Viaggio in Sardegna tra Marmilla, Campidano di Oristano (Penisola del Sinis) e Guilcer con Radio Popolare e ViaggieMiraggi sulle note del Dromos Festival

Prima parte: La Marmilla

Prologo: giovedì 2 agosto 2018 – The Terminal

Avrei voluto iniziare questo diario di viaggio diversamente. Avrei voluto portarvi direttamente sulle strade e sulle note di questo viaggio, che ho iniziato con grande entusiasmo. Con entusiasmo perché alla mia bella età non ero mai stato in Sardegna, e questo è molto grave, ma in Sardegna c’è modo e modo di andarci e io credevo di aver trovato finalmente il modo giusto, cosa di cui poi ho avuto conferma. E anche perché sapevo di andare a seguire un festival che annoverava due miei idoli come Vinicio Capossela e Bombino, insieme ad altri artisti, anzi artiste, che apprezzo pur conoscendole meno, come Dee Dee Bridgewater e Fatoumata Diawara.
Tornando un attimo al modo giusto, andiamo a spiegare questo titolo. Chi sono le Mariposas? Mariposas, sono sicuro che lo sapete, significa farfalle. In spagnolo ma anche… in sardo, nel sardo campidanese che, come e più di altre varianti della lingua sarda, ha dentro diversi lasciti dello spagnolo, eredità di circa quattro secoli di dominazione aragonese-catalana. Nel nostro caso, però, le Mariposas sono quattro deliziose ragazze, Angelica, Laura, Silvia e Viola, che andremo a conoscere nel corso di questo racconto. Quattro amiche che nell’agosto del 2015 a Mogoro, in Marmilla, hanno fondato un’associazione di promozione sociale che si chiama appunto Mariposas de Sardinia. Ciò che le unisce è l’amore per il loro territorio e la voglia di viverci, scommettendo su nuovi orizzonti di sviluppo possibili e mettendo insieme le loro diverse competenze, professionalità e personalità. E non è poco, per niente. Questa è la loro presentazione:
In questi anni abbiamo lavorato e continuiamo ad impegnarci con pazienza e creatività per promuovere la bellezza e la biodiversità umana e naturale della nostra affascinante isola, attraverso la messa in rete di attori e stakeholders locali. Il nostro obiettivo è quello di rispettare, proteggere, valorizzare e offrire a tutt*, senza barriera alcuna, la possibilità di godere di ciò che già esiste, in modo leggero e non impattante.
Tutti i nostri viaggi e progetti nascono dalla relazione profonda con il territorio e con chi lo abita, perché siamo convinte che solo conoscendo le proprie radici si possa, poi, volare.
Mariposas de Sardinia fa parte della grande famiglia ViaggieMiraggi onlus: cooperativa sociale-tour operator, rete di soggetti e associazioni in Italia e nel mondo, nata alla fine degli anni ‘90 con l’obiettivo di creare un’impresa sociale che si occupasse di stravolgere i paradigmi del turismo e lavorare a contatto diretto con la società civile dei luoghi visitati, con persone ed associazioni direttamente coinvolte in progetti di sviluppo.
Crediamo in un modo gentile di viaggiare, profondo e responsabile, attento alla cultura locale e alla sostenibilità, passo dopo passo.
Di loro e del loro modo di accogliere e accompagnare i viaggiatori ho avuto recensioni entusiastiche da parte di tutti i miei amici e amiche che hanno già avuto modo di conoscerle. Perciò non vedevo l’ora di conoscerle anch’io di persona.
Prima di entrare nel vivo del racconto del viaggio, però, mi sembra giusto partire da come ci sono arrivato, in Sardegna. È una premessa necessaria, leggendo capirete.
Il mio volo Ryanair Bergamo-Cagliari dovrebbe partire alle 17.40. Arrivo in aeroporto verso le 15.30. All’inizio sembra tutto normale ma poi, verso le 16, gli schermi cominciano ad annunciare un ritardo. 1.15, c’è scritto. Verrebbe normale pensare a un’ora e un quarto di ritardo, però… a guardar bene il titolo della colonna è “Partenza stimata”. 1.15 di notte?!? Possibile? Comincia a spargersi il panico tra le persone in attesa, si guarda il sito dai cellulari, si cerca il personale di Ryanair per chiedere conferma, sperando che sia un errore. Non è un errore: l’ora stimata è proprio quella. Ci toccano altre sette ore di attesa. Come minimo, perché è un orario stimato, non certo. E così intanto realizzo che il concerto di Vinicio Capossela, che si terrà stasera, per me salta senza speranza.
La prima versione che ci viene fornita dalla compagnia è quella di un problema tecnico, che si sta cercando di risolvere. Bisogna capire se i pezzi necessari sono disponibili e se l’intervento è fattibile nei tempi necessari. Dopo una fase iniziale di rabbia in cui tutti smadonnano e annunciano richieste di rimborso, comincia a subentrare la rassegnazione. C’è da dire che noi siamo quelli messi peggio, ma guardando gli schermi quasi tutti i voli Ryanair sono in ritardo. Passano un paio d’ore e viene comunicato che se ci rechiamo al banco della compagnia ci verrà consegnato un buono pasto da 10 euro per la cena. Ci confermano che l’ora prevista resta sempre quella.
Tento di ammazzare il tempo come posso, leggendo un libro e ascoltando musica, soprattutto Bombino, il Jimi Hendrix dei Touareg, che a questo punto è il primo concerto che posso sperare di vedere. Ogni tanto devo per forza alzarmi, e giro come un’anima in pena per la sala dei gate trascinando il mio trolley. La sala non è grandissima per cui mi trovo a fare sempre gli stessi giri; man mano che passano le ore mi sento sempre più come Tom Hanks in The Terminal, quel film dove lui per questioni burocratiche restava per mesi bloccato in aeroporto senza poterne uscire.
Per fortuna riesco almeno a fare due chiacchiere con una ragazza andalusa e un ragazzo catalano, che anche loro sono entrambi da soli in attesa del volo per Barcellona, anch’esso in ritardo. Argomento principale: Ryanair. E come ti sbagli… tutti lì a dire che non prenderemo mai più un loro volo, che forse siamo anche stati un po’ stupidi, che dovevamo saperlo, sì va be’ però oggi non c’erano scioperi programmati e poi non pensi mai che possa capitare proprio a te ecc. ecc.
Nel frattempo, dai messaggi che arrivano sul gruppo whatsapp che le Mariposas hanno aperto per i viaggiatori, scopro che tutti i miei compagni di viaggio, uno dopo l’altro, stanno arrivando a Cagliari e la frustrazione aumenta. Per quanto riguarda me, le ragazze mi assicurano che verranno loro a prendermi, anche nel cuore della notte: il volo atterrerà verso le tre. Ma come, chiedo, non potete mandare qualcuno, oppure prendo un taxi… mi dispiace farvi fare quest’ora, anche se ovviamente non è colpa mia. Ricevo in risposta l’hashtag #Mariposasontheroad. Comincio a capire che queste ragazze sono davvero speciali.
Si fa la fila per caricare i telefoni nell’unico posto dove ci sono delle prese disponibili, perché per il resto anche le colonnine di ricarica sono a pagamento. Un altro diversivo ce lo fornisce un pianoforte a coda piazzato nel mezzo della sala che ogni tanto qualcuno suona. Il più delle volte sono bambini che picchiano sui tasti a caso, con effetti non proprio piacevoli. Ma a un certo punto si siede una ragazza che, prima timidamente poi con più sicurezza, sciorina brani di musica classica. Gli applausi la spingono a continuare per un quarto d’ora buono.
E così finalmente arriva l’ora di partire. Come da politica recentemente instaurata da Ryanair (io lo scopro in questa occasione), solo chi ha pagato la priorità può imbarcare il bagaglio a mano in cabina, tutti gli altri bagagli finiranno in stiva. Domando allora a cosa serve rispettare delle misure per il bagaglio a mano, se comunque non si carica in cabina, ma la hostess mi fulmina con lo sguardo. Lascio perdere, capisco che sono stressati anche loro e ovviamente non hanno colpa, polemizzare con loro non serve a niente. Ma non tutti sembrano capirlo, e così l’imbarco va a rilento.
Si decolla, alla fine. Il comandante saluta e si scusa per il ritardo, attribuendolo però non a un problema tecnico ma ad un ritardo dell’equipaggio dovuto a un volo precedente. C’è un brusio di sconcerto.
Il volo fila via liscio, tento di dormire ma non c’è verso. All’atterraggio nuove scuse, e di nuovo si torna a parlare di problema tecnico. Forse c’è sotto qualcosa, queste diverse versioni sono sospette, ma in questo momento tutti abbiamo solo voglia di andare a dormire e non pensarci più. Si scende, a piedi sulla pista e poi nell’aeroporto deserto trascinandosi assonnati e silenziosi come un branco di fantasmi. Ho scritto alle ragazze (sì, perché sono pure venute in due, Viola e Angelica) che dovranno aspettare anche la consegna dei bagagli al nastro, ma nulla le spaventa: solo emoji sorridenti e parole dolci di benvenuto.
Ed eccole, nel salone degli arrivi, con la maglietta nera di ViaggieMiraggi: il sorriso ce l’hanno per davvero, appena un’ombra di stanchezza sui faccini ma comunque belle, solari e accoglienti, subito baci come se ci conoscessimo da tempo. Essere accolti così ti fa dimenticare in un attimo le lunghe ore di attesa e pregustare già i giorni che verranno.
Con Viola abbiamo già parlato al telefono, mi ha spiegato che in effetti un pochino mi conosce… “di fama”, per così dire. Ha letto il mio diario del Delta del Danubio, perché quel viaggio lo ha fatto anche lei, e così abbiamo anche un po’ di amici (e soprattutto amiche) in comune, un po’ per quel viaggio e un po’ per quello che Radio Popolare ha organizzato in Sardegna nel dicembre 2016. È lei che guida nella notte verso Mogoro, mentre Angelica, per tutti Gegia, ha guidato per raggiungere l’aeroporto.
Le prime chiacchiere con loro sono appunto sugli amici in comune e sui viaggi, poi mi raccontano qualcosa dei compagni di viaggio e di quello che faremo domani… anzi oggi, per la verità. Scopro che purtroppo, venendo a prendere me, hanno dovuto riportare all’aeroporto una persona che deve rinunciare al viaggio perché la salute del suo anziano padre è improvvisamente peggiorata. Mi dispiace, anche perché so cosa vuol dire, ma naturalmente noi non ci possiamo fare niente.
Scopro anche, parlando di come per caso ho scoperto Bombino tre anni fa a Lecce, dove apriva un concerto del tour della Notte della Taranta, che Viola è salentina, di Galatina, bellissimo paese dove sempre tre anni fa mi è capitato di assistere a un altro concerto di musica più… tradizionale. Lei ha studiato a Bologna e vissuto a Lodi, poi l’amore l’ha portata qui in Sardegna: il suo fidanzato è di queste parti.
Il ragazzo di Gegia invece fa lo stesso lavoro mio, quello che faccio per mangiare intendo, cioè è un ingegnere ambientale. Ma lei ci tiene a dire che è anche un musicista e che ha cominciato prima a suonare e poi a fare l’ingegnere, quindi prima creativo e poi sì, anche ingegnere. Come la capisco…
Mi chiedono se ho mangiato, rispondo di sì, un panino in aeroporto l’ho addentato, fino alla mattina posso reggere. Loro hanno fatto una bella e ricca cena con i miei compagni di viaggio all’agriturismo di Michele Cuscusa, nelle campagne tra Mogoro e Gonnostramatza, dove ci stiamo dirigendo ora. Anzi, la cena si è prolungata al punto che nessuno è riuscito ad andare al concerto di Vinicio Capossela, tranne Silvia, un’altra delle Mariposas che conoscerò domani. In un certo senso questo un po’ mi consola, è sempre una delusione averlo perso ma in fondo io Vinicio lo conosco bene, ho già visto diversi suoi concerti… insomma va bene, è andata così. Quando arriviamo sono ormai quasi le quattro ma loro, impagabili, mi offrono una fetta d’anguria e… come faccio a dire di no? Così, mentre loro salutano e se ne vanno verso Mogoro per dormire almeno tre o quattro ore, io resto qualche minuto seduto al fresco del cortile, sbocconcellando una fetta di succosa anguria su un tavolo di legno grezzo e pensando alle cose belle che mi aspettano domani, anzi oggi.
E ora sì, ora il racconto del viaggio può veramente cominciare.

