Un viaggio con Radio Popolare ripercorrendo i luoghi pasoliniani della capitale a cento (e uno) anni dalla nascita del poeta: Monteverde, Testaccio, Ostiense, Pigneto, fino all’idroscalo di Ostia, luogo in cui Pasolini incontrò la morte… esplorando i luoghi amati e vissuti da lui e quelli percorsi dai personaggi dei suoi film e delle sue opere letterarie
3 – Accattone
Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognuno, era il mondo.
(da Pier Paolo Pasolini, “Il pianto della scavatrice”)
Sabato 6 maggio 2023
Stamattina si va al Pigneto. Ritroviamo Gabriella, che ci viene a prendere all’hotel, e con lei prendiamo il tram per raggiungere il quartiere dove si trovano la maggior parte delle location di Accattone, il primo film di Pasolini del 1961.
Qui ci raggiunge anche Marta Bonafoni, qualche anno fa corrispondente da Roma di Radio Popolare e che ora ricopre un importante ruolo politico, essendo consigliere regionale ma soprattutto essendo stata appena nominata da Elly Schlein coordinatrice della segreteria del PD.
Con Gabriella e con Marta, che abita qui, scopriremo il Pigneto di ieri e di oggi: la storia del quartiere, chi ci viveva e chi viveva anche nelle baracche a ridosso degli acquedotti sulla via del Mandrione, che comincia proprio qui dalla via Casilina che costeggia il Pigneto. È il mondo che Pier Paolo Pasolini racconta prima in Ragazzi di vita e poi in Accattone. Per questo il Pigneto, nella topografia pasoliniana di Roma, è considerato il quartiere pasoliniano per eccellenza. Anche qui c’era una Roma popolare, sebbene in parte diversa da quella di Testaccio; qui l’impronta popolare è rimasta un po’ meno, perché soprattutto negli ultimi anni il quartiere ha vissuto un progressivo processo di gentrificazione. Ora è noto soprattutto per i suoi tanti locali ed è diventato uno dei santuari della “movida” romana (perdonatemi il termine). Qui però c’è la casa di Accattone, e qui c’erano i bar dove lui e i suoi compari, dalla mattina alla sera, ciondolavano senza far nulla.


Ma come nasce il Pigneto? Siamo fuori le mura, appena a ridosso, in realtà, delle mura aureliane. Il primo Piano Regolatore, ci ha raccontato Gabriella ieri a Testaccio, aveva individuato proprio Testaccio come primo distretto industriale di Roma, ma quel piano non fu mai realizzato e il primo vero quartiere industriale fu invece il Pigneto, dove tutto sorse in modo spontaneo. A ridosso della Porta Maggiore, non lontano da qui, cominciano a essere costruiti una serie di stabilimenti industriali, perché è proprio lì che si trovava la prima stazione di Roma, quella della Roma-Frascati fatta costruire da Pio IX nel 1856. La Roma-Frascati fu poi allungata fino a Ceprano, al confine col Regno delle Due Sicilie, e successivamente a Napoli, quindi di qui passava la prima linea ferroviaria importante che collegava Roma con il sud. Il vantaggio di costruire stabilimenti in questa zona era anche che i prodotti che arrivavano qui non dovevano pagare dazio, perché la cinta daziaria ha coinciso fino a dopo il 1910 con le mura aureliane. Fu costruito il pastificio più importante di Roma, il pastificio Pantanella, fu costruito l’istituto farmaceutico Serono, che era il più importante d’Italia… e poi l’Algida, che nasce qui al Pigneto da un’idea del capo della sezione romana della Croce Rossa americana, un ebreo croato che ebbe appunto la pensata di industrializzare il gelato. Lo propose alla gelateria Fassi, una storica gelateria vicino a Piazza Vittorio che frequentava. Il proprietario non accolse l’idea, ma fu invece un dipendente a capirne la portata e ad unirsi all’impresa. Il primo stabilimento fu costruito proprio qui nel 1948. Nonostante, però, la presenza delle industrie, gli operai non alloggiavano qui, perché c’era l’assurda idea – dice ridendo Gabriella – che vivere vicino alle fabbriche non fosse molto sano. I quartieri operai erano comunque a poca distanza da qui, a San Lorenzo e nelle borgate che cominciavano a svilupparsi al di là del Pigneto: Tor Pignattara, la borgata Gordiani, Centocelle. Il Pigneto rimaneva invece poco abitato. Il quartiere era nato nel 1913, parecchi decenni dopo Roma capitale, e questa volta in accordo col Piano Regolatore. Ma è molto eterogeneo, nella sua costruzione: ci sono nuclei pianificati e altri meno. Le industrie sono sorte in modo spontaneo e anche, ovviamente, le baracche che sorgeranno dopo attaccandosi all’acquedotto al Mandrione. Il primo nucleo del quartiere è quello che si sviluppa sull’asse molto antico che è ora Via del Pigneto, che compare già in una pianta del 1575. Era un’asse interpoderale che collegava la via Prenestina a una marrana. Le marrane (o marane alla romana) non sono altro che i fossi. Io l’ho scoperto leggendo Ragazzi di vita, e infatti anche il Pecetto il primo giorno ha sentito il bisogno di spiegare questa parola che ogni tanto usava, quindi ormai lo sappiamo. Prendono il nome da un primo canale fatto costruire da papa Callisto II nel 1122 e chiamato dell’acqua mariana, poi diventato nell’uso romano marrana. Ed è lì, nelle marrane, che i ragazzini romani, come racconta anche Pasolini, si facevano il bagno. A Ostia potevano andare solo quelli che erano almeno piccolo-borghesi, perciò i ragazzi di borgata, che vivevano nell’universo chiuso della borgata, avevano solo la marrana. Qualcuna esiste ancora, ma ora la maggior parte sono state coperte dal cemento.
Un’altra presenza che ha caratterizzato il quartiere fin dagli albori è quella del deposito dell’ATAC (l’azienda dei trasporti di Roma), inizialmente degli omnibus e dei tramways a cavalli, con annesse le officine ferrotramviarie. Sulla vecchia linea ferroviaria passa ancora oggi un trenino giallo, che però ora è diventato urbano e si ferma a Centocelle. Prendendolo – spiega Gabriella – si ha un’immagine abbastanza precisa di chi oggi vive nelle periferie romane: fermata dopo fermata, scendono romani e turisti e restano solo i “nuovi cittadini” romani, i migranti di oggi che hanno preso il posto dei migranti di ieri.

