Battambang, 150.000 abitanti, è adagiata lungo il fiume Sangker, che sgorga dai vicini Monti Cardamomi, e ha il fascino decadente delle ex città coloniali. Il suo nome significa “Bastone perduto”.
La fondazione della città risalirebbe a un contadino di nome Ta Dambong che un giorno, mentre pascolava il suo gregge di vacche, trovò un bastone e si accorse ben presto che aveva poteri magici. Il contadino usò questi poteri per spodestare il re e impadronirsi del trono. Il principe ereditario riuscì a fuggire nella giungla e si unì ad un gruppo di monaci. Un indovino predisse al nuovo re che il suo regno sarebbe durato 7 anni, 7 mesi e 7 giorni e che un saggio a dorso di un cavallo bianco, vestito con abiti regali arancioni, lo avrebbe scacciato. Ta Dambong allora decise di mandare a tutti i saggi del paese un invito per recarsi a corte. Con l’inganno li avrebbe poi fatti uccidere. Anche il principe ereditario si mise in cammino. Lungo la strada incontrò un viandante che gli offrì il proprio destriero bianco e una veste arancione in modo che potesse presentarsi degnamente al sovrano. Appena giunto a corte il re lo riconobbe e scagliò il suo bastone contro il giovane, ma lo mancò e il bastone finì lungo le rive del Sangker. Il re usurpatore si diede alla fuga e il principe riconquistò il governo della città.

Map of route from Kampong Chhnang to Battambang via Pursat and Moung Roussei

Noi siamo arrivati in città nel primo pomeriggio e, dopo esserci sistemati in hotel (dormiremo qui due notti), siamo risaliti sul minivan e ci siamo diretti verso Phnom Sampeau, una collina fuori città dove si trova un tempio buddista. Ci siamo fermati prima, però, a dare un’occhiata al palazzo del governatore, costruito dai francesi nel 1907 in stile coloniale. Vicino al cancello del palazzo, campeggiano due enormi ritratti del re e della regina madre, come quelli che spesso si vedono in negozi, ristoranti o anche case private, ma molto più grandi.

Il Palazzo del Governatore di Battambang

Raggiunta Phnom Sampeau, siamo andati prima di tutto al tempio, che è moderno ma ha comunque un certo fascino, e soprattutto dà una sensazione di pace. C’eravamo solo noi e i monaci, che con un po’ di pazienza, aspettando l’ora della preghiera del pomeriggio, abbiamo potuto sbirciare un po’ durante la loro funzione, dall’esterno e senza disturbarli. C’erano alcuni giovani novizi che sembravano incuriositi da noi almeno quanto noi da loro, ma anche un anziano monaco ci ha salutato in maniera molto cordiale e non sembrava per niente infastidito; probabilmente sono abituati alla presenza dei turisti, sicuramente in altri periodi (ora, essendo la stagione delle piogge, non siamo nel pieno della stagione turistica) o in altre annate ne hanno visti anche di più.

Il tempio di Phnom Sampeau

Qui possiamo vedere come i monaci vengono chiamati alla preghiera (video di Enrico Lusetti):

Poi ci siamo spostati verso la bat cave, che in questo caso non è la batcaverna di Batman/Bruce Wayne a Gotham City, ma è letteralmente la caverna dei pipistrelli. In zona si incontrano facilmente anche dei macachi, che vivono qui intorno e si spingono spesso nell’area frequentata dai turisti nella speranza di rimediare un po’ di cibo. Anche perché sanno che tutti i giorni, quando stanno per arrivare le 6 di sera, gli umani arrivano a frotte.

Sì, perché pare proprio che questa grotta sia la maggiore attrazione turistica di Battambang e dintorni. Per la prima volta da quando siamo in Cambogia, abbiamo incontrato altri italiani, spagnoli, americani e anche altri turisti orientali. Sono tutti qui in attesa dello spettacolo che va in scena ogni sera a quest’ora, quando come a un segnale convenuto dalla spaccatura nella montagna iniziano a uscire tutti insieme migliaia di pipistrelli: si calcola che siano oltre un milione, per cui il flusso prosegue ininterrottamente per circa un’ora. Quello che fa davvero impressione è vedere come vadano tutti compatti nella stessa direzione, verso le risaie dove potranno fare indigestione di zanzare. Date un’occhiata a questo video:

E ne mangiano di insetti, i pipistrelli: dal 50% fino al 100% del loro peso. Poi, verso le 2 di notte, rientrano e se ne vanno a dormire.
Nella montagna sono anche scolpite delle enormi sculture: un Budda alto 30 m, un Budda sdraiato sul fianco destro e le danzatrici. Il Budda sdraiato sul fianco destro con la mano a sostenere il capo rappresenta il Parinirvana, ovvero il momento della morte terrena e il passaggio alla pace eterna. Questa postura simboleggia la totale serenità, la liberazione dal ciclo delle rinascite e l’illuminazione suprema. La mano destra rivolta verso il basso simboleggia invece il momento in cui il Budda ha chiamato la terra come testimone della sua vittoria sulle tentazioni e del raggiungimento dell’illuminazione.