 

Abberi sa zanna                                                             Apri la porta
e sona su solittu                                                             e suona il flauto,
sona pro lu cramare,                                                    suona per chiamarlo,
che sia’ comente a tie.                                                   che sia come te.
Ma prima de sonare                                                      Ma prima di suonare
faghedi bella, e                                                                fatti bella, e
no’ solu a fora,                                                                non solo esternamente,
si lu cheres bellu.                                                            se lo vuoi bello.
Imbiache unu sonu                                                         Soffia un suono
chi no’ sia dae te                                                             che non venga da te
ma dae su chelu.                                                             ma dal cielo.
Chi su solittu                                                                   Che il flauto
siada sa carrela                                                              sia la strada
chi paris pode’ ponnere                                                 che unisce
sa terra con su chelu.                                                     la terra con il cielo.

(Solittu ‘e canna, Lidia Murgia)

Venerdì 3 agosto 2018: Primo giorno – Le tessitrici, il nuraghe, il porceddu e… Bombino!

Circa tre orette di sonno, in un modo o nell’altro, sono riuscito a farle, anche se faccio sempre un po’ fatica ad adattarmi a un letto nuovo e il caldo era pesante. Non ho voluto accendere l’aria condizionata, di notte non lo faccio mai se non in situazioni veramente disperate, perché mi infastidisce il rumore.
Ad ogni modo, la mia faccia non può peggiorare più di tanto e quindi mi faccio forza e mi dirigo verso la sala della colazione, per fare conoscenza con il gruppo. Alla spicciolata arrivano un po’ tutti; dovevamo essere dieci, ma per motivi diversi due persone hanno rinunciato e quindi siamo in otto. Come sempre schiacciante maggioranza femminile: l’unico uomo, oltre a me, è Umberto, che è con la moglie Antonella. Poi abbiamo Diletta, Laura, Mariarosa, Simona e Stefania. Che se aggiungiamo le Mariposas ci mettono veramente più che in minoranza… e non è tutto: ora non è qui ma so che nel gruppo c’è anche la “collega” francese Magali, che è una blogger di viaggi sicuramente più seria di me, per cui siamo praticamente 11 a 2. Ma a me poi in fondo non dispiace, anzi. Come provenienza geografica, prevalentemente siamo su Milano e dintorni, ma abbiamo Mariarosa che viene da Palermo e Diletta da Perugia.
A fare gli onori di casa c’è Michele, pastore e agricoltore, che gestisce l’agriturismo. I Cuscusa sono sette fratelli, tutti impegnati con compiti diversi in questa fattoria. Ci troviamo a Gonnostramatza, che è un piccolo comune di 880 abitanti; il nome Gonnos (paese) Tramatza (tamerice) viene dalla ampia presenza della pianta nei dintorni del paese. Questo agriturismo è anche una fattoria didattica ed è la prima Accademia del latte in Italia, con un ampio ventaglio di corsi che abbracciano tutti i saperi del mondo del latte. Si può diventare “Milk Master” (o per meglio dire casaro) in tre giorni, imparando a fare oltre 50 prodotti diversi. Poi ci sono i corsi specialistici, su tutte le fasi del processo, su tutto quello che serve per diventare imprenditori del latte e su tutti i prodotti: bevande lattiche, dessert e creme spalmabili, formaggi fusi, yogurt agricolo, formaggi a pasta molle e a pasta dura, erborinati o lattosio free, per tutti i gusti insomma, e, dulcis in fundo, il gelato agricolo. Michele propone infatti il Bèè…lato, ovvero il gelato di pecorino. Tutto ciò rigorosamente biologico: da anni Michele scommette sul biologico e su un nuovo modo di fare accoglienza etico, esperienziale e sostenibile.

