Viaggio in Cambogia con ViaggieMiraggi: Phnom Penh, Angkor e i villaggi galleggianti
Cap. 2: Kampong Chhnang
Mercoledì 5 agosto 2026
Dopo colazione, di buon’ora (il nostro Saveth ci vuole sempre pronti non più tardi delle 8.30), siamo partiti per Kampong Chhnang. A proposito, la lingua Khmer è la prima che incontro dove esiste la doppia h, è piuttosto strana come cosa; anche se forse – chi lo sa – è solo una delle possibili traslitterazioni del nome di questa città, non è detto che si debba scrivere per forza così. Succede anche con l’arabo e in generale con tutte le lingue che usano un alfabeto diverso da quello latino: lo stesso nome si può trovare scritto nel “nostro” alfabeto in vari modi diversi, non ne esiste necessariamente uno corretto. Al di là della grafia, questa piccola città di circa 40.000 abitanti, capitale dell’omonima provincia, è interessante perché sorge sulle rive del fiume Tonle Sap, che pochi chilometri più a nord diventa l’omonimo lago, famoso per i suoi villaggi galleggianti che si spostano quando, durante la stagione delle piogge, l’estensione del lago aumenta enormemente.

Attraversando Phnom Penh, abbiamo potuto “apprezzarne” il traffico nell’ora di punta, quando le persone vanno al lavoro e i bambini vanno a scuola, tutti rigorosamente in divisa. Qui – ci ha raccontato Saveth – le ore di punta non sono solo quelle della mattina e della sera, ma anche quelle prima e dopo la pausa pranzo: gli impiegati hanno due ore di pausa e quindi quasi tutti vanno a casa a mangiare e poi ritornano in ufficio, perciò il traffico aumenta anche in corrispondenza di questi spostamenti.
Per arrivare a Kampong Chhnang, abbiamo fatto un paio di tappe. La prima è stata in un laboratorio artigianale dove si lavora l’argento, presso il villaggio di Bopha Kampong Luong, anch’esso sulle rive del Tonle Sap. Gli artigiani locali creano a mano oggetti d’arte, gioielli e stoviglie in argento e altri metalli. Una sosta qui, per quanto breve, offre uno sguardo sulle tecniche artigianali tramandate nel tempo e sullo stile di vita rurale cambogiano.


La seconda tappa è stata Oudong, città fondata nel XVII secolo che fu capitale dal 1618 al 1866, sostituita poi da Phnom Penh. Il nome significa “la vittoriosa”, un appellativo che suona decisamente ottimistico se si pensa che in quel periodo il paese stava attraversando un inarrestabile declino. Oggi è un luogo sacro pieno di stupa, cioè di monumenti che contengono le ceneri o le reliquie di antichi sovrani. Per raggiungerli bisogna salire sulla collina sacra con una lunga scala di oltre 500 gradini. Una prova non da poco per il mio piede, ma per fortuna sembra che il dito rotto stia lentamente migliorando ogni giorno che passa e quindi, sia pure andando piano e con le dovute cautele, ce l’ho fatta abbastanza tranquillamente. Anche togliere e rimettere le scarpe ogni volta che si entra in un tempio non è ancora un’operazione agevole, ma conto che lo diventerà col passare dei giorni e comunque va fatta.


In cima alla scalinata garriscono al vento due bandiere: quella cambogiana e quella multicolore che è la bandiera internazionale del buddismo. I tre colori della bandiera nazionale – ci ha spiegato Saveth – hanno un significato preciso: il blu rappresenta la monarchia, quindi il re, il rosso la nazione e il coraggio del suo popolo, il bianco del tempio di Angkor Wat la religione. L’altra bandiera è quella che unisce tutti i popoli che praticano il buddismo. Nel buddismo non c’è un papa, una figura di riferimento per tutti i fedeli, ma ogni paese ha, tra i monaci, il suo Grande Venerabile.
Esistono anche diverse confessioni buddiste: quella maggioritaria in Cambogia è il buddismo Theravada, che è religione di stato almeno dal XIII secolo. Questo si caratterizza per un più marcato accento sulla predestinazione e per l’assenza di figure come i bodhisattva, ossia – riassumendo estremamente – esseri che rinunciano al nirvana per aiutare il prossimo a percorrere la retta via. L’unico periodo in cui fu buddismo ufficiale la scuola Mahayana, che per intenderci è il buddismo tibetano del Dalai Lama, forse quello più conosciuto in occidente, risale all’epoca di Jayavarman VII (1181-1220). Gli aspiranti monaci sono divisi in novizi (7-20 anni di età) e bhikkhu (oltre 20 anni). Teoricamente ogni cambogiano sopra i 16 anni dovrebbe trascorrere un periodo come monaco. Le donne non possono essere ordinate ma le più anziane, specialmente le vedove, possono prendere i voti e farsi suore. Le monache indossano un abito bianco, diverso da quello color zafferano dei monaci uomini, e non vivono insieme a loro. Molte monache furono violentate dai militari durante la guerra civile.


