3 – Gernika, Mundaka e Bermeo

Oggi abbiamo in programma un mini-tour della provincia di Biscaglia (Bizkaia in euskera e Vizcaya in castigliano), la più popolosa delle tre province basche. Passeremo per tre piccole cittadine particolarmente significative per la storia e la cultura basca, che potremo capire ed apprezzare meglio grazie a Teresa, la nostra guida che è tornata con noi. Io avevo già fatto praticamente lo stesso giro da solo, sempre partendo da Bilbao, 23 anni fa, ma stavolta con lei sicuramente avrò l’opportunità di capirci qualcosa di più.
Si parte da Gernika, che delle tre è sicuramente la più importante. E sì, secondo la grafia basca si scrive così, anche se tutti siamo più abituati a conoscerla come Guernica, secondo la grafia castigliana che il malagueño Picasso uso nel 1937 per intitolare la sua celeberrima opera, che è poi il motivo per cui Gernika è conosciuta in tutto il mondo. Per i baschi, però, Gernika non è e non è mai stata solo questo. Ufficialmente Gernika-Lumo, con l’aggiunta del nome del piccolo borgo al quale si è unita nel XIX secolo, oggi ha circa 17.000 abitanti. Fondata nel 1366, è la capitale religiosa e storica dei paesi baschi spagnoli e fin dal XIV secolo era il luogo di incontro dell’Assemblea di Biscaglia, che si riuniva sotto una quercia, la Gernikako Arbola, che fu un simbolo delle tradizionali libertà del popolo basco. È qui che furono redatti i fueros, l’insieme di leggi che fin dal medioevo garantivano l’autonomia del popolo basco dalla monarchia spagnola. I fueros prevedevano:
1) Autonomia fiscale – le province riscuotevano le proprie tasse e godevano di speciali regimi doganali.
2) Esclusione dalla leva militare spagnola – i baschi non erano obbligati a prestare servizio per l’esercito reale fuori dal proprio territorio.
3) Sistema giudiziario indipendente – le leggi tradizionali (i fueros appunto) prevalevano sulle leggi centrali dello Stato.
Ed è qui che ancora oggi si riunisce, nella Casa de Juntas che risale al 1826, l’assemblea provinciale di Bizkaia. Attualmente la giunta ha come presidente una donna, Elixabete Etxanobe Landajuela, che ha assunto l’incarico di “Deputata Generale” (Ahaldun Nagusia) a luglio 2023.
Ma, prima di visitare la Casa de Juntas, ad accoglierci in città c’è il monumento a Josè Maria Iparragirre (1820-1881), poeta e musicista noto anche come il bardo basco, che scrisse tra l’altro una canzone dedicata proprio alla quercia di Gernika.

Josè Maria Iparragirre

Mentre ci avviamo verso il palazzo dell’assemblea, sotto un sole che oggi, per la prima volta da quando siamo qui, si è fatto davvero caldo e primaverile, Teresa ci racconta della tipica razza di pecora basca Latxa, che ha il pelo lungo e le zampe nere, e della Korrika. La Korrika è una colossale corsa a staffetta non competitiva organizzata nel Paese Basco per promuovere l’uso della lingua basca e raccogliere fondi per le scuole di lingua per adulti AEK. È considerata una delle più grandi manifestazioni linguistiche al mondo e la staffetta più lunga in assoluto. Migliaia di persone corrono giorno e notte, senza interruzione, per circa 10-11 giorni, coprendo oltre 2.500 chilometri. I partecipanti si passano di mano in mano un testimone (lekukoa) che contiene un messaggio segreto, il quale viene svelato e letto ad alta voce solo al traguardo. Ogni chilometro del tracciato può essere acquistato da persone, associazioni, aziende o istituzioni per mostrare il proprio sostegno alla lingua basca.