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Michele e il suo vino

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Avrete già capito che in un posto del genere anche la colazione non può che essere… un’esperienza sensoriale. Ci sono croissant freschi appena sfornati, dolci sardi, yogurt, panna cotta, budino al cioccolato, ogni genere di delizia del palato. E c’è Michele che, instancabile, porta caffè, latte e succhi a getto continuo, senza per questo smettere di spiegare con orgoglio i suoi prodotti: soprattutto vi raccomando lo yogurt, che è fatto con un misto di latte di pecora e di capra, con il metodo greco ma probiotico. Insomma fa bene, ma soprattutto è una bontà.
A un certo punto ci dobbiamo alzare, anche per non immagazzinare in un solo colpo tutte le calorie che ci basterebbero per un paio di giorni… è veramente dura trattenersi, qui. Per fortuna arrivano le nostre ragazze e ci richiamano all’ordine, con l’aiuto di Michele che chiama a raccolta i ritardatari con i campanacci delle pecore. Questa mattina saranno con noi Gegia e Silvia, la terza Mariposa che conosco: riccioli neri, occhi scuri e sorriso che conquista. La povera Gegia ha dormito quanto me, forse meno, e anche Silvia, che è stata al concerto, non deve aver dormito molto. Eppure eccole qua, allegre e prontissime a scarrozzarci un po’ in giro. L’altro loro nuovo hashtag “#Mariposas mairiposan” è quanto mai appropriato.
Disponiamo di un pullmino bianco preso a noleggio, diciamo non nuovissimo, che Silvia si incarica di condurre, e della macchina di Gegia, dato che nel pullmino tutti non ci stiamo. Si è unita a noi anche la collega Magali (ovviamente si dice Magalì con l’accento sulla i, alla francese), da Parigi. Parla un italiano praticamente perfetto, giusto con quel goccino di accento francese che male non fa. Somiglia un po’ a Audrey Hepburn, con in più una macchina fotografica superprofessionale dotata di un megateleobiettivo. Lei è una vera globetrotter, anzi al femminile globetrotteuse: non per niente il nome del suo blog è maglobetrotteuse.com. Se ci fate un giro, e ve lo consiglio vivamente (ovviamente serve un minimo di conoscenza della lingua dei cugini d’oltralpe), scoprirete che è stata veramente ovunque nel mondo, e se esiste un posto dove non è ancora andata sicuramente ci andrà.

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Silvia al volante

Con i nostri potenti mezzi partiamo alla scoperta della Marmilla, questa “sub regione” storica dell’isola, che deriva il suo nome dalle sinuose colline simili a mammelle e che è terra rurale di antica tradizione contadina, testimoniata dai piccoli centri storici sospesi nel tempo, tra corti murate, abitazioni in ladiri (mattoni di terra cruda) e antichi portali. È terra ricca di storia, di archeologia e di cultura, lo raccontano bene menhir, domus de janas (le janas sono le fate della tradizione sarda), e nuraghi, tesori disseminati in tutto il territorio. È dolce, antica e forte, la Marmilla, terra di antichi saperi, di esperte mani artigiane che lavorano tessuti, legno, ossidiana e ceramiche, e di sapori unici: pasta, dolci, olio d’oliva, miele, legumi, pane e buon vino.

A proposito di esperte mani artigiane, il primo appuntamento è con la cooperativa di tessitrici “Su Trobasciu” (Il Telaio) a Mogoro. Mogoro, scherzano le ragazze, è la Big City della Marmilla, e si riconosce perché la gente cammina in mezzo alla strada. Effettivamente, con i suoi 4.000 abitanti circa, Mogoro è il paese più popoloso della sub-regione collinare della Marmilla e vanta una fiorente attività dell’artigianato artistico tessile e del legno, oltre ad una eccellente produzione vitivinicola. Premiato nel 2015 per la Sostenibilità Ambientale, Mogoro fa parte dell’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi, una rete di Enti locali che opera a favore di una armoniosa e sostenibile gestione dei propri territori. Da sempre impegnata nella preservazione e nella valorizzazione della tradizione sarda, la comunità mogorese ha l’obiettivo di far riconoscere il paese quale polo d’attrazione culturale ed artistica, salvaguardando e diffondendo la lingua e la cultura della Sardegna.
La Cooperativa Artigiana SU TROBASCIU, costituita nel I978, è composta esclusivamente da donne e continua una tradizione che sino a pochi decenni fa veniva tramandata di madre in figlia. Al telaio le donne mogoresi producevano i tessuti che componevano il corredo: da quelli utili come il tovagliato e le coperte, a quelli decorativi come gli arazzi. Il laboratorio mantiene ancora oggi inalterata la tecnica di lavorazione su telai manuali. I materiali utilizzati sono tutte fibre naturali (lana, cotone, lino, seta) ad eccezione dei fili dorati e argentati che impreziosiscono i bellissimi arazzi dove ritroviamo i motivi tradizionali quali il liocorno, i cavalli, le colombe e i motivi floreali.
A spiegarci tutto c’è Vilda, che è la presidente della cooperativa. Ci conferma che qui ogni donna a 14 anni iniziava a tessere: la prima cosa, la più semplice, da cui si iniziava era la tela per i sacchi del grano. Poi si facevano le bisacce, il copritavolo, la coperta, il copriletto estivo e per finire gli arazzi. Gli arazzi erano quegli oggetti che le donne facevano per abbellirsi la casa, in mancanza di architetti e designer…
In Sardegna, a partire dal ’56, alcuni artisti sensibili alla questione dei saperi che si sarebbero persi pensarono di creare un ente strumentale della Regione per sostenere soprattutto la tessitura. Andarono nei paesi più rinomati per la tessitura e chiesero a diverse donne di costituire imprese per poter continuare questi mestieri. Quello dove ci troviamo ora è proprio uno di quei centri, nati per tutelare la tessitura tradizionale. Le donne si costituirono in cooperativa, e nel ’78 nacque appunto Su Trobasciu, dove oggi oltre al laboratorio c’è uno spazio espositivo per artigianato, non solo tessile, da tutta la Sardegna.
L’epoca più fiorente per l’artigianato in Sardegna è stata tra gli anni ’70 e gli anni ’80, grazie anche a questo ente che sosteneva le imprese in particolare nella fase iniziale. Ora qui nella cooperativa lavorano sette donne. Dice Vilda, e come darle torto, che i fili sono una cosa che ti lega: quando ci entri non riesci più a uscirne, resti intrappolata nella rete che tu stessa hai tessuto; passando tutto il giorno al telaio questo diventa in qualche modo il tuo compagno per la vita. E così il matriarcato continua… del resto il matriarcato in Sardegna è storia, ci ricorda Vilda, e anche qui non si può che darle ragione.
Passiamo al laboratorio, dove una signora sta realizzando un disegno della tradizione, un antico copritavola del 1800. Questi telai sono orizzontali, e permettono di fare tante cose, mentre con i telai verticali ci si deve limitare a trama e ordito, tutto di lana, che è la tessitura primordiale più diffusa nel mondo. In questo momento sono in lavorazione anche quelli che poi, tagliati, diventeranno dei portachiavi con il tradizionale disegno sardo di “Isso e Issa”, lui e lei. Ma qui, attenzione, esistono tutte le varianti: ci sono anche “Isso e Isso” e “Issa e Issa”.
Possiamo vedere anche la tecnica dei cosiddetti pibiones. Quella dei pibiones è una tecnica tradizionale di tessitura a grani tipica della Sardegna. La parola pibiones in Sardo significa acini d’uva, ed è il nome dato ai piccoli anelli di filato che sporgono dalla superficie del tessuto formando un disegno. Il disegno, il vero e proprio pibiones, è creato da un filo di trama supplementare, di dimensione maggiore di quelli che costituiscono la tela di fondo. Questo filo supplementare, detto tramone, dopo essere stato fatto entrare nel passo viene alzato con le dita, facendolo passare tra due fili d’ordito vicini, poi viene fatto girare attorno ad una sottile bacchetta metallica, detta agu, formando un anellino. Alzati tutti gli anelli della riga il tramone viene bloccato con la battitura di qualche riga della trama di fondo e successivamente la bacchetta viene sfilata. La dimensione dell’anellino è determinata dal diametro della bacchetta che è posata sopra i fili dell’ordito. Alzando il filo a formare gli anelli solo in corrispondenza dei punti stabiliti dallo schema, tradizionalmente disegnato su un foglio quadrettato, si crea il disegno, che può essere geometrico o riportare animali, fiori o personaggi fortemente stilizzati.
Anticamente questa tecnica era destinata ai copriletti di pregio, detti “fànugas“, che comparivano solo nei corredi più ricchi, oggi trova applicazione in molti oggetti di arredamento come cuscini, tovaglie, tappeti, tende.
È ovvio dirlo, ma guardando la manualità e l’abilità di queste signore si riesce solo a immaginare quanta pazienza, applicazione e concentrazione richieda questo lavoro, fatto in questo modo. Con telai manuali come questi, costruiti dalla stessa cooperativa con l’aiuto dove serve di esperti artigiani del legno, a seconda del tipo di tessitura si possono fare da 7 cm al giorno a 20 cm. È davvero un sapere che è anche cultura, bisogna impedire che vada perso anche se oggi è sempre più dura. Si dice che fossero le janas, le fate, a tramandare l’arte della tessitura, e vedendo lavorare queste signore viene da pensare che sia proprio così: si sente nell’aria qualcosa che assomiglia davvero a una magia.