Per cena, siamo andati al Cafè HOC, che offre una bella scelta di piatti “fusion” tra sapori khmer e cucina occidentale e che è collegato alla ONG HOC (Hope Of Children), fondata da un monaco buddista e che gestisce a Battambang l’orfanotrofio che visiteremo domani. Alcuni dei ragazzi che ci lavorano sono cresciuti proprio in orfanotrofio, e i proventi del locale vanno ovviamente a sostenere le attività della ONG.

https://www.facebook.com/cafehoc/

Battambang è anche la città cambogiana che ha ispirato più canzoni, con la sua natura e i suoi paesaggi. Vi farò un solo esempio: Champa Battambang (il frangipane di Battambang). Il frangipane è un altro fiore, insieme all’ibisco e ai fiori di loto, molto diffuso e amato in Cambogia. Questa canzone, scritta e interpretata nel 1962 dal cantautore cambogiano Sinn Sisamouth, è uno dei classici più classici della musica pop cambogiana pre-Khmer Rossi. Durante il periodo della cosiddetta Kampuchea democratica (1975-1979), quando i Khmer Rossi erano al potere, tutta la musica era proibita, a parte le canzoni di propaganda. Sinn Sisamouth, nato nella provincia di Stung Treng, si trasferì a Battambang quando era molto piccolo, perché il padre, che era un militare, fu destinato al corpo di guardia della prigione di Battambang, sotto il protettorato francese.

Champa Battambang su YouTube

Al periodo immediatamente successivo al regime dei Khmer Rossi, quindi alla guerra civile degli anni ’80, risale anche l’utilizzo del Bamboo Train, che è oggi un’altra delle attrazioni “must” di Battambang.
Si tratta di uno speciale mezzo di locomozione utilizzato dai contadini nella tratta ferroviaria tra Phnom Penh e Battambang. Un telaio di legno, ferro e bambù viene appoggiato su due assi ferroviari che scorrono lungo i binari. Un motore, usato per piccoli mezzi agricoli, è collegato ad una cinghia che trasmette il moto ad un solo asse.

Lungo la tratta ferroviaria chiunque sia in possesso di questo semplice mezzo può installare il suo “treno” e muoversi in una direzione o nell’altra. Ufficialmente è illegale, ma per molti abitanti della vasta campagna cambogiana è il mezzo di trasporto più comodo e veloce, considerate le condizioni delle strade e dei mezzi pubblici in genere. La velocità raggiunta può arrivare a circa 50 km/h, il sistema frenante è manuale e agisce sulla cinghia di trasmissione. È questo è più o meno quello che si prova sferragliando in questo modo tra le risaie:

Il primo utilizzo di questo particolare trenino fai da te risale appunto al periodo della guerra civile, quando veniva usato sia per trasportare persone che derrate alimentari. All’inizio non era neanche spinto da un motore come oggi, ma si andava a forza di braccia usando un palo di legno come “remo”, e il trenino veniva costruito riutilizzando pezzi di vecchi carri armati.
Le dimensioni del Bamboo Train sono generalmente quelle di un telaio rettangolare che misura quattro metri per due. La facilità con cui si può disimpegnare e rimuovere dalla sede ferroviaria permette un traffico scorrevole in entrambe le direzioni, nonostante la ferrovia sia a binario unico. Una consuetudine della civiltà cambogiana impone a tutti coloro che si incrociano l’obbligo di scaricare, con la collaborazione di tutti, e rimuovere il mezzo meno carico per far passare l’altro.
Il binario è a scartamento ridotto metrico (1000 mm). L’unico treno passeggeri della compagnia ferroviaria cambogiana effettua un solo servizio alla settimana di andata e ritorno fra le due città.
Dopo il breve viaggio di andata e ritorno sul Bamboo Train, abbiamo visitato una delle case più antiche rimaste in città, che è la casa in legno della signora Bun Roeung.
La casa fu costruita nel 1920 dai nonni materni della signora. Il nonno, dopo aver lavorato come avvocato, si era dato alla carriera militare ed era un ufficiale, un pilota. Era una famiglia ricca, nella quale si annoveravano altri militari della Guardia Reale e un professore di letteratura khmer. La casa è grande, con una veranda sul davanti e altre due sui due lati. E due scalinate, quella principale in cemento e quella posteriore in legno. All’epoca – spiega la signora – si faceva così, perché fare una scala in cemento era costoso, quindi avere la scala sul davanti in cemento significava mostrare ricchezza. Se dovessero costruire la casa oggi, certamente farebbero il contrario. Per costruire questa casa sono stati impiegati vari tipi di legno duro: Phcheuk per i 36 pilastri e per il tetto, Beng per i pavimenti e Korkoh, molto resistente all’acqua, per i pavimenti delle verande. Le pareti, invece, sono di bambù intonacato.