La Casa de Juntas ha al suo interno una monumentale vetrata istoriata moderna, che raffigura diversi episodi storici. Si dice che, prima della sua costruzione, le assemblee si svolgessero all’aperto sotto la leggendaria quercia, e che si votasse con le ghiande. Nel piccolo museo si può vedere anche una riproduzione artigianale di un corno come quello che, secondo la tradizione, veniva utilizzato per chiamare le persone a raccolta. Jean Jacques Rousseau ebbe a dire che “Gernika è la cittadina più felice del mondo. I suoi affari li governa una giunta di contadini che si riuniscono sotto una quercia, e prendono sempre le decisioni più giuste”. Ma poi arriva la seconda guerra carlista (1872-1876), che pone fine a un lungo periodo di tensioni tra le istituzioni locali e i governi che si erano succeduti a Madrid. La sconfitta della parte carlista, cioè dei sostenitori di Carlo di Borbone, conte di Montemolín, noto come Carlo VI, contro le truppe fedeli alla regina Isabella II, serve da magnifico pretesto per l’abolizione del sistema dei fueros, che già in precedenza era stato minato progressivamente. Le legge del 21 luglio 1876 sancisce la sparizione delle “Diputaciones Forales”, come già era successo in Navarra nel 1841. Con la guerra civile del 1936-39 arriva poi il franchismo, che naturalmente soffoca tutte le autonomie e soprattutto quella dei baschi, che lo avevano fieramente combattuto. Perché la Casa de Juntas torni a vedere riunirsi l’assemblea biscaglina bisognerà attendere il 1979, dopo il ritorno della democrazia.

Usciamo nel giardino a vedere la famosa quercia, che in realtà oggi è un albero molto giovane, di soli 26 anni, che è stato trapiantato qui nel 2015. Prima di lui c’è stata una vera e propria dinastia:
Il capostipite, piantato nel quattordicesimo secolo, durò 450 anni.
L’albero vecchio (1742-1892), ripiantato nel 1811. Il suo tronco è conservato in un tempietto.
il terzo (1858-2004), ripiantato nel 1860, sopravvisse al bombardamento del 1937 ma fu stroncato da un fungo nel 2004. Ed è quindi quello che ho visto io nel 2003.
il quarto (1986-2015) è una delle querce nate dal precedente ed è stato ripiantato il 25 febbraio 2005, ma è morto il 15 gennaio 2015 a causa di una malattia provocata dall’umidità.

La quercia di Gernika è il posto perfetto per una foto di gruppo

Sotto il giovane albero, Teresa ci racconta anche di un’altra tradizione basca, quella dell’urlo noto come Irrintzi: è un urlo caratteristico e acuto, storicamente utilizzato dai pastori per comunicare tra le valli o per spaventare il nemico; oggi esprime gioia, festa e persino rivendicazione politica o solidarietà.
Ecco qua un ottimo esempio:

https://www.youtube.com/watch?v=gcSaW6JUnUc&t=91s

È il momento giusto anche per parlare della bandiera basca, l’Ikurriña. Ancora non lo abbiamo fatto.
Lo sfondo è rosso (colore della Biscaglia), sul quale si sovrappongono una croce verde di sant’Andrea, patrono di Biscaglia, ed una bianca. Il verde rappresenta la natura, simboleggiata anche dall’albero di Gernika, mentre il bianco vuole richiamare la religione cattolica. L’insieme ricorda la bandiera del Regno Unito e forse la grande ammirazione provata dal creatore della bandiera Sabino Arana (fondatore del PNV) per la Scozia, la cui bandiera è anch’essa una croce di Sant’Andrea, è stata di ispirazione per quella basca.

Ma… e il basco (inteso come cappello)? Il basco qui non si chiama così; è un nome che questo tipo di copricapo, che in origine era effettivamente tipico dei contadini baschi, ha preso solo in italiano. Qui si chiama txapela.

Prima di lasciare Gernika, è obbligatoria una sosta davanti alla riproduzione a grandezza naturale, ma in mattonelle, dell’opera di Picasso attualmente esposta al Centro de Arte Reina Sofia di Madrid.