L’Istituto Farmaceutico Serono, fondato dal torinese Cesare Serono nel 1906, produceva molti farmaci, tra cui il pezzo forte era la Bioplastina, un farmaco efficace nella lotta alle malattie debilitanti organiche. Ne parlò perfino Antonio Gramsci, che nelle sue lettere dal carcere raccontava di sentirsi meglio quando poteva usare questo farmaco. Lo stabilimento fu bombardato durante la Seconda guerra mondiale: In uno dei primi bombardamenti che colpirono la città di Roma, quello che il 19 luglio 1943 colpì anche San Lorenzo, morirono il direttore e parecchi lavoratori della Serono, che però a guerra finita riuscì a rialzarsi, tornando ad affermarsi come la più importante industria farmaceutica d’Italia. La Serono ha smesso di produrre a Roma nel 1977, spostando la produzione in Svizzera, ed è stata poi ceduta alla multinazionale tedesca Merck nel 2006. Ancora oggi la Merck mantiene una sua sede in una porzione di quello che era il vecchio stabilimento, mentre un’altra parte è stata trasformata in un hotel a 4 stelle e una, dal 2011, in biblioteca. È stata la stessa Merck a finanziare la nuova pavimentazione di via del Pigneto, ora diventata pedonale, che è stata importante per la riqualificazione del quartiere.

