Il mio primo viaggio in Oriente è iniziato questa mattina presto all’aeroporto di Hong Kong, che abbiamo raggiunto dopo quasi 12 ore di volo Cathay Pacific da Milano Malpensa. Anche questa volta, tanto per cambiare, non sono riuscito a dormire, e meno male che si possono guardare dei film, altrimenti con questi voli intercontinentali non so davvero come farei. Hong Kong l’abbiamo vista solo attraverso i vetri dell’aeroporto bagnati di pioggia, e io mi chiedevo se la pioggia l’avremmo trovata anche a Phnom Penh, e come e quanto potrà condizionare il viaggio questo fatto che siamo in piena stagione delle piogge. Anche perché un altro fattore potenzialmente condizionante c’è, ed è che circa tre settimane fa ho avuto uno stupidissimo incidente domestico e mi sono fratturato il mignolino (tecnicamente il quinto dito) del piede sinistro. Per fortuna sono fratture che non si ingessano, devo portare soltanto una fasciatura e non appoggiare troppo l’avampiede, ma non cammino ancora bene, ho ancora qualche piccolo fastidio. Il tempo di recupero è un mese, perciò ancora per almeno una settimana avrò dei problemi. Ma di rinunciare non se ne parlava nemmeno, non mi andava proprio di rimandare ancora il mio primo approccio con questa parte di mondo, che arriva già abbastanza tardi. Spero solo di non condizionare troppo il gruppo, ma sono ottimista e sono convinto che riuscirò a fare più o meno tutto quello che faranno gli altri. Il gruppo è composto da 13 persone (bando alle superstizioni), di varie età. Ci sono tre coppie, di cui due con figli al seguito; abbiamo perciò anche due ragazze di 23 e 21 anni, e un ragazzo di 19. Anche la provenienza è abbastanza varia: i milanesi sono in maggioranza, ma sono rappresentate anche Reggio Emilia, Parma (anche se in questo caso le origini sono siciliane, di Siracusa), la provincia di Bergamo e quella di Vicenza.

Dopo altre due ore di volo abbondanti siamo arrivati a Phnom Penh, in un aeroporto nuovissimo, inaugurato meno di un anno fa e progettato dallo studio del grande architetto britannico Norman Foster, ma semivuoto. Quest’anno il turismo in tutto il sudest asiatico è stato fortemente penalizzato dalla guerra in Iran, che ha di fatto impedito o fortemente sconsigliato l’uso degli aeroporti del Medio Oriente come tappa intermedia per i voli dall’Europa, causando un aumento dei costi e delle ore di volo. Anche noi, proprio per questo, abbiamo dovuto allungare non poco il viaggio, andando a Hong Kong per poi… tornare indietro, anche di un’ora di fuso orario. Qui siamo a +5 rispetto all’Italia, Hong Kong è a +6. La differenza di fuso reale sarebbe maggiore, ma si riduce di un’ora perché qui non si usa l’ora legale.
Un altro fattore che ha senz’altro penalizzato il turismo quest’anno è che nel 2025 ci sono stati ripetuti scontri al confine con la Thailandia, che ha a più riprese attaccato le postazioni militari cambogiane per il rinfocolarsi di vecchie dispute territoriali, in particolare su una manciata di antichi templi nelle zone contese lungo la frontiera. In dicembre ci sono stati anche attacchi aerei, che hanno causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone sui due lati del confine. Il 27 dicembre è entrato in vigore un cessate il fuoco che ancora regge, ma il confine è chiuso e quindi tutti i viaggi che prevedevano un pacchetto Thailandia+Cambogia, con passaggio della frontiera via terra, sono saltati.
La capitale della Cambogia ci ha accolto senza pioggia ma con un caldo umido che, pur venendo da un’estate italiana quasi… tropicale, non abbiamo potuto fare a meno di notare subito. Il termometro segnava 32°C, ma l’umidità aumenta la temperatura percepita di almeno 7-8°.
