4 – San Sebastian

San Sebastian, con i suoi graziosi viali e la raffinata eleganza delle sue architetture art nouveau, ti fa respirare aria di Belle Epoque. Ma per lungo tempo Donostia (nome basco della città, da Done Sebastian) è stata poco più di un semplice villaggio di pescatori, privilegiato dalla sua posizione in una baia riparata presso la foce del Rio Urumea. Divenne in seguito il principale sbocco verso il mare del Regno di Navarra. Intorno al XVI secolo, la città era ormai diventata un prospero centro di commerci, specializzato nell’esportazione della lana castigliana e di altri prodotti verso la vicina Francia, i Paesi Bassi e l’Inghilterra; più tardi poté trarre vantaggio anche dai primi traffici con le Americhe. Le sorti di San Sebastian mutarono drasticamente con la guerra d’indipendenza spagnola, durante la quale, il 31 agosto 1813, le forze anglo-portoghesi presero d’assalto la città occupata dai francesi. Dopo la conquista, la città fu brutalmente saccheggiata e quasi interamente rasa al suolo da un devastante incendio scatenato dall’esplosione di un deposito di munizioni francese. L’unico blocco di edifici che sopravvisse fu l’allora Calle Trinidad, utilizzata come alloggio dagli ufficiali alleati. In memoria di quel giorno, la via venne rinominata Calle 31 de Agosto (oggi nel cuore della Parte Vieja). Ogni anno, la sera del 31 agosto, la città commemora la tragedia spegnendo l’illuminazione pubblica e illuminando la via con candele, accompagnate dal suono dei txistus, i flauti tradizionali baschi.

Alla fine del secolo XIX San Sebastian diventa il luogo privilegiato di residenza e villeggiatura delle classi agiate della provincia di Gipuzcoa, ed è allora che si ingrandisce e prende l’impronta art nouveau che mantiene ancora oggi, almeno nella Parte Vieja. Oggi la città è molto più estesa, e conta 187.000 abitanti.
La nostra Teresa, per prima cosa, ci porta a vedere il Peine del Viento (pettine del vento), l’affascinante scultura in ferro di Eduardo Chillida che si trova ai piedi del monte Igueldo. Realizzata nel 1977 in questo luogo spesso battuto dal vento e dalle onde, è oggi una delle icone della città.

Da qui, saliamo con l’ultracentenaria funicolare sulla cima del monte, dove sorge il Parque de Atracciones che è un altro salto indietro nel tempo: è stato inaugurato nel 1912, e a vederlo non sembra molto cambiato da quei tempi. C’è il tunnel degli orrori, ci sono gli autoscontri, i tappeti elastici, la bocca della verità… e ci sono le montagne russe, che qui chissà perché si chiamano montagne svizzere (montañas suizas). Com’è, come non è, forse è vero che diventando… grandi si torna un po’ bambini, fatto sta che non abbiamo resistito alla tentazione di provare queste montagne svizzere, per ritrovare il gusto dei parchi dei divertimenti di tanti, ma tanti anni fa. Ed ecco le prove!

Da quassù la vista è spettacolare, e si vede bene la forma a conchiglia della Bahia de la Concha. Fatta la doverosa foto di gruppo, riprendiamo la funicolare in discesa e poi un autobus per raggiungere la Parte Vieja della città.

Il municipio, che è stato un casinò negli anni ruggenti di San Sebastian

In fondo alla strada la barocca Iglesia de Santa Maria del Coro (XVIII sec.)

Anche San Sebatian ha la sua ampia piazza centrale, Plaza de la Constitución, che era niente meno che una plaza de toros, un’arena per le corride. Costruita dopo l’incendio del 1813 in stile neoclassico, veniva chiusa in occasione delle corride, e chi ci abitava poteva vendere i biglietti per assistere dai balconi allo spettacolo. Per questo ancora oggi i balconi sono numerati.

Una cosa che si nota, girando per la città, è che alle bandiere palestinesi, che anche qui non mancano, si aggiungono moltissime bandiere biancoblu della Real Sociedad, la squadra di calcio cittadina, che ha da poco vinto la Copa del Rey, la coppa nazionale spagnola. Da queste parti è stato davvero un grande evento, che merita di essere celebrato imbandierando la città.

