie all’unico e insostituibile Eugenio, anzi Eughenio, e alle sue zie. Grazie a Horia, a Teofil, a Peter, a Padre Albano, a tutte le persone che ci hanno ospitato e ci hanno fatto conoscere questa realtà. Grazie a ViaggieMiraggi. E grazie a tutte e tutti i componenti del gruppo, per la compagnia e per la pazienza di aver letto queste umili note di viaggio.

 

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