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Salutiamo Vilda e ripartiamo verso la seconda importante meta della giornata, che è il nuraghe di Cuccurada.
Il complesso archeologico di Cuccurada sorge sulla punta meridionale del tavolato basaltico mogorese di “Sa Struvina”, in posizione di ampio dominio sulla piana del Campidano e sulla valle del Rio Mogoro. Le attività di scavo effettuatesi dal 1994 ad oggi hanno evidenziato la presenza di strutture monumentali riferibili a diversi periodi: una muraglia megalitica, una struttura ciclopica a pianta ellittica (Cuccurada A), riferibili all’Eneolitico evoluto (Cultura Monte Claro 2700 – 2200 a.C.) e un insediamento abitativo su cui insistono le spettacolari strutture di un originale nuraghe complesso (Cuccurada B), originatosi su un primitivo edificio a corridoio. Nell’area archeologica si segnalano inoltre rinvenimenti isolati di materiali più antichi, riferibili alla Cultura di S. Michele di Ozieri, risalente al Neolitico Finale (3200 – 2800 a.C.).
Il nuraghe Cuccurada, lungo 47 m, largo 33 m e alto circa 17 m, è di tipo polilobato, con quattro torri angolari collegate da mura rettilinee che racchiudono un cortile dove si trova anche la torre centrale, detta mastio, e può essere datato al primo periodo nuragico (1600 a.C. circa). Ma come si è scoperto durante gli ultimi scavi l’origine dell’insediamento è probabilmente da collocare in età prenuragica, ad opera di popolazioni inquadrabili nella cosiddetta Cultura di Monte Claro, come dimostrano i ritrovamenti litici in ossidiana, le particolari ceramiche, e la costruzione della parte più antica del nuraghe, che è realizzata con grossi massi appena sbozzati, sistemati in filari discontinui e irregolari, in una tecnica non attribuibile ai nuragici.
La torre che si trova a sud-est è sicuramente un cosiddetto proto-nuraghe, infatti la muratura è apparentemente diritta e non rastremata verso l’alto, e terminava con una copertura di lastroni orizzontali in pietra. Sempre nella parte più antica sono presenti una grande scalinata, che probabilmente apparteneva ad un luogo di culto prenuragico, e un’antichissima muraglia dello stesso periodo. Tra i molti reperti trovati appartenenti ad un periodo di tempo che va da oltre il 2000 a.C. al periodo paleocristiano, si segnalano alcune monete puniche e romane, spilloni in osso, centinaia di teste di capra, lucerne cristiane e con simboli ebraici. Gli scavi ancora in corso potranno far luce sui molti misteri di questo monumento preistorico.
L’archeologo che ci accompagna nella visita, Paolo Pinna, ci tiene giustamente anche a spiegarci dove ci troviamo. Siamo a 110 m di quota, su un’altura che è in realtà una lingua di lava che ha creato “Sa Struvina”. Da qui si vede tutto il Sinis di Cabras e il golfo di Oristano, che si trova a 47 km in linea d’aria. Questo luogo, la piana del Campidano, dato che solo un terzo della terra sarda è coltivabile, è da sempre il granaio della Sardegna, fin dall’epoca romana e ancora prima, in epoca nuragica appunto. È dal IV millennio a.C. che l’uomo vive su questa altura. Poco distante da qui, al di là del fiume, c’è uno dei siti capannicoli più importanti della Cultura di Ozieri. Qui a Cuccurada si vedono tutte le tecniche costruttive dell’uomo in Sardegna, dal neolitico fino al medioevo. Attorno al 2700 a.C. sorgono le prime strutture in pietra. Cosa fondamentale, sono tutte pietre appoggiate, senza l’uso di malta. Uno dei più grandi misteri rimane proprio questo, come riuscissero a costruire in questo modo e come facessero, soprattutto, a sollevare le pietre più grandi e pesanti. Il protonuraghe, datato circa 1900 a.C., era fatto a corridoio, con una struttura tronco-ogivale e una grande pietra appoggiata sopra di piatto. A un certo punto, poi, i nuragici scoprono che andando avanti a cerchi concentrici che vanno a stringersi verso l’alto si può chiudere la struttura con quella che viene chiamata una tholos, una falsa cupola.

Con l’inizio dei grandi commerci e delle grandi navigazioni nasce l’esigenza di fortificarsi, per questioni socio-economiche e politiche. Ed ecco che nascono le grandi torri, antenate di quelle dei castelli medioevali. Qui erano quattro. Circa 500 anni dopo il protonuraghe viene costruito, con una tecnica ormai più raffinata, il grande muro che unisce le quattro torri. Si può vedere una sala con nicchie di forma ogivale e sedute, che era probabilmente una sala di riunione, dove forse avveniva anche la filatura della lana. Qui è stato ritrovato un bottone con una scena di caccia rituale, dove il cacciatore affonda la lancia in un muflone, che viene anche morso da un cane.
Dall’alto del nuraghe lo sguardo spazia e si vede in lontananza un monte che si dice ricordi il profilo di Napoleone, ma ci vuole un po’ di fantasia, ne conviene anche Magali.
Visita molto interessante, anche perché Paolo è bravo e coinvolgente, sa come esporre in maniera completa ed esaustiva alleggerendo con una battuta quando serve. Lui, in società con un architetto (la società si chiama “Arch” non a caso: un archeologo e un architetto), ha da poco avuto in appalto dal Comune la gestione di questo sito, dove sono ancora in corso lavori di scavo, e ha tutta l’aria di uno che è in grado di fare questo lavoro al meglio.

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Noi, però, dopo aver fatto questa visita forse in condizioni non ideali dal punto di vista climatico, sotto il sole a picco di mezzogiorno, abbiamo bisogno di un momento di relax. E allora cosa c’è di meglio di un bel pranzo all’aperto, nel verde? Con il pullmino raggiungiamo un’area appositamente attrezzata nella località campestre di Santa Maria Carcaxia, dove si tengono anche feste, pranzi di matrimonio e quant’altro. Le nostre solerti Mariposas-mairiposan hanno portato tutto quello che serve per… il “Porceddu Moment”! Nel senso che il re della tavola è lui, il leggendario maialino sardo, tenero al punto giusto e presentato come si deve su un vassoio tradizionale in sughero.
Ma se il porceddu è il clou anche tutto quello che lo introduce e lo accompagna non è affatto da meno: Assaggi di pecorino e salame, pomodori ripieni, cipolline, olive, insalata e per finire un gustoso melone.
Il Porceddu Moment serve anche a cementare il gruppo, anche se in realtà non è che ce ne sia troppo bisogno. È solo il primo giorno (almeno per me, il resto del gruppo è stato già un po’ insieme ieri), ma sembra già che stiamo insieme da una settimana. Intanto, è arrivata e si è unita a noi anche Viola.

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Gegia e il porceddu

La parola in sardo del giorno è sicuramente sciadau (sciadada al femminile), che significa povero/a, poverino/a, non in senso dispregiativo ma proprio per riferirsi a qualcuno che in quel momento se la passa male, ma non dipende da lui, che anzi si sforza e fa tutto quello che può. Silvia la usa spesso. Va detto, en passant, che prima di tutto il sardo è una lingua e non un dialetto, e questo si sa; ma anche che esistono diverse varianti della limba sarda: quello che si parla in questa zona è il sardo campidanese, che nel 2006 risultava capito da 942.000 persone (96,9% dei residenti) e parlato da 670.000 persone (68,9% della popolazione). Abbiamo già visto che Viola, pur essendo salentina, lo capisce e lo parla piuttosto bene. Ma per lei è facile, ha studiato lingue, è portata… noi non avremo certamente modo di impararlo, ma a me piace sempre portarmi a casa qualche parola, nel mio piccolo sono anch’io un appassionato, e allora magari vi butterò lì qualche chicca. Qualcosa di più dei soliti “Eia” e “Aió”, insomma. Comunque, per quei pochi che non lo sapessero eia vuol dire sì, mentre aió è un incoraggiamento, è come dire su, forza, dai.