Sotto il regime dei Khmer Rossi, la casa fu occupata e usata come mensa e magazzino del sale e del riso, quindi quella che allora era la cucina venne distrutta e i mobili saccheggiati; dei mobili originali, infatti, rimane ben poco. In quel periodo un centinaio di membri della famiglia furono uccisi, solo 10 si salvarono.

Anche Battambang ha il suo mercato, costruito nel 1939, periodo del protettorato francese, in stile art deco come quello di Phnom Penh.

Visto il mercato, siamo tornati a pranzare al Cafè HOC, sia per lasciare qualche altro soldino sia perché si mangia davvero bene.

Poi, il programma del pomeriggio è iniziato con la visita a una fattoria dove il riso si lavora per farne una pasta utilizzata per gli involtini primavera. Gli scarti, come la lolla e la pula, vengono utilizzati come combustibile nel processo, che quindi ha anche una sua sostenibilità ambientale. L’altro prodotto importante è la banana essiccata.

La tappa successiva è stata il memoriale dello sterminio che si trova presso il Wat Samrong Knong, un antico monastero buddista situato a circa 4-5 chilometri a nord della città. Durante il regime dei Khmer Rossi, il tempio fu convertito in un centro di detenzione, i dintorni in un campo di sterminio dove si stima siano state giustiziate circa 10.000 persone.
All’interno si può vedere la statua di Sun Wukong, il re delle scimmie. Nel contesto del buddismo, la sua storia rappresenta un percorso spirituale di redenzione: dopo aver sfidato il cielo ed essere stato imprigionato da Buddha, impara l’umiltà e la disciplina scortando il monaco Xuanzang in India per recuperare i testi sacri.

Ma soprattutto, quello che si vede oggi nel sito è una stupa commemorativa che raccoglie i teschi e le ossa delle vittime, insieme a monumenti, statue e bassorilievi che illustrano le violenze perpetrate. Ad esempio, in uno è rappresentata l’evacuazione della città di Battambang (tutte le città furono svuotate per costringere la popolazione a lavorare nelle campagne e ad essere “rieducata” alla vita contadina e comunitaria); in altri si vede che, per essere portate alle esecuzioni di massa, le persone erano legate insieme con una corda che veniva fatta passare in fori praticati nelle mani delle vittime, o la tortura dell’immersione della testa nell’acqua che abbiamo già visto al Genocide Museum di Phnom Penh. Nel 1977 fu addirittura introdotto il cannibalismo, insieme con altre torture inimmaginabili. Serpenti velenosi venivano utilizzati per terrorizzare le persone e per ucciderle, mentre ad altre veniva aperto il cranio o il petto.

Saveth ci ha raccontato che suo padre, che era un dipendente pubblico e quindi secondo il criterio di allora un “intellettuale” o un potenziale controrivoluzionario da rieducare, riuscì a far credere di essere un operaio figlio di contadini e solo così riuscì a salvare sé stesso e almeno una parte della famiglia; due dei fratelli minori di Saveth, purtroppo, morirono di fame e malattie.