Il buddismo ha ovviamente un legame storico con l’induismo: nella tradizione induista, il Buddha (Siddhartha Gautama) è considerato la nona incarnazione (cioè il nono avatar, ebbene sì) del dio Vishnu. Vishnu ha assunto le sembianze del Buddha per portare un messaggio di compassione, non-violenza (ahimsa) e per fermare i sacrifici animali eccessivi praticati dai sacerdoti (bramini). La decima e ultima incarnazione prevista è invece Kalki, che deve ancora arrivare alla fine dell’attuale era del caos. I buddisti invece non considerano il Buddha un’incarnazione di Vishnu, poiché il buddismo non riconosce le divinità creatrici o protettrici dell’induismo.
È decisamente spettacolare il Monastero del Budda gigante, il Vihear Preah Ath Roes. Il monastero e l’enorme statua raffigurante il Budda seduto, consacrati nel 1911 dal re Sisowath, furono fatti saltare in aria dai Khmer Rossi nel 1977. Il tempio, sorretto da otto enormi colonne, è stato ricostruito di recente come pure il Budda alto 20 m.
La mano destra rivolta verso il basso simboleggia il momento in cui il Budda ha chiamato la terra come testimone della sua vittoria sulle tentazioni e del raggiungimento dell’illuminazione.
Il tempio è decorato con affreschi raffiguranti scene della vita del Budda. I fedeli buddisti, nei templi, percorrono il giro in senso orario, mentre gli induisti girano in senso antiorario.
Le offerte rappresentano auspici per la vita futura, prima o dopo la reincarnazione: se un fedele offre un libro vuole essere un intellettuale, se offre soldi vorrebbe essere ricco e così via.
Un’altra cosa che abbiamo notato è che molti fedeli prendono l’acqua santa dal tempio con delle normali bottigliette di plastica. Saveth ci ha spiegato che è per portarla ai parenti.




Si incontrano poi tre stupa di grandi dimensioni. Il primo (quello più a nord-ovest) è il Damrei Sam Poan, fatto costruire dal re Chey Chetha II (regno 1618-26) per custodire le ceneri del suo predecessore, il re Soriyopor. Il secondo stupa, Ang Doung, fu fatto erigere nel 1891 dal re Norodom per ospitare le ceneri del padre, il re Ang Duong (regno 1845-59), anche se alcuni sostengono che quest’ultimo sia stato in realtà sepolto nei pressi della Pagoda d’Argento di Phnom Penh. L’ultimo stupa è il Mak Proum, in cui riposa il re Monivong (regno 1927-41). Decorato con garuda (figure mitologiche metà uomini e metà uccelli), motivi floreali ed elefanti, questo stupa presenta sulla guglia la raffigurazione di quattro facce e si ispira al tempio di Bayon, uno dei templi di Angkor che vedremo tra qualche giorno.




Da notare anche il santuario Vihear Preah Keo, una struttura che custodisce una statua di Preah Ko, il toro sacro; la scultura originale fu portata via molto tempo fa dai thailandesi. Più in là, vicino allo stupa, alcune sculture raffiguranti leoni di montagna neri e rossi sorvegliano l’entrata di un tempio moderno dai muri di mattoni.












Da non dimenticare che dalla collina si gode una magnifica vista sulla campagna circostante disseminata di innumerevoli palme da zucchero. Tra l’altro, stando a quello che ci ha detto Saveth, la palma da zucchero è la pianta nazionale cambogiana. Il fiore nazionale, invece, è l’ibisco. Durante i trasferimenti in minivan, non manca mai di raccontarci qualche curiosità e di snocciolare numeri come se piovesse. I numeri non ho avuto il tempo di appuntarmeli e li ho quasi tutti rimossi, ma vi posso dire che in Cambogia i matrimoni oggi non sono più combinati. A differenza di quanto avviene da noi, però, sono gli uomini che devono portare la “dote”, ovvero che devono pagare la famiglia della sposa per potersi sposare con lei. E quindi, anche nelle famiglie contadine più povere, avere una figlia femmina non è affatto un male, perché vuol dire che quando si sposerà entreranno soldi freschi.