A questo punto, visto il sole accecante e la calura delle prime ore del pomeriggio, la cosa migliore è rifugiarsi da Michele e farsi una bella siesta. Volendo, c’è anche un’amaca a disposizione.
Dobbiamo riposarci in vista del primo concerto che seguiremo stasera nell’ambito del Dromos festival, un festival itinerante che tocca località piccole e grandi della Marmilla e del Campidano oristanese. Questa sera fa tappa proprio qui, a Mogoro. Si tratta di un festival che abbraccia vari generi musicali e che fa del meticciato musicale e culturale una delle sue ragioni d’esistere. Inoltre il tema di quest’anno, che in occasione dei cinquant’anni dal ’68 è “Revolution”, non può che essere gradito e di buon auspicio per un gruppo come noi, patrocinato da Radio Popolare. Ecco un estratto della presentazione di questo tema, dal sito del festival www.dromosfestival.it:

Fu vera rivoluzione o fu, piuttosto, una catastrofe generazionale? A cinquant’anni dal ’68, anno “formidabile” e cruciale per alcuni dei suoi protagonisti, horribilis per altri – almeno per coloro che dalle barricate sono approdati a posizioni antitetiche rispetto agli ideali e alle utopie di allora –, il festival Dromos proporrà una meditazione e alcuni spunti di riflessione inserendosi in un dibattito che, giocoforza, caratterizzerà e accenderà gli animi per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario.
Sarà, pertanto, DromosRevolution, e sarà, al contempo, l’occasione per festeggiare un altro anniversario, di certo meno dirompente ma che, nell’ambito della cultura isolana, ha segnato e continua a segnare il percorso musicale e culturale più in generale: il ventennale del festival.
Certo è che il ’68 innestò mutamenti reali nel costume, nella musica, nell’arte, nei rapporti tra le persone, nella sessualità, nell’abbigliamento e nelle tendenze giovanili, determinando o aprendo a stravolgimenti e aperture nei diritti individuali – delle donne in primo luogo –, dei discriminati, degli emarginati, dei pazienti psichiatrici e, ancora, una diversa sensibilità verso i problemi ecologici dei quali si cominciò a cogliere la reale portata a causa di una sempre più pervasiva e incontrollata industrializzazione.
Fu, soprattutto – e questo è l’aspetto che vorremmo approfondire, in linea con le tematiche che da sempre caratterizzano il festival Dromos – l’aspirazione di una generazione nel portare l’immaginazione al potere, secondo le teorie di Herbert Marcuse, uno dei padri nobili di quell’immaginifico e per certi versi irripetibile momento politico, sociale e culturale.
In tale ottica, si muoverà anche il festival Dromos che – tagliato il lusinghiero traguardo dei vent’anni di vita –, affiderà ancora una volta alla musica, nelle sue diverse declinazioni e contaminazioni, all’arte, alla fotografia, alla letteratura e al cinema, il compito di esaltare la forza utopica e vivificante dell’immaginazione, la possibilità di liberare il pensiero creativo, di divulgarlo e di condividerlo con un pubblico sempre più vasto ed esigente, festeggiando il potere dell’immaginazione e nella consapevolezza che la “rivoluzione umana” è più importante di tutte le rivoluzioni e, allo stesso tempo, la più necessaria per l’umanità (Daisaku Ikeda).

Per chi si chiedesse cosa significa Dromos, il dromos è un corridoio a cielo aperto di varia lunghezza, scavato nel terreno o ricavato nella roccia, che conduce all’ingresso di una sepoltura. È un elemento architettonico piuttosto usato nelle necropoli a domus de janas (dimore delle fate), che sono tipiche della Sardegna. Quindi corridoio come attraversamento, collegamento, creazione di relazioni.

La line up, come ho già detto, è di tutto rispetto. Stasera è di scena Bombino, che dopo averlo scoperto per caso a Lecce è diventato uno dei miei idoli musicali in assoluto di questo periodo, prima ancora che suonasse alla festa di Radio Popolare del settembre 2017.
Prima di partire per finire il pomeriggio alla Fiera dell’Artigianato di Mogoro e poi gustarci il concerto, Michele ci offre un caffè e si chiacchiera in libertà. Ci ha raggiunto la quarta Mariposa, ultima ma solo in ordine di apparizione, nel senso che è l’ultima che conosco: Laura, per tutti Lalli. Lei è la sola delle quattro che ha i capelli lisci. Esiste infatti una versione secondo cui Lalli sarebbe un’abbreviazione di “Lalliscia”. Ma in fondo per una che si chiama Laura, al di là di questo, Lalla o Lalli ci sta. Lei è anche quella che, nel gruppo, si è assunta una delle incombenze che in genere non piacciono a nessuno, cioè quella di fare i conti. Ma non è solo questo, ovviamente. Scopriremo che è anche lei, come le altre, una piacevolissima compagna di viaggio. E per di più queste ragazze sono una più bella dell’altra.

Nel frattempo, ci ascoltiamo anche la performance di Silvia, che stamattina ha registrato un’intervista a Radio Popolare sui contenuti del nostro viaggio, e che sta andando in onda adesso. Parliamo delle nostre aspettative per la serata e di fronte a tanto entusiasmo, soprattutto da parte mia, per Bombino, Michele si mostra perplesso:
“Ma questo Bombino… è del continente?”
“Ehm… sì” – rispondo ridendo – “In effetti sì, ma… del continente africano!”.
Invitiamo anche lui a venire al concerto, ma non sembra ancora troppo convinto.
Noi partiamo, perché prima del concerto vogliamo visitare la Fiera dell’Artigianato artistico di Mogoro, che si tiene in un edificio che affaccia proprio sulla piazza dove si terrà il concerto.
Giunta alla sua 57esima edizione, la fiera rappresenta un momento importante per tutto il settore dell’artigianato artistico d’eccellenza dell’isola: al centro di tutto ci sono gli Artigiani e le loro preziose opere. Trame e orditi, legni intagliati testimoni di tradizioni secolari, ori raffinati e lucenti, ceramiche dalle mille forme e colori, riflessi di ferri, vetri e coltelli, dettagli minuziosi di cestini intrecciati e pelli cucite, si presentano agli occhi dei visitatori in uno spazio espositivo di oltre 2500 mq.
La fiera ospita lavori di artigiani da tutta la Sardegna, e in settori molto vari: ceramica, oreficeria, legno, tessitura, metalli, vetro, coltelleria, cestineria, pelletteria, ricamo e anche agroalimentare. È grande e piena di oggetti interessanti. Rincontriamo la nostra amica Vilda, di Su Trobasciu, che qui ha un’ampia esposizione di prodotti. Ma ci sono tanti oggetti interessanti e creativi, di tutti i generi.
Restando nel tessile, c’è un laboratorio di Mogoro che propone la fibra di latte, un filato ecologico e alternativo derivato dalla caseina del latte, che compare per la prima volta nel campo della tessitura tradizionale. Può essere realizzata con gli scarti della lavorazione del latte, o con il latte non utilizzato che verrebbe altrimenti smaltito.
Mentre invece, ad esempio, nella parte dedicata all’oreficeria ci sono le fedi sarde. Con il termine fede sarda, si intende il tipico anello realizzato in filigrana sarda utilizzato fin dall’antichità dalle donne della regione. L’anello aveva un valore non soltanto economico ma anche simbolico. Veniva tramandato da madre in figlia di generazione in generazione ed è per questo motivo che ancora oggi è possibile vedere degli esemplari antichissimi di fede sarda alle dita di giovanissime ragazze.
Non ne esiste un solo modello, ma veniva e viene tutt’ora realizzata in modi differenti da provincia a provincia. I modelli più conosciuti sono quelli a nido d’ape e quelli a foglia. Il primo è composto da piccoli ricci di filigrana che creano la sembianza di un nido d’ape mentre il secondo modello è composto da piccole palmette sempre in filigrana che danno l’effetto di una foglia. Tutti i modelli sono realizzati con microsfere. Nell’anello sardo, i pallini hanno non solo una funzione ornamentale ma anche simbolica, rappresentavano infatti i chicchi di grano, simbolo di abbondanza e di prosperità (così come tuttora viene lanciato il riso misto a grano durante i matrimoni).
Questo prezioso monile era il tipico anello di fidanzamento, e si racconta che nell’antichità l’uomo si rivolgesse a delle piccole fate (le famose Janas, che trascorrevano la loro vita a tessere su telai d’oro e a cucire stoffe preziose con fili d’oro e di argento), per avere protezione e un gioiello da dare alla sua amata.
Un altro gioiello tipico è Su coccu, antico amuleto sardo, che serve per proteggere dal malocchio. La pietra infatti assorbe gli influssi negativi. Tradizionalmente la pietra è di ossidiana o di onice, incastonata tra due coppette d’argento. Portato come ciondolo è un potente amuleto contro il malocchio. Si narra che se gli influssi negativi sono troppo forti, su coccu si spezza, ma la persona rimane illesa. Ha il compito di proteggere la persona che lo indossa da ogni dolore, di preservarla dalle aggressioni di animali velenosi, ma soprattutto dalle persone velenose. Questo amuleto deve assolutamente essere caricato con delle preghiere particolari in lingua sarda che attivano la sua potente protezione contro il male. Su coccu montato sulla spilla d’argento, lavorata a mano finemente, viene regalato ai bambini appena nati dalla nonna o dalla madrina per proteggerli dall’invidia e dal malocchio. Si appuntava all’altezza del cuore e aveva il compito di catturare l’occhio invidioso altrui che avrebbe potuto causare al bambino del male. Si mette sulla culla, sul passeggino o sugli abiti e assorbe le energie negative. Con il tempo anche su coccu ha subito delle modifiche, nel senso che nell’antichità era molto gettonata la spilla; dato che le donne portavano il velo in testa, si usava appuntarlo lì oppure nel corpetto. Attualmente, essendo cambiati i tempi ma soprattutto i vestiti, si usano bracciali, orecchini e ciondoli. Prima veniva rigorosamente regalato, ma oggi si usa anche comprarlo per sé stessi. Si può regalare anche a una sposa per proteggere lei e il suo rapporto, oppure a una persona cara colpita dal malocchio.