Un altro grande evento che si ripete ogni anno in occasione della festa patronale del 20 gennaio – racconta Teresa – è la Tamborrada. Per 24 ore, migliaia di partecipanti in costume marciano per le strade suonando tamburi e barili di legno. A mezzanotte in punto del 19 gennaio, in Plaza de la Constitución, il sindaco issa la bandiera della città dando il via alle 24 ore ininterrotte di musica e sfilate. Oltre 30.000 persone si dividono in compagnie, indossando le tradizionali divise da soldati napoleonici (per i suonatori di tamburo) o da cuochi (per chi batte sui barili). Le bande suonano le marce e le melodie composte dal maestro Raimundo Sarriegui nell’800. La festa si conclude alle 24:00 del 20 gennaio con l’ammainabandiera nella stessa Plaza de la Constitución.
Chi organizza la festa sono soprattutto le società gastronomiche, che sono da sempre una colonna portante della cultura della città. Forse anche per questo San Sebastian oggi ha una densità di chef stellati tra le più alte al mondo. La tradizione della festa risale al 1881, quando il Comune donò costumi e tamburi delle truppe napoleoniche alle società gastronomiche locali per farle sfilare insieme.

Le società gastronomiche sono associazioni private, spesso nate storicamente come spazi di ritrovo per soli uomini, oggi sempre più aperte, ma comunque molto esclusive. Dispongono di cucine completamente attrezzate e grandi sale da pranzo dove i membri pagano una quota associativa, si riforniscono autonomamente, cucinano per i propri ospiti e gestiscono il bar in totale autonomia.
La Parte Vieja ha probabilmente anche la maggior densità di bar per metro quadro di tutta la Spagna, e perciò non è difficile trovare un posto dove mangiare degli ottimi pintxos e bere del sidro (la sidra come si chiama qui), che è un altro elemento culturale identitario, caratteristico in Spagna del Paese Basco e delle Asturie.
Dopo di che, si riparte per continuare la visita della città.

Passiamo dal monumento ad Aita Mari, soprannome di Josè Maria Zubìa, un pescatore passato alla storia come eroe locale per aver salvato molti naufraghi. Nel 1861, per il salvataggio di tre marinai, ricevette la Gran Croce di Beneficenza della Marina. Ma il 9 gennaio del 1866, una grande tempesta fece naufragare un’imbarcazione che tentava di entrare nel porto. Mari uscì in soccorso e riuscì a recuperare tutti, ma un’onda altissima fece ribaltare la sua barca. Altre imbarcazioni partirono in suo aiuto, ma riuscirono a salvare tutti tranne lui. Il suo corpo fu trascinato via e mai più ritrovato, e fu così che si trasformò in eroe e leggenda. Quelli erano tempi in cui chi salvava le persone dal mare era considerato un eroe, e non un criminale.

Monumento ad Aita Mari

Un monumento che ricorda come la popolazione civile, qui incarnata dalla figura di una donna, ricostruì la città mattone su mattone dopo l’incendio del 1813

Iglesia de San Vicente (XVI sec.)

Donostia è anche una città con una vivace scena culturale, illuminata dai suoi festival internazionali di jazz e cinema, che si svolgono durante i mesi estivi. La sede principale del festival di cinema è il palazzo “Nuovo Kursaal”, costruito nel 1999 su progetto di Rafael Moneo.

Il Kursaal

A breve distanza dal Kursaal c’è un’altra bella spiaggia, la Playa de la Zurriola. E qui pausa, perché una buona parte del gruppo viene presa da un’insopprimibile voglia di bagnarsi almeno i piedi nelle acque del Mar Cantabrico.

Playa de la Zurriola

Il Ponte Maria Cristina, un altro gioiello della San Sebastian della Belle Epoque

Una visita, anche se rapida, la merita anche la cattedrale. La Catedral del Buen Pastor, in stile neogotico, è stata inaugurata nel 1897, alla presenza del re Alfonso XIII e della regina madre Maria Cristina d’Asburgo-Teschen.