La zona di Kampong Chhnang, oltre che per i villaggi galleggianti, è famosa per gli artigiani della ceramica, per gli allevamenti di grilli (che si mangiano, ovviamente) e per gli allevamenti di rondini. Questi uccelli (una particolare specie di rondini diffusa nel sudest asiatico) fanno il nido con la loro saliva, che solidifica facilmente. Con i nidi, si può fare una zuppa, che è considerata una prelibatezza, o una crema. Si dice che questi nidi abbiano proprietà miracolose, soprattutto contro l’invecchiamento.
Noi non abbiamo visto direttamente allevamenti di grilli o di rondini, ma per quanto riguarda le ceramiche sì, dopo pranzo abbiamo avuto la possibilità di visitare, in mezzo alla campagna, la casa di una signora che da molti anni manda avanti con la figlia una piccola attività di produzione di terracotta e ceramiche varie. Quello che è davvero eccezionale è come le realizzano. Almeno io, lo confesso, questo metodo non lo avevo mai visto nella mia vita, eppure vi assicuro che di laboratori artigianali di ceramica, nei miei viaggi, ne ho visti parecchi. Ebbene, qui si lavora ancora totalmente a mano, come quando non esisteva il tornio; in pratica, non è il vaso a girare ma è chi lo lavora (in questo caso la figlia della signora, che ci ha dato una dimostrazione molto efficace) che gira intorno al vaso! Eravamo tutti stupiti, ci guardavamo e soprattutto, parlottando tra noi, ci chiedevamo come è possibile che non le giri la testa lavorando in quel modo. Comunque abbiamo visto tutte le fasi del lavoro, ovviamente tralasciando i tempi di essiccazione che sono stati “saltati” ripartendo da semilavorati già essiccati: come si crea il vaso e come si “chiude” la parte inferiore, sempre a mano, e vi assicuro che sembra di tornare indietro nel tempo di migliaia di anni. E poi, non ve lo sto neanche a dire, diversi di noi hanno comprato un vasetto o un piccolo oggettino d’arte (nel mio caso un geco) da portare a casa.

Dopo di che, il pomeriggio è continuato andando a vedere i primi villaggi galleggianti sul fiume Tonle Sap. Il livello del fiume, che nella stagione secca (da novembre ad aprile) è di circa 1,5 m, sale a oltre 12 m nella stagione delle piogge, toccando il massimo a ottobre. Quindi ora è già alto, ma non è ancora al massimo. Le case che vediamo si sposteranno ancora; ogni volta che una casa galleggiante si sposta, viene realizzato con dei pali un ancoraggio provvisorio, che poi verrà tolto quando dovrà essere spostata di nuovo.



Queste case sono abitate da pescatori, che sono in maggioranza musulmani appartenenti al gruppo etnico dei cham, un gruppo originario del Vietnam centrale e storicamente di religione islamica. Sono i discendenti degli abitanti del glorioso Regno Champa, che per molti secoli, tra il VII e il XV secolo, ebbe il controllo dei territori costieri dell’Annam nell’Indocina sud-orientale, al confine con l’Impero Khmer, e del Regno Lao di Lan Xang. Anticamente erano induisti ma, quando nel X e XI secolo i mercanti arabi arrivarono sulle coste vietnamite facendo rotta verso la Cina, l’Islam cominciò ad attecchire mentre l’induismo fu progressivamente riservato alle classi sociali più alte. Nel 1832, gli ultimi territori cham furono annessi al Vietnam e l’ultimo re musulmano del Champa, Pô Chien, guidò i resti del suo popolo nel sud della Cambogia. Oggi, infatti, in Cambogia ne vivono secondo le stime da 500.000 a 600.000, decisamente di più di quanti ne siano rimasti in Vietnam, dove sono meno di 200.000.
Altre case, storicamente, erano palafitte costruite su pali di legno. Attualmente, però, si vedono più palafitte costruite su pilastri in muratura perché il legno oggi costa più del cemento.