Al Pigneto c’è anche un ostello ed emporio della Caritas, e c’è la chiesa di Sant’Elena filmata da Roberto Rossellini in Roma città aperta.
Noi ci spostiamo verso il Mandrione, una strada il cui fascino è dato soprattutto dalla presenza dell’acquedotto romano e dalle tracce di una vita passata, che rimangono a volte ancora visibili dove le baracche si “appoggiavano” all’acquedotto. Mentre al Pigneto si erano insediati col tempo soprattutto immigrati di seconda generazione, operai ma anche pensionati che si erano messi un gruzzoletto da parte ed erano riusciti a comprare (o a costruirsi) una casetta, qui arrivava un’umanità molto variegata, quella dei cosiddetti “baraccati”, che si trovavano non solo qui ma in varie altre baraccopoli che si erano formate a Roma. Il fenomeno dei baraccati nasce con Roma capitale, quando si ha uno sviluppo incontrollato della città, fuori da qualsiasi piano regolatore, e sorge il problema della casa per tutta questa massa di immigrati richiamati dalla nuova capitale per costruire le case, che però una casa loro non ce l’hanno, perché non se la possono permettere. Queste persone non erano in grado neanche di pagare un affitto a San Lorenzo o a Testaccio, e quindi si costruivano delle case “provvisorie”. Vengono costruite baracche anche nel centro della città che si stava costruendo all’epoca: ai Parioli, al quartiere Salario, a Porta Metronia, proprio a ridosso del centro storico. Qui invece le baracche arrivano più tardi, nel secondo dopoguerra: i baraccati del Mandrione sono soprattutto sfollati del bombardamento di San Lorenzo, raccontato anche da Elsa Morante ne “La storia”. Quel bombardamento colpisce Roma, che fino ad allora si era considerata intoccabile per la presenza del Vaticano, perché gli Alleati hanno deciso di provare in questo modo ad accelerare la crisi del regime, che infatti cade solo sei giorni dopo, il 25 luglio del 1943. L’obiettivo era lo scalo ferroviario, ma vengono colpiti 58 caseggiati, la basilica di San Lorenzo fuori le mura, l’università La Sapienza, il Policlinico Umberto I. I morti accertati sono 1495, ma potrebbero essere molti di più, tra 1800 e 3000. Il numero esatto non si sa perché, come a Testaccio e in altri quartieri popolari, non c’era un censimento aggiornato e per di più, essendo il 19 luglio, faceva molto caldo e i cadaveri vennero spesso seppelliti subito, senza neanche procedere a un’identificazione. Il 13 agosto Roma viene colpita di nuovo, perché il nuovo governo Badoglio ha ribadito l’alleanza con la Germania nazista e quindi bisogna accelerare le trattative che sono già in corso segretamente per arrivare all’armistizio di Cassibile. Vengono colpiti San Giovanni, il Prenestino e questa zona dove ci troviamo ora. Viene colpito anche un treno carico di 1200 italiani rimpatriati dal Nordafrica e Don Raffaele Melis, che era il parroco del Pigneto, esce per andare sui binari a portare conforto, ma lì viene colpito da una seconda scarica. Viene ritrovato solo il giorno dopo, e si dice sia stato riconosciuto perché aveva ancora l’olio per l’estrema unzione in una mano e il segno della benedizione nell’altra. La chiesa di Don Raffaele Melis è proprio quella di Sant’Elena che appare in Roma città aperta, il capolavoro di Rossellini che apre la stagione del neorealismo; quindi il Pigneto è la prima o tra le prime zone di Roma ad apparire sullo schermo, perché in precedenza tutto veniva girato nei teatri di posa, era il cinema dei telefoni bianchi. Cinecittà, nel frattempo, è stata occupata prima dai nazisti e poi dagli americani, ed è diventata un centro di raccolta per i profughi istriani.


Ci fermiamo in un giardino pubblico che i cittadini, riuniti nel Comitato Casilina Vecchia Mandrione, hanno recuperato da un terreno di proprietà delle ferrovie ormai abbandonato e ridotto a discarica; lo hanno bonificato e riportato ad uno stato decente, creando sia un punto d’incontro che uno spazio dove possono giocare i bambini. Il comitato di quartiere è nato nel 2002 affrontando da subito una serie di battaglie per il bene comune, aggregando nel tempo le varie componenti che abitano il quartiere: cittadini, famiglie, associazioni, e divenendone un prezioso punto di riferimento.
Tutti i lavori effettuati nel terreno dopo la prima parziale bonifica nella quale sono intervenuti il municipio e l’AMA (l’azienda municipalizzata che si occupa della gestione dei rifiuti nella Capitale, ndr) sono stati effettuati dai residenti della zona, i quali si sono autotassati per poter disporre delle finanze necessarie. In questo contesto gli abitanti svolgono un ruolo fondamentale, sia nel preservare l’anima e la storia del quartiere, orientata all’inclusione, sia nel rapportarsi con le istituzioni in un dialogo costruttivo, non sempre facile ma opportuno e utile, finalizzato alla tutela e valorizzazione del bene comune e al benessere della comunità. Un esercizio di cittadinanza attiva, per giungere a una dimensione realmente “pubblica” e condivisa dello sviluppo di un territorio.

Tutto questo ce lo ha raccontato Gabriella, che conosce bene la storia e diversi componenti del comitato, ma ce lo ha confermato anche uno dei rappresentanti del comitato stesso, che vedendoci qui con lei ha organizzato in quattro e quattr’otto una piccola mostra fotografica qui nel giardino, andando a recuperare i pannelli che sono già stati usati per altre iniziative di comunicazione simili.



Dopo questa pausa, che ci voleva perché il sole picchia e comincia a far caldo, salutiamo Marta che ha altri impegni e proseguiamo lungo il Mandrione, dove sotto gli archi dell’acquedotto sono visibili le tracce delle baracche costruite nel dopoguerra e abitate per diversi anni. In uno di questi vani è stata realizzata nel 2015 un’opera di sticker art (fatta cioè con adesivi) dello street artist francese Zilda. Raffigura una scena di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film di Pasolini, e fa parte di un progetto artistico più ampio che prevedeva la creazione di queste figure tratte dagli ultimi film pasoliniani in diversi luoghi iconici di Roma. Questa è l’unica sopravvissuta perché protetta dalle sbarre, mentre le altre sono state tutte strappate, che è un po’ il destino della sticker art.