È l’occasione per parlare anche del bombardamento di Gernika. Tutti ne sappiamo qualcosa, ma una spiega completa non fa mai male. L’incursione aerea fu compiuta dalla Legione Condor tedesca con la partecipazione dell’Aviazione Legionaria italiana il 26 aprile 1937, durante la guerra civile spagnola. Le forze aeree italo-tedesche dichiararono di aver avuto come obiettivo dell’attacco il ponte Rentería, sul fiume Mundakako Itsasadarra, per appoggiare gli sforzi bellici dei nazionalisti franchisti nell’offensiva in corso in Biscaglia per rovesciare le forze fedeli al governo della Repubblica. Sarebbe stato il forte vento a deviare le bombe sulla città. In realtà si trattò di un bombardamento terroristico contro la popolazione civile e contro la città, come risulta da fonti e testimonianze sia contemporanee all’evento sia del dopoguerra.
Quel giorno, alle ore 16:30 circa, il campanile della chiesa cominciò a battere il segnale di attacco aereo. Era giorno di mercato e molti contadini con il loro bestiame erano presenti nella cittadina, già piena peraltro di profughi che davanti all’avanzata del nemico vi si erano rifugiati. Al suono dell’allarme le persone scesero nelle cantine destinate a refugios contro le incursioni, ma inaspettatamente comparvero solo due ricognitori che dopo un largo giro sopra Gernika fecero ritorno alla base.
La maggior parte della popolazione quindi uscì dai rifugi, senza sapere che la città era stata scelta per un tipico esperimento tedesco: valutare in pratica l’efficacia di un massiccio bombardamento aereo. Un quarto d’ora dopo l’intero gruppo da bombardamento comparve in cielo, sganciando ordigni di ogni tipo, da bombe convenzionali a quelle incendiarie. Si scatenò subito il caos: le persone cercavano di rientrare nei rifugi, poi si resero presto conto che gli stessi non erano in grado di resistere alle bombe di maggior calibro; all’interno dei rifugi si svilupparono fiamme, quindi molte persone morirono soffocate dal fumo. A quel punto tutti si riversarono fuori città fuggendo attraverso i campi, e di conseguenza i cacciabombardieri italo-tedeschi scesero a mitragliare uomini, donne e bambini, oltre che l’ospedale e addirittura il bestiame. Ma l’attacco più massiccio non era ancora cominciato.
Una seconda ondata, basata sull’impiego dei moderni He 111 scortati da cinque caccia C.R.32 dell’Aviazione Legionaria, scaricò sulla città già semidistrutta un ulteriore carico di ordigni esplosivi. A questa seconda ondata parteciparono anche i tre Savoia-Marchetti S.M.79 dell’Aviazione Legionaria, che ufficialmente avevano come obiettivo il minuscolo ponte Rentería – in pratica privo di valenza militare – ma che di fatto sganciarono le loro bombe sull’immediata periferia colpendo alcuni edifici.
A questo punto entrarono in scena altri bombardieri medi per la terza e ultima fase dell’attacco; migliaia di piccoli spezzoni incendiari da 10 kg raggruppati in tubi di alluminio da 1 kg ognuno, i quali si aprivano durante la caduta, caddero sulla città in rovina, tramutando le strade in un inferno di fuoco in cui centinaia di persone morirono carbonizzate. Secondo i testimoni oculari, intere famiglie rimasero sepolte nelle proprie case o nei rifugi crollati, mentre per le strade buoi e pecore coperti di fiamme correvano tra i ruderi prima di cadere morti. Esseri umani anneriti dalle fiamme barcollavano tra le macerie, mentre altri annaspavano cercando di salvare i parenti seppelliti. Tutto finì in circa tre ore: alle 19:45 circa i sopravvissuti impauriti e inebetiti poterono finalmente mettersi alla ricerca dei loro cari tra le rovine fumanti e, dopo averli trovati, dar loro degna sepoltura. Stando al governo basco, le perdite furono circa un terzo della popolazione: 1654 morti e 889 feriti, mentre ricerche più recenti hanno parlato di circa 2-300 morti. I soccorritori che giungevano da Bilbao rimasero increduli quando avvicinandosi vedevano il cielo sopra Gernika assumere il colore rosso-arancione delle fiamme, mentre della città rimaneva uno scheletro bruciato con circa il 70% degli edifici distrutto o inagibile.