Degli artefici del genocidio, solo 4 sono stati processati nel 2011 e condannati all’ergastolo.
Khieu Samphan, Capo di Stato della Kampuchea Democratica, ha avuto la sua condanna all’ergastolo per genocidio confermata in via definitiva in appello nel settembre 2022 ed è ancora in carcere, a 95 anni.
Nuon Chea, conosciuto come “Fratello numero 2” e principale ideologo del regime accanto a Pol Pot, è stato condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità e genocidio prima di morire nel 2019.
Kaing Guek Eav (noto come “Duch”), Direttore del famigerato centro di detenzione e tortura S-21 (Tuol Sleng) di Phnom Penh, condannato anche lui all’ergastolo, è deceduto nel 2020.
Ieng Sary alias “Fratello numero 3” è morto nel 2013.
Lasciato il memoriale, ci siamo diretti verso l’orfanotrofio della ONG HOC (Hope Of Children), che è uno dei progetti che sosterremo col nostro viaggio.
HOC è una organizzazione locale istituita il 2 aprile 1992 dal monaco buddista Venerabile Muny Vansaveth, che nel suo tempio ha accolto 84 bambini abbandonati. I bambini sono nutriti con le elemosine raccolte dal monaco, vivono in grande povertà e i suoi sforzi non sono sufficienti a fornire a tutti il necessario. Nonostante questa situazione, si cerca di fornire loro la possibilità di seguire un percorso scolastico che possa garantire in futuro un’indipendenza economica per il sostentamento. I bimbi sono orfani di guerra, di genitori affetti da HIV/AIDS o da altre malattie che non hanno potuto curare, ma ci sono anche bambini che non sono orfani ma provengono da famiglie estremamente povere.
HOC ha attualmente in esecuzione dei progetti attraverso i quali ha aiutato 679 minori a rischio, di cui 157 bambine.
Ci ha accolto Yoko, una signora giapponese di 72 anni che dirige questo centro dal 2009.
Ci ha raccontato che all’epoca l’orfanotrofio era ospitato in una pagoda a 1 km da qui, e c’erano 70 bambini, di cui molti venuti dai campi profughi oltre il confine con la Thailandia (in quella zona si erano stabiliti molti profughi della guerra civile, che è durata fino al 1999). Negli anni il numero di bambini è poi cresciuto fino a 100, e quel posto è diventato troppo piccolo. Allora si sono spostati qui, inizialmente prendendo in affitto la terra dai contadini. Successivamente, però, sono riusciti a comprarla e ora la proprietà è di HOC.

Attualmente, vivono qui 12 ragazzi e 13 ragazze. Gli edifici dove dormono sono stati costruiti uno con finanziamenti provenienti da donatori inglesi, un altro da donatori italiani. Un altro ancora era in costruzione, con finanziamenti tedeschi, ma i lavori sono stati interrotti nel periodo del Covid ed è rimasto così, non finito. Quello del Covid è stato un periodo molto difficile per questa struttura; quando, dopo qualche anno, faticosamente si stavano riprendendo – ci ha raccontato Yoko – è arrivato il conflitto con la Thailandia e tutto si è di nuovo fermato. I problemi derivano anche, come è ovvio che sia, dalla situazione generale del paese, che non è rosea. Il tasso di disoccupazione, sulla carta, è basso ma gran parte della forza lavoro è assorbita dall’agricoltura di sussistenza o dall’economia informale, dove la sottoccupazione e la precarietà sono molto diffuse. I bambini che vivono qui non sono tutti orfani; parecchi hanno i genitori, che però non sono in grado di mantenerli. Spesso i genitori hanno un lavoro in Thailandia, alcuni ne stanno cercando un altro qui ma trovare un lavoro con un salario sufficiente è difficile.

Abbiamo fatto anche un giro nell’orto, dove si coltivano diverse verdure ed erbe utilizzate da sempre nella medicina tradizionale (oggi si chiamano superfood), aspettando il ritorno da scuola dei bambini più piccoli.
Verso le 17 sono tornati, e così abbiamo potuto vedere lo spettacolino che hanno messo su per noi. Ma prima tutti si sono presentati, con il nome e l’età. Si va dai bambini di 7-8 anni fino ai 18, c’è anche una ragazza di 20 anni. I meno timidi ci hanno detto anche quali sono le loro passioni: tra i maschi ovviamente il calcio va per la maggiore.
Poi si parte con Bella Ciao, nella versione balcanica di Goran Bregovic, seguita da Shakira con Waka Waka, e non può mancare YMCA. I ragazzi cantano e ballano, anche se non tutti sembrano averne una grande voglia. Forse qualcuno si sente un po’ a disagio, mentre altri si divertono. Anche tra noi c’è un po’ di imbarazzo, qualcuno si butta e accenna qualche passo di danza, credo anche per aiutare un po’ loro a sentirsi meno a disagio; se potessi lo farei anch’io, ma col mio piede ancora non mi fido, il viaggio è ancora lungo.
Alla fine comunque ne siamo usciti con un bell’applauso e con la consegna di un po’ di materiale scolastico che qualcuno di noi aveva portato dall’Italia. C’è stato anche ovviamente un ringraziamento finale, ma le parole migliori le ha dette Saveth, che ha raccontato ai ragazzi la sua storia, che per molti aspetti è simile alla loro. Quando era piccolo, anche lui ha vissuto dai monaci perché i genitori non avevano i soldi per farlo studiare; e quindi, portando sé stesso ad esempio, ha sottolineato quanto sia importante studiare per avere la possibilità di migliorare la propria vita.

Così abbiamo salutato i ragazzi e siamo ripartiti. E qui, anch’io vi saluto e vi do appuntamento alla prossima puntata, dove parleremo di un piccolo villaggio tra giungla e risaie dove abbiamo dormito per una notte presso famiglie locali e ci siamo immersi per un giorno nella vita della Cambogia rurale.

(TO BE CONTINUED…)