Qui ho fatto caso per la prima volta (forse perché era enorme) a un cartellone del Cambodian People’s Party, il partito che è al governo attualmente in Cambogia, ma in realtà è al governo ininterrottamente dal ritorno della democrazia, che infatti è una democrazia un po’ per modo di dire. Nei giorni successivi mi sono reso conto che questi cartelloni sono OVUNQUE nel paese; possono essere piccoli, grandi o grandissimi, ma sono sempre di colore blu, che è il colore del partito, e sempre con le stesse tre facce. Saveth ci ha spiegato che il primo è un leader del passato, il secondo, Hun Sen, è stato leader del partito e del governo dal 1984 al 1993 e di nuovo dal 1998 al 2023, il terzo, l’attuale primo ministro Hun Manet, è il suo successore che poi è anche suo figlio. È chiaro quindi che queste tre facce rappresentano la continuità e, probabilmente, l’affidabilità nell’esercizio del potere. Questo partito è erede diretto del partito dei Khmer Rossi, e in particolare dell’ala filovietnamita, quella che alla fine si ribellò a Pol Pot e prese il potere con l’aiuto dell’esercito del Vietnam. Lo stesso Hun Sen era uno dei giovani Khmer Rossi che entrarono a Phnom Penh nel 1975. Nel 1991 il partito si è dato una bella riverniciata ed è diventato un partito liberista e centrista, senza però mollare il potere. “Ma quindi” – ho chiesto a Saveth – “siamo in campagna elettorale?” e la risposta è no, non ci sono elezioni a breve. Non è per la campagna elettorale, e del resto è abbastanza evidente che sono cartelloni permanenti, non manifesti elettorali. Servono a ricordare alla gente che il partito da votare è sempre quello e solo quello, e veglia su di loro. Un po’ inquietante, no? Il fatto è che i partiti di opposizione esistono solo sulla carta, sono troppo deboli per contare qualcosa. Le persone hanno anche un po’ di paura a votarli, temono qualche ritorsione. Il risultato è che all’assemblea nazionale il Partito Popolare ha 120 seggi su 125.
Il problema poi non è solo che l’opposizione di fatto non esiste, è anche il livello di corruzione: nella classifica di Transparency International la Cambogia occupa la posizione n° 163 su 182 paesi. “Molto peggio di voi” dice Saveth ed è vero, l’Italia è al n° 52. Per la cronaca in testa c’è la Danimarca, nelle prime posizioni ci sono solo paesi del nord Europa con le eccezioni della Nuova Zelanda e di Singapore.

Un’altra particolarità di questa zona è che gli abitanti usano mangiare i topi delle risaie. Saveth ce lo aveva detto e gli credevamo già sulla parola, perché ormai abbiamo capito quanto è puntiglioso, ma per chi avesse avuto ancora dei dubbi c’è stata anche la possibilità di vedere su una barca una bacinella piena di topi scuoiati pronti per la cottura. Se non altro non li mangiano vivi, come il grande “governatore” del Veneto Luca Zaia ebbe a dire dei cinesi qualche anno fa allo scoppio della pandemia di Covid 19, ma li mangiano, su questo non c’è dubbio. Forse non è solo un fatto culturale, è anche il retaggio di una povertà atavica che qui non è stata superata, per quello che si può capire facendo un rapido giro del villaggio e cercando di non essere invadenti né irrispettosi.
Sul gusto non abbiamo esperienze dirette; Saveth ci ha raccontato di averli mangiati solo 2 o 3 volte sotto il regime dei Khmer Rossi, quando per non morire di fame si mangiava qualunque cosa, e anche lui non ne sembra entusiasta. Probabilmente anche qui barriere culturali e psicologiche ci bloccano, come con gli insetti, ma fatto sta che nessuno se l’è sentita di provare. Nel menù della cena, che abbiamo fatto in hotel e che non era niente male, carne di topo non ce n’era.
Pare che da queste parti sia uso mangiare i topi accompagnandoli con un superalcolico locale che Saveth chiama “grappa”, ma è in effetti un distillato di riso. Probabilmente, data la gradazione, dopo averne bevuti un paio di bicchierini non si sente più (o si dimentica) anche il sapore del topo; concedetemi la battuta per alleggerire un attimo, so che qualcuno la giudicherà da occidentale colonialista ma non sono riuscito a resistere, me ne scuso.
Giovedì 6 agosto 2026
Oggi per completare l’esperienza “villaggi galleggianti” ci mancava di vedere uno dei villaggi del lago Tonle Sap, che sono decisamente più grandi dei villaggi di poche case sparse che si possono vedere sul fiume. Per questo abbiamo ripreso il nostro minivan e ci siamo fatti un’altra oretta di strada, mentre Saveth ci regalava altre spigolature su questa zona del paese. Oltre agli allevamenti di grilli e di rondini, ci sono anche allevamenti di coccodrilli, che sono certamente redditizi (sappiamo quanti usi possa avere la pelle di coccodrillo) ma possono essere anche rischiosi: a un allevatore è successo di cadere accidentalmente nella vasca dei coccodrilli e se lo sono mangiato, il che dimostra – qui l’umorismo di Saveth, che stiamo imparando a conoscere, è diventato un po’ macabro – che i coccodrilli non riconoscono il loro padrone. E, restando nel mondo dei rettili, non mancano i serpenti. Sembra che tra le specialità regionali della zona, topi a parte, ci sia anche una zuppa di serpente con marijuana che è molto apprezzata dai turisti russi. Noi, però, non abbiamo avuto occasione di provare neanche questa.
Così abbiamo raggiunto Krakor per salire su una barca a motore e attraversare il villaggio di Kompong Luong. Qui, dove il fiume Tonle Sap diventa il lago più grande della Cambogia, che nella stagione delle piogge aumenta la sua estensione anche di 20 km, è un intero villaggio che si sposta a seconda dell’altezza del lago: le case, i negozi, il tempio, la scuola, tutto. Tonle Sap significa proprio grande lago, e il fiume porta lo stesso nome del lago.