Le reazioni manifestatesi nel mondo furono così intense da far preoccupare lo stesso Franco e i suoi sostenitori. Esterrefatti per le devastazioni subite da Gernika, i corrispondenti dei giornali esteri furono unanimi nel condannare il massacro, definendolo un «nefasto crimine». Il giorno successivo la notizia comparve sulla stampa britannica e il 28 aprile sul New York Times e sul Times, mentre il consigliere della difesa basco José Antonio Aguirre denunciò l’episodio con la frase «Aviatori tedeschi, al servizio dei ribelli spagnoli, hanno bombardato Guernica, bruciando la storica città venerata da tutti i baschi». I franchisti fecero di tutto per smentire la notizia e dare la colpa ai comunisti, sostenendo che la città venne distrutta dai difensori prima di ritirarsi, per fare letteralmente “terra bruciata”; il comando di Franco cercò di attribuire la colpa agli stessi baschi, e il 29 aprile comunicò che: «Guernica è stata distrutta dal fuoco e dalla benzina. Sono state le orde rosse al servizio del criminale Aguirre a bruciarla fino alle fondamenta. […] Aguirre ha pronunciato l’infame menzogna di attribuire questa atrocità alla nostra nobile ed eroica aeronautica militare».
Picasso compose il grande quadro (9 m x 3) in solo un mese di lavoro e lo fece esporre nel padiglione spagnolo dell’esposizione universale di Parigi (maggio-novembre 1937). Guernica fece poi il giro del mondo, diventando molto acclamato, ma soprattutto servì a far conoscere la storia del conflitto fratricida che si stava consumando in Spagna.
L’ordine con cui deve essere letta l’opera d’arte è da destra a sinistra, poiché il lato destro era vicino all’entrata del luogo per cui è stata progettata, cioè il padiglione della Repubblica Spagnola all’Esposizione internazionale di Parigi. La presenza della madre con il neonato in braccio, di un cavallo che somiglia a un asino, simbolo dell’irrompere della brutalità, e di un toro, simbolo del sacrificio nella corrida, ricorda la composizione del presepe natalizio, che risulta però sconvolto dal bombardamento. La colomba a sinistra, richiamo alla pace, ha un moto di strazio prima di cadere a terra; il toro rappresenta la follia della guerra, mentre il cavallo, trafitto da una lancia, simboleggia la Spagna.
La violenza, lo stupore, l’angoscia e la sofferenza sono deducibili esplicitamente guardando, sulla sinistra dell’opera, la madre che grida al cielo disperata, con in grembo il figlio ormai senza vita; fa da contraltare ad essa l’altra figura apparentemente femminile a destra, che alza disperata le braccia al cielo. La gamma dei colori è limitata; vengono, infatti, utilizzati esclusivamente toni grigi, neri e bianchi, così da rappresentare l’assenza di vita, oltre a conferire all’opera una più intensa drammaticità. Inoltre la scelta del bianco e nero è dovuta ad una precisa scelta dell’artista che, non essendo stato testimone oculare della strage, volle riferirsi solo ai reportage riportati dai giornali dell’epoca che erano, appunto, in bianco e nero. L’alto senso drammatico nasce dalla deformazione dei corpi, dalle linee che si tagliano vicendevolmente, dalle lingue aguzze che fanno pensare ad urli disperati e laceranti, dall’alternarsi di campi bianchi, grigi, neri, che accentuano la dinamica delle forme contorte e sottolineano l’assenza di vita a Guernica. Questo quadro doveva rappresentare una sorta di manifesto che esponesse al mondo la crudeltà e l’ingiustizia delle guerre. E ci riesce benissimo ancora oggi, a quasi 90 anni di distanza. Negli ultimi tempi, diverse voci basche si sono levate per chiedere che il quadro venga portato proprio qui, a Gernika. Questo dice la scritta sotto la riporoduzione: “Guernica” a Gernika.
Ma la risposta del governo spagnolo è stata netta: l’opera non può viaggiare, sarebbe troppo pericoloso. Molti pensano che sia una scusa, e che le vere motivazioni siano politiche. Difficilmente questo “sogno” basco potrà diventare realtà, ma dovunque sia esposto il valore di Guernica come manifesto contro tutte le guerre resterà per sempre. Si racconta che un ufficiale nazista (o l’ambasciatore tedesco, le versioni sono diverse), in visita nello studio di Picasso a Parigi, vedendo la foto di Guernica, gli chiese: “Avete fatto voi questo orrore, maestro?”. Picasso rispose lapidario: “No, l’avete fatto voi”.