La cattedrale

Qui, come quasi sempre in questi giorni nel tardo pomeriggio, si mette a piovere, e quindi ritorniamo verso l’albergo, non prima di aver consegnato a Teresa, che dobbiamo salutare stasera, un biglietto con i nostri ringraziamenti scritto in euskera (ci abbiamo provato, grazie ai più moderni strumenti tecnologici, e pare non sia andata malissimo). Se lo merita, perché come avevamo capito fin da subito è una che dà veramente tutto. La frase più significativa è “Sei meglio di Pippi Calzelunghe”! Il tutto nasce dal fatto che, tra le varie chiacchiere di questi giorni, abbiamo scoperto che Pippi è un po’ un suo personaggio di riferimento, probabilmente per la sua indipendenza e il suo spirito di avventura. Lei è molto contenta e sfodera una risposta che è degna di lei: “Lei non è vera, io sì!”.
In realtà poi ci sarà tempo, dopo aver fatto la doccia e riposato un po’, per bere un ultimo bicchiere insieme in una saletta dell’albergo, dopo di che la salutiamo davvero e si va a cena.

Martedì 12 maggio 2026

Oggi è l’ultimo giorno di viaggio, ma dato che abbiamo il volo dopo le 19 possiamo passare un’altra mezza giornata abbondante a San Sebastian, prima di prendere il pullman per l’aeroporto di Bilbao.
Teresa non è con noi ma ci ha dato gli ultimi suggerimenti per una bella gita fuori porta: si può andare a Pasai (Pasaje) San Pedro e da lì a Pasaje San Juan (in basco Pasai Donibane), che si può raggiungere attraversando in barca uno stretto braccio di mare. Il gruppo, quindi, si divide a metà tra chi ci sta e chi preferisce optare per una mattinata di tutto relax e shopping: del resto, sarebbe la nostra mezza giornata libera.
Io preferisco aggregarmi al gruppetto di Claudio e andare a vedere questi altri due piccoli borghi.

Prendiamo due autobus e si arriva a San Pedro, dove vale la pena di vedere l’interessante museo-cantiere dove si sta provando a ricostruire, con le tecniche dell’epoca, un vascello baleniero basco del XVI secolo. La storia è questa: la nave San Juan fu costruita proprio in un cantiere del borgo da cui prende il nome nel 1563. Nel 1565 fu attrezzata per la caccia alla balena, di cui i marinai baschi erano grandi esperti, tant’è vero che furono i primi a praticarla oltre oceano, sulle coste del nuovo mondo. Del resto, a quei tempi l’olio di balena illuminava l’Europa ed era quindi una risorsa fondamentale. Quella stessa primavera il San Juan, con 60 marinai a bordo, salpò alla volta di Terranova, su quelle che oggi sono le coste del Canada; fu lì che in ottobre, dopo aver portato a termine il suo compito, incappò in una tormenta che la portò ad infrangersi sugli scogli e ad affondare.

Pochi minuti di barca e siamo dall’altra parte della Ria Oyarzun, proprio a San Juan, l’antico borgo di pescatori che sembra rimasto congelato nel tempo, dove si può vedere anche quella che fu la casa di Victor Hugo. Riusciamo a trovare anche un bel baretto per gustare gli ultimi pintxos prima di ripartire.

E qui abbiamo non solo la bandiera palestinese, ma anche quella del popolo saharawi del Sahara Occidentale

Ed è più o meno tutto. Questi giorni in Euskadi 22 anni dopo me li sono proprio goduti, è stata davvero una felice riscoperta che mi ha dato la possibilità di approfondire diversi aspetti della storia e della cultura basca. Alla fine, però, nessuno ha avuto il coraggio di misurarsi con il kalimotxo, il cocktail basco a base di vino rosso e coca cola. Io ne ho bevuti diversi ai tempi delle feste estive di oltre 20 anni fa, ma questa volta non c’è stata l’occasione giusta. Vorrà dire che sarà per la prossima volta, perché prima o poi ci tornerò. Gero arte Euskadi!

E grazie di cuore, ancora una volta, a Radio Popolare, a Claudio Agostoni, a ViaggieMiraggi, a Teresa, a tutte le compagne e tutti i compagni di viaggio. Alla prossima!