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Su coccu

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Usciti dalla fiera, in attesa del concerto ci facciamo un panino veloce e una birra al baracchino in piazza, dove tra l’altro questa sera lavora il fidanzato di Viola.
In questa piazza abbiamo appuntamento anche con Claudio Agostoni, che accompagnerà il viaggio per Radio Popolare. Sono amico di Claudio e di sua moglie Rossana da parecchio tempo, ormai, e lo rivedo sempre con piacere.
Prima del concerto, vediamo Bombino rilasciare un’intervista con il suo solito fare da ragazzo timido e quella sua voce così particolare. So già che sul palco, poi, si trasformerà. Il suo vero nome è Goumar Moukhtar, è nigerino. Il nome Bombino viene dal soprannome che gli era stato affibbiato, storpiando la parola bambino, quando da ragazzino era il più piccolo del gruppo.

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E finalmente arriva il momento del concerto. La piazza è piccola, più di qualche centinaio di persone non ci possono stare. Ma i posti a sedere sono tutti pieni.
Questa volta il grande chitarrista, il Jimi Hendrix dei Touareg o se preferite il Carlos Santana del Sahara, inizia con una prima parte di concerto acustica, dove però comincia già a scaldare il pubblico con alcuni riff indiavolati, come è nel suo stile. È però solo quando imbraccia la chitarra elettrica che può dare il massimo, supportato da un ottimo bassista, che riscuote anche consensi tra il pubblico femminile, e da un percussionista altrettanto valido anche se… bianco. Le sonorità blues si mischiano in maniera perfetta, come sempre, con il sapore di Sahara dato dal canto della tradizione Touareg: tutti i pezzi sono in lingua Tamashek, la lingua berbera del suo popolo. Ed ecco che per una sera anche Mogoro è Touareg.
Anche noi, che all’inizio ci eravamo seduti (anche se io avevo da subito sollevato dei dubbi che si potesse restare seduti per tutto il tempo a un concerto di Bombino), ci alziamo e quasi tutti ci fiondiamo sotto il palco a ballare e battere le mani al ritmo incessante e ipnotico della sua chitarra. In poco tempo, almeno la metà del pubblico è in piedi, anche perché è stato lo stesso batterista a chiedere esplicitamente, in inglese: “Ma volete restare seduti?”. La risposta era scontata.
Ho intorno parecchi ragazzi sardi, che sicuramente non lo avevano mai visto dal vivo, e tutti conveniamo che è un vero fenomeno, con quelle dita fa delle cose che lasciano veramente a bocca aperta: i paragoni che si fanno su di lui sono certamente impegnativi, ma non ci trovo nulla di sacrilego.
Ma basta, ho detto abbastanza. Un concerto così non si può raccontare, bisogna viverlo. Per chi non c’era, posso solo provare a darvi un’idea con qualche spezzone di video, ma sappiatelo: anche così non sarà mai la stessa cosa.

Dopo il concerto, Bombino e i musicisti si dimostrano anche ragazzi molto disponibili, venendo al banco dei cd a firmare autografi, stringere mani e fare foto. Avranno posato per centinaia di selfie, tra cui naturalmente anche il nostro. È venuto magari così così, ma è sempre un bel ricordo.

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Selfie di gruppo con Bombino…

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E questo è il bassista

 

Tornando, a tarda notte, all’agriturismo, c’è per me un piccolo fuoriprogramma. Questa mattina Michele ci aveva invitato a lasciare le chiavi delle stanze nella sala della colazione, e io l’ho fatto. Quando siamo tornati per il riposino pomeridiano, le chiavi erano state messe nelle toppe, e contavo che sarebbe stato così anche stasera. Invece forse Michele se ne è dimenticato, e comunque devo prendere atto che solo io l’avevo lasciata lì, alla fine, perché tutti gli altri ce l’hanno con loro. Fatto sta che, dal momento che la sala della colazione è chiusa e che Michele non abita qui, non posso entrare in stanza. Quando, raggiunta la stanza, me ne accorgo, le ragazze che ci hanno accompagnato fin qui col pullmino sono già ripartite verso casa. Alcuni compagni di viaggio mi suggeriscono di entrare dalla finestra, ma preferirei qualcosa di più tranquillo, vista anche l’ora.
Chiamo Viola per farmi dare il numero di Michele; lei mi dice di star tranquillo, che lo chiamerà lei. Un minuto dopo, però, mi richiama per dire che Michele non risponde. Mi suggerisce anche lei: “Se l’hai lasciata aperta, puoi entrare dalla finestra”. A questo punto diventa davvero l’unica soluzione: effettivamente la stanza è al piano terra, la finestra è abbastanza bassa e mettendo un piede sull’unità esterna del condizionatore si può entrare quasi comodamente. Per fortuna l’avevo lasciata aperta…

 

Sabato 4 agosto 2018: Secondo giorno – Nel bosco con il cantastorie e con… Gramsci, serata cubana con Pedrito Martinez

La mattina dopo, per un po’ aspetto con fiducia che qualcuno mi venga ad aprire ma a un certo punto capisco che evidentemente Michele non sa che sono chiuso dentro; nessuno lo ha avvertito e lui, probabilmente, ha trovato la chiamata di Viola ma non ha pensato di richiamarla per capire cosa volesse alle due e passa di notte: avrà pensato che ormai era tutto risolto. A questo punto, ormai, poco male: sono allenato e, come sono entrato dalla finestra, ci posso anche uscire.
Arrivo nella sala della colazione e spiego la situazione a Michele, il quale mi conferma che in effetti ha visto la chiamata ma ha pensato che non fosse importante. Ironizzo un po’ sulla mia “abilità” e sulla possibilità di buttarmi nel settore del furto con destrezza, oltre che sulla poca sicurezza delle camere di questo agriturismo. Con i tempi che corrono… ma per fortuna da queste parti si ragiona ancora in maniera diversa.
Talmente diversa che, quando gli chiedono: “Ma Michele, scusa, tu dove dormi?”, lui risponde serio serio: “Il pastore non può dire dove dorme”. È eccezionale, non c’è che dire.
Dopo di che, mi butto anch’io sulla ricca colazione. Mentre gustiamo tutto il bendidio che anche stamattina ci ha messo in tavola, Michele ci racconta un po’ di storie divertenti legate alla sua attività. Soprattutto, ci incuriosisce scoprire che ha avuto molti clienti giapponesi, grazie ad un tour operator locale che ha un accordo con un’agenzia giapponese. Ma soprattutto, la cosa veramente curiosa è che parecchi giapponesi sono venuti qui a fare corsi di produzione di formaggi e di cucina sarda. Qui Michele sfodera qualcosa che ha veramente dell’incredibile: un libro di cucina sarda scritto da uno di questi suoi amici in giapponese! E non è tutto: scopriamo che il campione mondiale di filindeu è giapponese. Il filindeu (fili di Dio) è un tipo di pasta per minestra formata da sottilissimi fili sovrapposti in tre strati incrociati, ricavati con abilità manuale da un impasto con semola di grano duro, che viene poi cotta nel brodo di pecora e condita con pecorino fresco. Per estensione, viene chiamata filindeu anche la minestra stessa. Si tratta, ovviamente, di un piatto tipico sardo. Ora, ammetterete che già è sensazionale che esista un campionato mondiale di filindeu. Ma che poi il campione sia giapponese, be’, è oltre ogni immaginazione. Effettivamente, c’è una cosa che sicuramente accomuna i due popoli, i sardi e i giapponesi, ed è la longevità. Credo che siano le popolazioni che hanno più centenari al mondo. Che questo abbia fatto nascere un desiderio di scambi culturali, anche dal punto di vista gastronomico? Forse ci sono altri punti di contatto che neanche immaginiamo. In ogni caso non avrei mai pensato che esistessero a Tokyo dei ristoranti di cucina sarda, giuro.
Partiamo col nostro pullmino: oggi è Viola a mettersi alla guida. Ci sono anche Gegia e Silvia.