Torniamo al Pigneto passando per una zona dove si possono vedere diverse case popolari costruite nella prima metà del XX secolo da cooperative di lavoratori. La cooperativa Termini fu la più grande, costituita da ferrovieri, che grazie a un mutuo cinquantennale concesso dal Regno d’Italia nel 1920 ideò e realizzò il progetto di una città-giardino nell’area tra via del Pigneto, tratto compreso tra via Fanfulla da Lodi e piazza dei Condottieri, e via Casilina. Oggi è sicuramente la zona più elegante del quartiere, con villette basse color pastello, tutte circondate da giardini più o meno grandi e decorate con fregi e balconi. Alcuni degli abitanti la chiamano ironicamente “Parioli del Pigneto”.

Le prossime tappe saranno tutte nei luoghi di Accattone, e quindi Gabriella ci racconta come l’idea di realizzare il film cominciò a prendere forma. Tutto nasce da alcuni racconti che Pasolini ascolta in un’osteria a Tor Pignattara, poco distante da qui. È lì che incontra, all’inizio degli anni ’50, Sergio Citti, quello che poi definirà “il mio lessico romanesco vivente”. Sergio Citti era un imbianchino della Marranella di 19 anni, che poi presenterà a Pasolini anche il fratello Franco, di due anni più piccolo, che una decina d’anni dopo sarà il protagonista del film. E con lui anche tanti altri ragazzi del Pigneto e di Tor Pignattara, ai quali Pasolini si ispirerà per i personaggi del film. Accattone, questo ragazzo che ritornava frequentemente nei discorsi di osteria, faceva il magnaccia ed era sparito a un certo punto dalla circolazione, senza che si sapesse più niente di lui.
Il cinema faceva già parte degli interessi dello scrittore, che aveva anche pensato, in passato, di studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia: Dreyer e Chaplin erano tra i suoi punti di riferimento, e aveva lavorato come sceneggiatore con l’amico Giorgio Bassani, che fu tra i primi ad aiutarlo quando arrivò a Roma squattrinato e senza contatti. Dopo questa prima fase da sceneggiatore, ci sarà anche una collaborazione con Federico Fellini, per il quale curerà i set e i dialoghi in romanesco in film come Le notti di Cabiria. Fellini dirà, a proposito del mondo delle prostitute e delle borgate romane, “Pasolini è stato il mio Virgilio in questo inferno dantesco”. Nel film, infatti, si vedono persone che vivono nelle grotte della Caffarella in condizioni simili a quelle dei baraccati del Mandrione, o addirittura peggiori. Finché, poi, Pier Paolo decide di mettersi dietro la cinepresa per avere il controllo completo dell’opera cinematografica: vuole essere autore, sceneggiatore e regista. Le sue prime opere, quelle della trilogia Accattone – Mamma Roma – La ricotta, vengono considerate la trasposizione cinematografica delle sue invenzioni letterarie. Protagonista assoluto è il sottoproletariato urbano, il set è il mondo ai margini dei quartieri popolari e delle borgate, e anche le trame, le parabole che seguono i personaggi sono piuttosto simili tra loro: Tommaso del romanzo Una vita violenta, Accattone, Ettore e Mamma Roma, sono personaggi relegati in un mondo chiuso che cercano un’emancipazione, un riscatto, ognuno a proprio modo: Accattone attraverso l’amore per Stella e provando a fare un lavoro onesto, Mamma Roma lasciando la prostituzione per aprire il banchetto di ortofrutta per dare un futuro diverso al figlio, Tommaso lavorando e partecipando alla lotta comunista; ma il finale è uguale per tutti: la morte, propria o nel caso di Mamma Roma del figlio. In Accattone la morte è una presenza costante fin dall’inizio: la prima battuta del film è “Ahò, ancora non sei morto?”; e la morte è l’unico esito, in qualche modo liberatorio, di tutte queste parabole. Dalla borgata non si esce.
Ma perché la scelta del Pigneto? Un po’ perché siamo proprio ai margini del mondo delle borgate, dove vivono i protagonisti che interpretano sé stessi (sono tutti attori non professionisti, almeno all’inizio); e poi perché il Pigneto, con questo suo aspetto a metà tra campagna e città che ancora, in parte, si vede ai giorni nostri, racconta un mondo che sta scomparendo ed evidenzia il contrasto tra la società di massa e la purezza originaria, qui rappresentata dai giovani del sottoproletariato. Questo contrasto è il tema forse più forte e ricorrente di tutta l’opera pasoliniana.
Prima tappa fondamentale per noi è il Bar Necci, che non è come molti credono “quello di Accattone” (il bar che si vede nel film non era un vero bar, era stato ricostruito al momento con una finta insegna e i tavolini piazzati sulla strada) ma è stato durante le riprese il punto di ritrovo degli attori e della troupe. Nel film lavorava anche, come aiuto regista, un giovane Bernardo Bertolucci, che era stato vicino di casa di Pasolini a Monteverde. Il film viene girato tra marzo e giugno del 1960, per poi uscire l’anno dopo. I mesi precedenti erano stati mesi convulsi, perché Pasolini non trovava un produttore. A un certo punto si era interessato al film anche Fellini che aveva appena fondato la sua casa di produzione, la Federiz, e che aveva chiesto a Pasolini di girare una scena di prova. In un suo racconto autobiografico Pasolini parla di Via Fanfulla da Lodi, la strada che aveva scelto e dove ci troviamo ora, come di “Una povera, umile, sconosciuta stradetta perduta sotto il sole, in una Roma che non era Roma”. Ma a Fellini la scena non piace, e lo accusa di una “goffa grezzezza”. Pasolini, per contro, intuisce che la Federiz non girerà nessun film se non quelli di Fellini, e anche in questo risulta profetico perché la Federiz durerà pochi anni e produrrà effettivamente solo film di Fellini. Alla fine è Alfredo Bini ad avere il coraggio di produrre il film, che è effettivamente grezzo quanto a tecnica cinematografica ma potentissimo. Parte da stilemi neorealisti ma introduce un nuovo soggetto, che fino ad allora il neorealismo non aveva raccontato: il sottoproletariato urbano, per la prima volta sullo schermo. Inoltre, a differenza dei neorealisti, Pasolini non fa una lucida analisi ma trasfigura questo mondo, caricandolo di poesia senza per questo rinunciare alla denuncia sociale. Questo si vede anche da scelte stilistiche, come quella di una fotografia sgranata e dura di Tonino Delli Colli, con scene girate sempre in pieno sole a mezzogiorno, in una luce accecante che dà il senso di una periferia disperata. I personaggi camminano sotto questo sole incessantemente e senza meta, a raccontare che loro vorrebbero entrare nella città e nella società, ma questo passaggio è per loro impedito, e possono solo girare a vuoto all’interno del loro microcosmo. C’è chi ha paragonato le inquadrature di Pasolini a pale d’altare, ispirate a Giorgione, a Giotto o a Masaccio. La poesia è data anche dalla scelta delle musiche, con Bach che fa da sottofondo a scene di degrado e a volte di violenza.
Insomma, non serve che ve lo dica ma lo faccio lo stesso: è un capolavoro che, qualora non l’abbiate mai visto, va assolutamente recuperato.