Fu lui, George Steer, il primo a pubblicare la notizia del bombardamento di Gernika

Da Gernika basta percorrere 13 km di strada per raggiungere la costa. Arriviamo a Mundaka, un paese di poco più di 1800 abitanti, ma che gode di grande fama come paradiso dei surfisti. Ci troviamo nella Riserva della Biosfera Urdaibai, un’area protetta dall’UNESCO dal 1984, con un’estensione di oltre 220 kmq intorno all’estuario del Rio Oka, che si getta nel golfo di Biscaglia. Quest’area è popolata da centinaia di specie di uccelli, ed è anche una tappa lungo la rotta migratoria tra l’Europa e l’Africa di uccelli come l’oca faccia bianca e altri.

Ma è popolata anche dai maniaci della tavola in cerca dell’onda perfetta, che arrivano da ogni dove attirati dalla leggendaria onda sinistra di Mundaka. Si tratta di un’onda di qualità eccellente, lunga, cava e perfetta, adatta principalmente a surfisti esperti. Perché sinistra? Perché si rompe da destra verso sinistra, rispetto alla visuale del surfista. Può superare i 400 metri di estensione e, nei giorni migliori, può raggiungere e superare i 4 metri di altezza. Le condizioni migliori si verificano durante la stagione autunnale o invernale. Insomma, difficile immaginarlo oggi visto che il mare è una tavola blu, ma questa onda è un vero e proprio fenomeno naturale che si genera grazie ai banchi di sabbia della foce e che ha portato questa cittadina basca al centro del turismo sportivo internazionale, permettendole di ospitare anche gare ed eventi professionistici. E anche se tra noi non ci sono surfisti l’onda sinistra, per ovvi motivi, non può che piacerci molto.

Da Mundaka, con un altro breve spostamento, raggiungiamo Bermeo, un grazioso villaggio di pescatori cresciuto forse un po’ troppo (oggi 17.000 abitanti) ma che vale ancora una sosta. Ci facciamo un pranzetto in uno dei tanti bar e ristorantini con vista sul porto turistico, mentre al tavolo vicino al nostro tre anziani signori bevono un bicchiere di vino e chiacchierano in euskera.

Mentre passeggiamo piacevolmente per Bermeo, le nuvole si addensano e ci resta giusto il tempo di raggiungere il nostro pullman prima che inizi a piovere a dirotto. Sotto la pioggia viaggiamo per raggiungere San Sebastian, che sarà la prossima tappa del nostro viaggio.

Ci sistemiamo nel nostro albergo, che è un po’ più confortevole della residenza universitaria di Bilbao, ci riposiamo un po’ e poi si esce per cominciare a scoprire la città. Ci spostiamo a piedi verso il centro, dove risulta subito evidente il diverso carattere di San Sebastian rispetto a Bilbao. Se Bilbao è una città operaia, cresciuta grazie alle acciaierie e ai cantieri navali, San Sebastian è stata storicamente il luogo privilegiato di residenza delle classi agiate della provincia di Gipuzcoa, come dimostrano il palazzo di Miramar, costruito nello stile di cottage inglese alla fine del XIX secolo quale residenza estiva per la casa reale, e le numerose dimore signorili di cui è costellato lo splendido lungomare.

Il palazzo di Miramar

Dal palazzo di Miramar, che si erge sul Pico del Loro, l’altura che separa la Playa de Ondarreta dalla Playa de la Concha, scendiamo verso la Playa de la Concha, la più bella e famosa spiaggia cittadina. Si chiama così perché la baia ha la forma di una conchiglia (concha in castigliano), anche se lo vedremo meglio domani dall’alto del monte Igueldo. Anche da qui si vedono le cime dei due colli della città, il monte Igueldo e il monte Urgull con la sua imponente statua del Cristo. Il nome basco della città, Donostia, deriva da una contrazione di Done Sebastian (Done significa santo in euskera).

Passeggiando lungo la Playa de la Concha, con le sue eleganti architetture stile art nouveau, si fa un salto indietro nel tempo fino alla Belle Epoque, e del resto da qui la Francia è veramente a due passi, per cui la città ha sempre avuto un’evidente impronta francese. Forse anche per questo – racconta Teresa – secondo i bilbainos i donostiarras (cioè gli abitanti di Donostia) hanno un po’ la puzza sotto il naso e sono aburridos (noiosi). È normale, sappiamo che tra le due città c’è una certa rivalità che è frutto anche di questo diverso carattere.

Si va a cena in un ristorante della Parte Vieja della città. È pieno e l’attesa è lunga, ma alla fine, almeno per me, viene premiata: il baccalà in salsa verde, che è un’altra variante del più tipico cibo basco, è buono e arriva non solo con le patate, ma a sorpresa anche con cozze, uovo sodo e gamberetti. C’è di che essere soddisfatti, anche se non è un ristorante stellato. Un’altra delle particolarità di San Sebastian è proprio quella di essere famosa per il buon cibo e di avere una delle concentrazioni di chef stellati per metro quadro più alte in Europa. La città e i suoi immediati dintorni sono la culla della Nuova Cucina Basca, guidata da leggendari chef pluristellati e da nuovi talenti internazionali come Martín Berasategui, Juan Mari e Elena Arzak, Pedro Subijana. Potremo forse goderne anche domani, quando visiteremo la città, anche se gli chef stellati per noi sono un po’ “fuori target”.

(TO BE CONTINUED…)