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Il programma di oggi è incentrato su una passeggiata nel bosco, a passi lenti, assaporando la natura e con essa la storia dei luoghi.
Il bosco è quello di Mitza Margiani, nel parco del Monte Arci, dove si trova anche un complesso nuragico. A farci da guida c’è Roberto Scema, insegnante di lettere ed ex sindaco del comune di Villa Verde, un piccolo comune di poco più di 300 abitanti che è quello nel cui territorio ricade questo versante del Monte Arci. Roberto, oltre a tutto ciò, può essere considerato un vero cantastorie, e ce ne accorgeremo cammin facendo. Comincia a raccontare, a fargli da colonna sonora il frinire delle cicale.
Ci racconta, prima di tutto, che negli ultimi 25 anni il comune ha perso il 30% della popolazione. Questa è una costante, purtroppo, nelle aree interne della Sardegna e forse in tutte le aree interne. Ma sta diventando, in Sardegna, una costante anche nelle aree urbane, compresa l’area metropolitana di Cagliari. Si calcola che la Sardegna perderà 300.000 abitanti nei prossimi 30-40 anni, sugli attuali 1.500.000. Qui i paesi sono abbastanza piccoli come estensione, ma più si va verso l’interno più diventano pochi comuni ognuno con un vasto territorio da controllare. In genere in estate qui, a parte quest’anno che è un’estate un po’ anomala, c’è il problema degli incendi, che comporta un grosso dispendio di energie economiche e anche umane. Lui, che è stato sindaco fino al mese scorso (ora, caso raro, ha deciso lui di farsi da parte e di lasciare spazio al suo vice), lo sa bene. Nel 2009 un incendio molto grave colpì questo territorio. Furono bruciati 1000 ettari su 1700. L’incendio partì da alcuni operai che stavano facendo dei lavori in un giorno assolutamente controindicato e avevano abbandonato un focolaio, secondo loro spento. In realtà lo scirocco soffiava a 60 km/h e a mezzogiorno il fuoco ripartì propagandosi molto rapidamente: in due ore aveva bruciato praticamente tutto quello che c’era da bruciare. Il tratto di bosco che percorreremo noi si salvò quasi completamente solo per la conformazione orografica. Per lo stesso motivo, probabilmente, si era già salvato da incendi precedenti. Esiste una vera e propria linea, qui, che separa, secondo il detto locale, l’inferno dal paradiso, ovvero la zona arsa da quella risparmiata. Il giorno dopo il vento girò, da scirocco a maestrale, e il fuoco si diresse verso un altro paese bruciando praticamente tutto l’altipiano per poi ridiscendere verso Villa Verde. Fu fermato all’ingresso del paese solo con i Canadair all’ora del tramonto.
Il Monte Arci, antico vulcano spento, rappresenta uno degli ultimi testimoni dell’attività vulcanica in Sardegna; è stato il “creatore” del territorio della Marmilla. La sua conformazione, che si estende su un territorio che abbraccia diversi comuni, ricorda più una grande collina. Dal punto di vista storico il Monte Arci ha sempre rivestito un’importanza enorme per i ricchissimi giacimenti di ossidiana, roccia vulcanica prodotta dall’effusione della lava. Legati all’ossidiana sono i primi insediamenti del neolitico. Gli uomini di quell’epoca lavoravano l’ossidiana, e quella del Monte Arci è stata ritrovata dispersa per tutto il mediterraneo e il centro Europa.
Il monte Arci è un massiccio, basso come quota (non supera gli 800 m), che ha però i caratteri della montagna: asperità, pendenze e vegetazione. Mitza Margiani significa sorgente della volpe, che è uno degli animali più presenti in questo habitat. La sorgente si trova proprio qui. Il bosco è fondamentalmente una lecceta, ma c’è anche qualche sughero. Oltre alle volpi, sono presenti cinghiali e qualche gatto selvatico.
Noi, a seguirci nel bosco, abbiamo anche un simpatico cagnone bianco da pastore, che ci dicono abbia un padrone, ma che spesso si diverte ad andarsene in giro per il bosco seguendo i viaggiatori che passano di qui.

C’è anche, purtroppo, quello che Roberto chiama “L’orrore anni ‘80”, cioè quello che è rimasto di un centro servizi costruito nel cuore del bosco per servire non si sa chi.
Ci fermiamo presso un albero che ha una forma particolare, i cui rami ricordano dei tentacoli. Per questo è chiamato “Su Pruppu”, il polpo, ed è un po’ un luogo simbolico di questo bosco. E quindi direi che “Pruppu” può essere degnamente la parola sarda di oggi.
Il racconto di Roberto è così bello e coinvolgente che, quasi subito, viene soprannominato “Il Franco Arminio della Sardegna”, anche se lui si schermisce e ritiene il paragone piuttosto impegnativo. Se volete sapere chi è Franco Arminio, potete dare un’occhiata qui.

Salendo nel bosco, cominciamo a incontrare i resti del villaggio nuragico di Su Bruncu e S’Omu. Il villaggio è stato oggetto di una prima campagna di scavo nel 1982, mentre nuove indagini proseguono anche oggi. La parte scavata corrisponde ad una parte dell’abitato, che sicuramente è molto più esteso, e comprende dodici capanne circolari, delle quali solo alcune sono state completamente scavate e restaurate. Il problema più grosso, fondi a parte, è che per scavare il villaggio bisogna tagliare gli alberi, che anche questi sono una ricchezza del territorio, e quindi bisogna cercare di mantenere un equilibrio che non è facile.
L’insediamento è stato datato all’ultimo periodo nuragico, intorno al 1000 a.C., e fu abbandonato in maniera repentina, senza una ragione evidente; da allora il sito non è stato più abitato. Il nuraghe, anch’esso interessato da recenti lavori di scavo, è di tipo complesso, in parte inaccessibile e ostruito dai crolli. Noi, sia pure con qualche difficoltà, ci siamo arrivati, anche perché da lì si gode una bella vista.
C’è la capanna delle riunioni, che aveva probabilmente una copertura a tholos o di frasche, la capanna con la macina e la capanna 17, che era forse quella del “capo” del villaggio.

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Foto di gruppo con Su Pruppu e Roberto al centro

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Il villaggio è un luogo di grande suggestione, che secondo alcuni emana anche una particolare energia. Pare che una medium che è venuta qui sentisse questo tipo di energia, per esempio sentisse dolori da parto nella capanna che potrebbe essere quella dove venivano fatti nascere i bambini. Queste cose, onestamente, mi convincono poco ma di certo c’è un’atmosfera un po’ speciale. Ed è qui che, a sorpresa, ci fermiamo per un reading letterario. Sapevamo che era previsto nel programma di oggi, ma credevamo che sarebbe stato più tardi; fatto qui, invece, assume un valore ancora maggiore ed è una sorpresa davvero bellissima.
Dall’alto delle rocce che sovrastano la capanna, vediamo spuntare Viola, che per la prima volta ha sciolto i capelli, che porta quasi sempre raccolti. Con i ricci che le scendono sulle spalle, gli occhiali e il cappellone di paglia, sembra una fatina del bosco.

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La lettura che ci propongono è quella di alcune delle lettere che Antonio Gramsci scrisse dal carcere. Viola legge in italiano, e si dimostra molto brava anche in questo. Ma di alcune lettere abbiamo anche la versione in sardo, letta da Giacomo, un amico delle Mariposas che fa laboratori di teatro.
Questa è la toccante lettera che Gramsci scrisse alla madre prima di essere trasferito a Roma per il processo.

10 maggio 1928

Carissima mamma,
sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco. Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata. Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.
La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.
Ti abbraccio teneramente.
Nino
Ti scriverò subito da Roma. Di’ a Carlo che stia allegro e che lo ringrazio infinitamente.
Baci a tutti.