Percorrendo Via Fanfulla da Lodi, si può vedere il vicolo laterale dove c’era nel film la casa di Accattone, e anche la porta di quello che era il “bar” frequentato da lui e dai suoi amici. La via è poi punteggiata di murales pasoliniani: un trompe l’oeil di lui che, con una camicia rossa a fiori, spunta da una finestra, il suo occhio e, dall’altro lato della strada, alla stessa altezza, la “Piccola Maria”, che raffigura Margherita Caruso che interpreta la Madonna da giovane nel Vangelo secondo Matteo (quest’ultimo disegnato dal romano Mr Klevra).









Noi, così, abbiamo chiuso il nostro percorso pasoliniano e perciò salutiamo la bravissima Gabriella che ci ha guidato come meglio non si poteva. Pranzeremo sempre qui al Pigneto in un posto che si chiama Dar Parucca ed è un’osteria romana, casereccia e biologica. Il nome deriva dal soprannome affibbiato a Luca, che con Alessandro è uno dei due proprietari, provenienti entrambi dal mondo dei fumetti.
Per noi il menù prevede parecchi antipasti, tra cui spiccano fagioli e pappa col pomodoro, seguiti da un bis di primi: Carbonara + cacio e pepe. Tutto davvero ottimo e abbondante.

https://www.facebook.com/Darparucca
Il pranzo ovviamente si prolunga, piacevolmente rilassato nonostante un sole che ricorda quello di Accattone (o forse per qualcuno proprio grazie a quello!), ma dopo il caffè dobbiamo spostarci alla Garbatella, dove abbiamo l’ultimo appuntamento di questa intensa tre giorni romana: quello con la giornalista Simona Zecchi, autrice di ben due libri incentrati sull’omicidio Pasolini: “Pasolini, massacro di un poeta” del 2018 e “L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini” del 2020.







Ci troviamo a “La Villetta social lab”, una realtà che nasce nel 2015 all’interno della Villetta, costruita come Casa del Fascio e, per contrappasso, dal 1944 sede storica di quartiere dei partiti della Sinistra (fino agli anni ’80 era la sezione del PCI, poi PDS, DS ecc.). Fu presa dai partigiani il giorno prima dell’arrivo degli americani a Roma, nel giugno 1944. Villetta Social Lab nasce come un incubatore di progetti di mutualismo, partecipazione e condivisione rivolti agli abitanti del quartiere e non solo. Opera per l’animazione sociale e culturale, per diventare un laboratorio di idee e di pratiche tese ad organizzare progetti volti al miglioramento delle condizioni di vita nel territorio. Attraverso corsi formativi a costi popolari, sportelli di supporto su tematiche sociali e culturali e attività culturali gratuite, promuove cultura, buona socialità, qualità delle relazioni umane e degli stili di vita, pratica dei diritti e partecipazione.
Sappiamo, del resto, che la Garbatella, nonostante sia cresciuta qui Giorgia Meloni, ha una solida tradizione di sinistra ed è un quartiere, fortunatamente, ancora presidiato da varie realtà sociali che lo animano.