Il lago, alla sua massima estensione, è lungo 150 km e largo 32 km. Nella stagione secca le sue acque vanno al Mekong, il grande fiume lungo 4880 km che nasce in Tibet e bagna la provincia cinese dello Yunnan, la Birmania, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam, dove sfocia nel suo delta. Mekong in sanscrito significa “madre dell’acqua”. Nella stagione delle piogge la piena del Mekong fa invertire il senso del flusso del Tonle Sap e le acque tornano al lago facendolo gonfiare sempre più. Il volume può essere quintuplicato, e la profondità può aumentare da 2 metri fino a 14 metri. Il lago è stato dichiarato dall’UNESCO riserva della biosfera nel 1997, e il ciclo naturale delle sue acque influenza la vita di circa 150 villaggi galleggianti.
Quella di Kompong Luong è una comunità mista di circa 7000 abitanti, che ospita sia famiglie di origine cambogiana (khmer) sia una grande comunità vietnamita. Le case dei vietnamiti sono riconoscibili perché generalmente sono dipinte d’azzurro. Ogni servizio essenziale è galleggiante, inclusi mercati ortofrutticoli, officine meccaniche e barbiere. Gli abitanti vivono principalmente di pesca e allevamento ittico all’interno del bacino del Tonle Sap.






Il governo, però, vorrebbe spostare i pescatori sulla terraferma per ridurre l’inquinamento dell’acqua; un altro villaggio, infatti, è stato già spostato. Dietro i sorrisi dei bambini e le pittoresche facciate delle case, la vita nei villaggi galleggianti è dura: il calo della popolazione ittica, causato da problemi ambientali, costruzione di dighe, cambiamenti climatici e pesca eccessiva, rappresenta una sfida quotidiana per le comunità locali, che vorrebbero continuare a vivere in perfetta armonia con il lago e i suoi ritmi.
Nonostante questo, l’impressione che si ha girando in barca tra le case galleggianti è di serenità, tra il benzinaio galleggiante, il macellaio, la scuola e il piccolo negozio di alimentari. Piccole barche a remi o a motore fungono da negozi, bar e ristoranti, dove la popolazione locale vende noodles, pesce fresco, frutta, verdura e vestiti. Il traffico sul lago è intenso e allegro: i ragazzini della scuola ci salutavano con un “Hello!” (forse sono allegri anche perché sono gli ultimi giorni di scuola) mentre gli adulti si dedicavano alle attività quotidiane, tra cucina, lavori domestici e piccoli commerci.
Insomma, un piccolo mondo a parte, che pur essendo diventato anche un’attrazione turistica sembra mantenere una sua autenticità, ma chissà per quanto potrà ancora durare.







Con questo si chiude il secondo capitolo, perché da qui ci sposteremo a Battambang, dove arriveremo nel primo pomeriggio, e lì avremo altro da vedere e da fare, tra templi, pipistrelli, il Bamboo Train e un orfanotrofio gestito da un monaco, che è il primo progetto sostenuto con questo viaggio che andremo a visitare.
(TO BE CONTINUED…)