 

Poi c’è quest’altra, dove Gramsci parla di come cerca di passare il tempo in carcere, della natura, delle stagioni e dei fenomeni cosmici come possono essere vissuti in prigionia. Io, se fossi in voi, mi guarderei questo pezzettino di video per sentirla direttamente dalla voce di Viola, poi se volete ve la leggete tutta sotto. Scusate se a un certo punto la ripresa è un po’ ondeggiante, sarà stata l’emozione.

 

11 luglio 1929

Carissima Tania,
ho ricevuto le famose sopracalze beduine, col resto: vanno benissimo, sembrano proprio inventate apposta per il mio bisogno. Per il resto non posso scriverti un giudizio di utilità, perché ancora non mi serve e ho lasciato tutto in magazzino. In questo ultimo mese mi è passato il malessere che avevo precedentemente, ma mi è rimasta addosso una grande svogliatezza: gli altri carcerati mi dicono che questo è il sintomo più vistoso del carcere, che nei più resistenti incomincia ad operare nel terzo anno, determinando appunto questa atonia psichica. Al terzo anno, la massa di stimoli latenti che ognuno porta con sé dalla libertà e dalla vita attiva, comincia ad estinguersi e rimane quel barlume di volontà che si esaurisce nelle fantasticherie dei piani grandiosi mai realizzati: il carcerato si sdraia supino nella branda e passa il tempo a sputare contro il soffitto, sognando cose irrealizzabili. Questo io non lo farò certamente, perché non sputo quasi mai e anche perché il soffitto è troppo alto! A proposito: sai, la rosa si è completamente ravvivata (scrivo «a proposito» perché l’osservazione della rosa ha forse in questo tempo sostituito gli sputi contro il soffitto!). Dal 3 giugno al 15, di colpo, ha cominciato a metter occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde: adesso ha dei rametti lunghi già 15 centimetri. Ha provato anche a dare un bocciolino piccolo piccolo che però a un certo punto è illanguidito ed ora sta ingiallendo. In ogni modo la pianta è attecchita e l’anno venturo darà certamente i fiori. Non è neanche escluso che qualche rosellina timida timida la conduca a compimento quest’anno stesso. Ciò mi fa piacere, perché da un anno in qua i fenomeni cosmici mi interessano (forse il letto, come dicono al mio paese, è posto secondo la direzione buona dei fluidi terrestri e quando riposo le cellule dell’organismo roteano all’unisono con tutto l’universo). Ho aspettato con grande ansia il solstizio d’estate e ora che la terra si inchina (veramente si raddrizza dopo l’inchino) verso il sole, sono più contento (la questione è legata col lume che portano la sera ed ecco trovato il fluido terrestre!); il ciclo delle stagioni, legato ai solstizii e agli equinozii, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette, ecc. ecc.; insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me. Cara Tania, finisco di divagare e ti abbraccio.
Antonio

 

E anche questa, dove Gramsci racconta una novella sarda con una bellissima morale, raccomandando alla moglie di raccontarla a sua volta ai bambini, è un’ottima scelta.

1 giugno 1931

Carissima Giulia,
Tania mi ha trasmesso l’«epistola» di Delio (adopero la parola più letteraria) con la dichiarazione del suo amore per i racconti di Puškin e per quelli che si riferiscono alla vita giovanile. Mi è piaciuta molto e vorrei sapere se questa espressione l’ha pensata Delio spontaneamente o se si tratta di una reminiscenza letteraria. Vedo anche con una certa sorpresa che adesso tu non ti spaventi delle tendenze letterarie di Delio; mi pare che una volta eri persuasa che le sue tendenze fossero piuttosto da… ingegnere che da poeta, mentre ora prevedi che egli leggerà Dante addirittura con amore. Io spero che ciò non avverrà mai, pur essendo molto contento che a Delio piaccia Puškin e tutto ciò che si riferisce alla vita creativa che sbozzola le sue prime forme. D’altronde, chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici. Io penso che una persona intelligente e moderna deve leggere i classici in generale con un certo «distacco», cioè solo per i loro valori estetici, mentre l’«amore» implica adesione al contenuto ideologico della poesia; si ama il «proprio» poeta, si «ammira» l’artista «in generale». L’ammirazione estetica può essere accompagnata da un certo disprezzo «civile», come nel caso di Marx per Goethe. Dunque sono contento che Delio ami le opere di fantasia e fantastichi anche per conto proprio; non credo che perciò egli non possa diventare lo stesso un grande «ingegnere» costruttore di grattacieli o di centrali elettriche, anzi. Puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puškin ami di più; io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore. Conosco poi la storia della «catinella» col cuscino che salta come un ranocchio, il lenzuolo che vola via, la candela che va balzelloni a nascondersi sotto la stufa ecc., ma non è di Puškin. Te ne ricordi? Sai che ne ricordo ancora a memoria delle decine di versi? Vorrei raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante. Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano. – Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo il latte, strilla e la mamma strilla. Il topo disperato si batte la testa contro il muro, ma si accorge che non serve a nulla e corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il mastro muratore che la riatti. Il topo va dal mastro muratore: vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà pini, querce, castagni, ecc. Così la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura ecc. Insomma il topo concepisce un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento. Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi le impressioni dei bambini. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Segue picnic nel bosco, che sta diventando un must di questi giorni in Marmilla. Anche oggi abbiamo a disposizione tanta bella robina: fregola (una pasta di semola tipica sarda), insalata di riso, salame, formaggi e marmellate di agrumi: arancia, limone, mandarino e poi la mitica “Tottus in pari”, tutto insieme. E per finire, frutta a volontà. Il clima è molto rilassato e il pranzo si prolunga. Riparliamo dei momenti emozionanti appena vissuti e si chiacchiera a ruota libera, anche con Roberto che è rimasto con noi.

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Dopo di che, nel pomeriggio, anche oggi è meglio concedersi una bella siesta e prepararsi al meglio per il concerto di stasera. Ma prima è d’obbligo almeno un passaggio da Ales, il paese natale di Gramsci, anche se non c’è altro che una targa sulla casa dove è nato. Il museo Gramsci, che visiteremo tra qualche giorno, si trova a Ghilarza, dove la famiglia Gramsci si trasferì quando Antonio aveva 6 anni.

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Questa sera il Dromos Festival, nella piazza del paesino di Baratili San Pietro, propone una serata al ritmo cubano delle percussioni del Pedrito Martinez Group. Lui, Pedrito, è un cubano trapiantato a New York dal 1998. Ha suonato con artisti come Wynton Marsalis, Paul Simon, Bruce Springsteen e Sting. È stato uno dei fondatori della band Afro-Cubana/Afro-Beat “Yerba Buena”. Cantante e percussionista, con la sua band ha dispensato musica dai colori forti e ritmi incandescenti nel solco della migliore tradizione caraibica. Martinez però non è dedito soltanto a perpetuare tale tradizione ma l’ha ibridata con suggestioni metropolitane rock, pop e jazz.
Noi arriviamo in tempo per curiosare un po’, in attesa del concerto, tra le varie bancarelle che propongono assaggi di specialità gastronomiche sarde. Dopo di che, una pizza e una birra (naturalmente la sarda Ichnusa non filtrata) seguita da un bicchierino di Vernaccia. La Vernaccia di Oristano è un vino tipico di queste parti, dal colore dorato/ambrato, con un profumo delicato con sfumature di fior di mandorlo e un leggero e gradevole retrogusto di mandorle amare. Ha origini molto antiche: Il suo nome deriva dal latino “Vernacula” e il primo cenno storico scritto risale al 1327.
Il concerto è piacevole e divertente, anche se per me personalmente non coinvolgente come quello di Bombino di ieri sera. Pedrito si presenta con un look da rapper e il suo suono, almeno stasera (non lo conoscevo prima, lo ammetto, anche se durante la siesta pomeridiana mi sono un po’ informato attraverso Spotify), è molto caratterizzato dai classici ritmi cubani tra la salsa e la timba, le annunciate variazioni verso il latin jazz sono poche e così non è un genere che mi fa impazzire. Però per ballare (o meglio, nel mio caso, agitarsi in maniera assolutamente incongrua e scoordinata), va benissimo. E infatti, con le Mariposas, con Magali e con altre rappresentanti del gruppo siamo anche stasera in prima fila.

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Anche questa sera molto tardi, si torna da Michele, ma stavolta, ammaestrato dall’esperienza di ieri sera, ho la mia brava chiave in tasca. Sì, è vero, la finestra è comoda ma se posso continuo a preferire la porta…

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(Continua…)