https://www.villettasociallab.it/
L’inchiesta di Simona Zecchi, durata parecchi anni, in “Massacro di un poeta” riparte proprio dalla sciagurata notte del 2 novembre 1975 e, con l’ausilio di prove fotografiche mai emerse sinora, documenti inediti, interviste e testimonianze esclusive, fa tabula rasa dei moventi ufficiali e delle piste finora accreditate, dall'”omicidio a sfondo sessuale” al “misterioso” Appunto 21 di Petrolio. Mostra che lo “schema perfetto” che condusse il poeta fra le braccia dei suoi carnefici è sempre stato sotto gli occhi degli inquirenti e, in parte, dell’opinione pubblica: un oscuro attentato a pochi passi dall’abitazione di Pasolini la cui funzione viene finalmente svelata, un furto di bobine come espediente, la presenza di più macchine all’Idroscalo e la prova del doppio sormontamento del corpo ormai agonizzante, i testimoni che nessuno ha mai voluto veramente ascoltare, la matrice fascista dell’agguato, la direzione dell’intelligence nostrana, i tentativi di alcuni giornali di trasformare Pasolini in imputato nello stesso processo che avrebbe dovuto stabilire l’identità dei suoi assassini. Le persone che parteciparono all’omicidio, in quella lingua di sabbia, pioggia e sangue che era l’idroscalo quella notte, sarebbero state almeno sei, più altre persone che stavano intorno a controllare che tutto andasse come doveva andare. Piccola criminalità, ma ci sarebbe stato anche un ruolo della criminalità organizzata, almeno nel depistaggio, e dell’eversione nera tra i mandanti.

Nel secondo libro, Simona Zecchi riprende il filo delle serrate indagini che Pasolini negli ultimi tempi svolgeva sulla strage di Piazza Fontana e sui piani eversivi della destra e, anche qui grazie a documenti inediti e nuove testimonianze, ricostruisce l’accerchiamento politico e criminale che ne causò la morte: da quando il poeta, due settimane prima, ricevette un dossier sulla DC – fin qui sconosciuto – la cui pubblicazione avrebbe fatto saltare tutto il Palazzo, fino al crudele massacro dell’Idroscalo di Ostia. Il quadro che ne risulta fornisce a quel singolo, tragico episodio una spiegazione convincente e più ampia, nel contesto – qui ricostruito sotto una luce nuova – della strategia della tensione. Un lavoro che alla ricostruzione del come e del chi dell’agguato – fornita dalla sua precedente inchiesta e qui ancora approfondita – affianca finalmente la rivelazione del perché. E il movente fondamentale, secondo lei, è quello che Pasolini poteva sapere, comunque lo avesse scoperto (forse attraverso alcuni contatti epistolari che aveva avuto con Giovanni Ventura), sulla strage di Piazza Fontana. Ventura cercò Pasolini per perseguire la sua strategia difensiva di accreditarsi come uomo di sinistra. In una lettera del 24 settembre 1975, poche settimane prima di morire, Pasolini gli risponde chiedendogli di uscire dall’ambiguità e di dire cosa c’è dietro la strage. E Ventura fa un elenco dei personaggi politici di una certa area democristiana che sarebbero dietro le bombe. Bisogna ricordare che Ventura per un periodo aveva collaborato con la magistratura, facendo delle dichiarazioni che poi avrebbe ritrattato.
Riguardo al clima di quegli anni, Simona dice che a dicembre 2022 la Commissione Antimafia ha fatto uscire una relazione pubblica in cui ha scritto nero su bianco che, a seguito di una domanda fatta all’ex boss della banda della Magliana Maurizio Abbatino che ha detto quello che sapeva sul furto delle bobine delle ultime scene di Salò, è emerso un nuovo pezzo della trappola tesa a Pasolini. Il clima intorno al set di Salò era molto agitato e inquietante, a detta dello stesso Pasolini, della produzione e di alcuni assistenti di scena. Il film, sebbene per Pasolini non parlasse del neofascismo ma di altro prendendo solo spunto dall’ultimo fascismo, non era certo gradito ai neofascisti. Il produttore, poco dopo l’omicidio di Pasolini, disse che aveva paura a girare per strada. Pasolini chiuse lo stesso il film con altre scene, in accordo con la produzione, e lo presentò in anteprima in Francia ma, secondo la ricostruzione fatta da Simona, era in contatto con delle persone per riavere quelle “pizze”. Esistono poi delle foto delle scene finali, fatte sul set, dove si vede come dovevano essere: i carnefici e le vittime ballano insieme. Doveva essere sia un’immagine distensiva, alla fine di un film estremamente duro, che una sorta di barlume di speranza, anche se a Pasolini non sarebbe piaciuto sentirlo chiamare così.
Mentre lui era in Svezia, sempre negli ultimi giorni prima dell’omicidio, venne intervistato per la Domenica del Corriere e, alla domanda se non avesse paura, rispose: “Basta che non tocchino mia madre. Venissero una volta per tutte, dopo tutte le minacce”. Ci fu anche un’intrusione nell’ufficio della SIP dell’Eur, dove abitava, in seguito alla quale le telefonate di Pasolini erano intercettate. La conferma, secondo Simona, viene da un’intervista fatta, prima che morisse, all’ex capo del controspionaggio Gianadelio Maletti, che le ha detto che Pasolini era ritenuto, dai servizi segreti, “scomodo”, “anarchico” e “pericoloso”.
Simona dice in sostanza che, in pratica, lei ha fatto quel lavoro di inchiesta che avrebbe dovuto fare la magistratura, ricostruendo anche quali altri autoveicoli e motoveicoli erano presenti sulla scena del delitto.
L’inchiesta è stata riaperta e poi di nuovo chiusa quattro volte, l’ultima tra il 2010 e il 2015.
La conclusione del processo di primo grado fu la condanna di Pelosi a 9 anni e 7 mesi per “omicidio in concorso con ignoti”, ignoti che poi sono rimasti sempre tali, anche perché in seguito, già in appello con conferma poi in Cassazione, il concorso con ignoti venne stralciato dai giudici, cercando di smontare tutti gli indizi sulla presenza di terze persone.
Il 7 maggio 2005, la svolta più clamorosa e controversa: Pino Pelosi cambia platealmente versione e si dichiara innocente. Lo fa durante un’intervista televisiva concessa a Franca Leosini per la trasmissione di Raitre Ombre sul Giallo. L’ex ragazzo di vita, ormai quarantaseienne, racconta tutta un’altra storia: lui e il poeta erano stati aggrediti da un gruppo di persone, che avevano massacrato Pasolini a suon di insulti («Arruso, fetuso, sporco comunista») e avevano indotto lui al silenzio sotto minaccia («Fatti i cazzi tuoi, sennò uccidiamo pure te e tutta la tua famiglia»). Ora che era rimasto solo, essendo morti i genitori, Pelosi si era deciso a rivelare la verità. Il caso si riaccende con prepotenza. Il giorno dopo, il «Corriere della Sera» ospita un’intervista a Sergio Citti, storico collaboratore di Pasolini, secondo il quale il regista sarebbe stato tirato in trappola da alcuni malviventi con la scusa delle pellicole rubate di Salò. Ed ecco la terza inchiesta, archiviata poi senza nuovi riscontri. Nel frattempo le teorie del complotto si sono affinate. Una delle più rilevanti riguarda il romanzo incompiuto Petrolio, pubblicato postumo nel 1992. In esso Pasolini sembra accusare Eugenio Cefis di aver ordito l’attentato contro il presidente dell’ENI Enrico Mattei.
La quarta e ultima istruttoria, sollecitata da un cugino di Pasolini e dallo stesso Ministero della Giustizia, dura appunto cinque anni, dal 2010 al 2015. Fra i diversi testimoni ascoltati ci sono anche alcuni baraccati dell’epoca. La signora Anna ricorda di aver sentito, quella notte, «voci di diverse persone, sicuramente più di due». Ora che è possibile, gli inquirenti dispongono le analisi del DNA sui reperti dell’omicidio, ovvero i vestiti e i bastoni conservati nel museo criminologico di Roma. In effetti, emergono materiali biologici appartenenti a terze persone, ma le tracce, come sempre, non sono databili, né risultano riferibili ad alcun sospettato, come Mastini (detto Johnny lo zingaro) o i Borsellino. Nel frattempo, Pelosi cambia ancora una volta versione in un libro del 2011: con l’intellettuale si frequentava da tempo, dice, ma malgrado ciò aveva accettato di fare da intermediario nella restituzione delle bobine di Salò. Arrivati all’Idroscalo, erano stati raggiunti dai fratelli Borsellino e da altri ignoti assalitori. Di fronte ai pm, il condannato ribadisce questa nuova ricostruzione, apparendo sempre meno credibile con le sue giravolte e contraddizioni. Neanche stavolta, insomma, si raggiungono risultati concreti. Il 25 maggio 2015 il Gip di Roma dispone l’ultima archiviazione. Nel provvedimento, la presenza di altri soggetti viene ritenuta «molto probabile», ma si rivela la difficoltà di stabilirne l’identità.
Pino Pelosi è morto di cancro il 20 luglio 2017, portando probabilmente con sé la verità su quella notte.
Ora è uscita la notizia che David Grieco, regista che è stato amico e giovane assistente di Pasolini, ha chiesto alla Procura di Roma di riaprire ancora l’inchiesta sulla base di nuove prove che sostiene di avere, tra cui il DNA di tre persone diverse da Pasolini e dal suo presunto assassino, ricavato probabilmente da analisi del maglione e del plantare che furono ritrovati nell’auto e che, si sa fin da allora, non appartenevano né all’uno né all’altro. Ma è difficile, anche secondo Simona, dire quante possibilità ci siano che si arrivi a una nuova riapertura.
Finito l’incontro con Simona Zecchi, ci facciamo un bel giretto nel quartiere accompagnati da Anna Bredice, attuale corrispondente da Roma di Radio Popolare, e da uno degli animatori della Villetta. Secondo un’ipotesi molto diffusa, la Garbatella prenderebbe il nome dall’appellativo garbata dato alla proprietaria di un’osteria che sarebbe sorta sullo sperone roccioso sovrastante la basilica di San Paolo fuori le mura. Il nuovo quartiere fu fondato negli anni Venti su questi territori posti sui colli che dominano la basilica. Dopo la Prima guerra mondiale Roma visse una fase di grande sviluppo edilizio, paragonabile per alcuni versi a quella del secondo dopoguerra. Il settore sud della capitale, nelle intenzioni degli urbanisti, doveva essere connesso al lido di Ostia tramite un canale navigabile parallelo al Tevere, che non fu però mai scavato. Tale canale avrebbe dovuto dotare Roma di un porto commerciale molto vicino al centro della città, nei pressi dell’odierna via del Porto Fluviale, situata al confine tra Garbatella e Testaccio; nella zona a ridosso del canale avrebbero dovuto sorgere una serie di lotti abitativi destinati ad ospitare i futuri lavoratori portuali. Fu con questa idea che il re Vittorio Emanuele III posò la prima pietra a piazza Benedetto Brin, il 18 febbraio del 1920: era allora sindaco Adolfo Apolloni, che aveva seguito attentamente i progetti e si era adoperato affinché fosse incrementato e valorizzato il verde nella città attraverso il criterio di inserire verde e giardini nell’edilizia popolare.
Tutto questo è visibile anche oggi, ammirando l’architettura dei lotti di case popolari: se si dimentica per un attimo di essere nel cuore di Roma, sembra di essere in un borgo di campagna. La grandezza di Roma è anche questa.






Segue aperitivo, dopo di che dobbiamo tornare verso il nostro hotel. Dopo l’altro abbondante pranzo di oggi e l’aperitivo, accompagnato da qualche fettina di pizza e focaccia, i buoni propositi erano di stare leggeri per cena: un’insalatina, due carotine, un gambo di sedano… insomma, il mood sembrava quello. Se non che, salta fuori la proposta di andare in un ristorante peruviano che è proprio qui in zona Termini e che, a detta del fratello della nostra compagna di viaggio Valeria, che vive a Roma, è davvero da provare. Purtroppo, però, il fratello non risponde alle nostre chiamate e messaggi, quindi non riusciamo a sapere il nome esatto del posto, e in zona in realtà ce n’è più di uno… finiamo dal Norteño, che non è probabilmente quello giusto: non è propriamente peruviano, è sicuramente latino ma “copre” (con tanto di bandiere che il cameriere ci mostra) tutta l’America Latina e anche i Caraibi. Comunque non sembra male, ed essendo già abbastanza tardi ci fermiamo.
Ordinare non è per tutti semplice, perché il menù è in spagnolo e il cameriere non parla proprio un italiano perfetto… alla fine io sono piuttosto soddisfatto del mio ceviche (pesce crudo marinato), che è effettivamente un piatto peruviano, ma non è per tutti così.
Siamo invece tutti più che soddisfatti di questi intensi tre giorni, che ci hanno fatto scoprire una Roma lontana dal turismo di massa e ci hanno permesso di onorare al meglio la memoria di Pier Paolo Pasolini, completando il percorso iniziato in Friuli.
Nel frattempo, Stefano è riuscito alfine, dopo vari tentativi, a presentare la sospirata denuncia per il furto del suo telefono (ormai è diventato un habitué del posto di Polizia di Roma Termini, del quale ha potuto apprezzare i ritmi di lavoro) ed ora è in possesso di un telefono nuovo e funzionante.
Quindi tutto è bene quel che finisce bene, e direi che da Roma è tutto, alla prossima.
Grazie infinite a Radio Popolare nella persona del diretùr Claudio Agostoni, a ViaggieMiraggi, a Silvio Parrello “Er Pecetto”, a Gabriella Massa di Roma Slow Tour, a Simona Zecchi e a Villetta Social Lab.
E grazie di cuore anche a tutte le compagne e tutti i compagni di viaggio, compresi Johnny e i Marines che sono stati un po’ nostri compagni di viaggio anche loro…
Daje!