Ad accoglierci c’era anche e soprattutto la nostra guida locale Saveth, che senza troppi convenevoli ci ha subito accompagnato al nostro minivan, per portarci verso il centro. Il nuovo aeroporto è molto più decentrato rispetto al vecchio, per cui il trasferimento richiede quasi un’ora. Un’ora che peraltro Saveth ha riempito quasi interamente dandoci i primi ragguagli e le prime notizie sul paese. È molto gentile, senza essere eccessivamente ossequioso, ed è super professionale. La prima cosa che si nota è che ci tiene tantissimo a fare il suo lavoro al meglio possibile. Poi, subito dopo, si capisce che ha una grande passione per i numeri. Gli piace da matti snocciolare dati, come numeri di abitanti, lunghezze dei fiumi, superficie coperta dalle province ecc., e classifiche. In questo diario ne troverete solo una minima parte, quelli che sono riuscito a segnare, ma fidatevi: ce ne ha forniti in abbondanza, e senza leggere, quindi è dotato, beato lui, anche di una memoria prodigiosa. E parla italiano, un italiano più che comprensibile, imparato solo studiandolo qui (non è mai stato in Italia, anche se gli piacerebbe tanto) e molto dalla lunga esperienza come guida con i gruppi italiani. Gli abbiamo anche sentito usare, non a sproposito, varie espressioni regionali. Anche per il titolo di questo diario ho scelto un’espressione che usa lui e che mi è piaciuta un sacco, la “fitta foresta”.
È nato, come me, nel 1969 ma i genitori gli hanno “tolto” 5 anni quando, dopo la caduta del regime di Pol Pot (1975-79), hanno rifatto il suo certificato di nascita. In quel periodo molti documenti erano andati persi o erano stati volontariamente distrutti per nascondere dati che potevano essere compromettenti sotto un regime così paranoico (ne parleremo più avanti). Non era possibile nemmeno frequentare le normali scuole, ma solo quelle di indottrinamento, e quindi Saveth, come molti altri bambini della sua età, ha cominciato la scuola molto in ritardo, perciò per facilitargli le cose nel percorso successivo i suoi genitori adottarono questo piccolo trucchetto. Ha tre figli, che hanno fatto tutti l’università, e di questo lui è chiaramente molto orgoglioso. Uno dei tre ha anche fatto un master a Bologna.
La Cambogia di oggi è una monarchia costituzionale, ma il re è solo una figura di rappresentanza, non ha grandi poteri. Domani visiteremo il palazzo reale e ne sapremo un po’ di più.
È un paese dove, dopo la pandemia, la percentuale di popolazione che vive sotto il livello di povertà è cresciuta fino al 38%. Lo stipendio medio è tra i 200 e i 300 dollari al mese. Saveth ci ha raccontato che il suo ultimo figlio ne guadagna 250 e fa fatica a vivere senza chiedere ogni tanto un po’ di soldi a papà.
Nell’area, la vera “tigre” è il Vietnam, che oggi cresce a un ritmo del 7% annuo. Come il Vietnam, la Cambogia ha una storia di colonialismo francese: è stata protettorato francese dal 1963 al 1953, anno dell’indipendenza. Ma oggi quella storia è lontana; solo pochi anziani ricordano ancora qualche parola di francese ma attualmente di fatto la seconda lingua è l’inglese e la seconda moneta è il dollaro. Vige infatti una doppia circolazione monetaria: la moneta nazionale è il Riel, che vale circa 0,0002 Euro (1 € = 5000 Riel), ma di fatto circolano anche i dollari americani, e anzi in molti negozi, bar e ristoranti i prezzi sono espressi prima in dollari o solo in dollari. Può succedere anche di ricevere resti “misti”, parte in Riel e parte in dollari.
In Cambogia si parla la lingua Khmer, che è una lingua antichissima: era la lingua del grande impero Khmer, che comprendeva non solo l’odierna Cambogia ma anche buona parte dei territori oggi appartenenti al Vietnam, alla Thailandia e al Laos, e che è durato dal IX secolo alla metà del XV secolo d.C.; ma le prime testimonianze scritte della lingua risalgono ancora a prima, intorno al 600 d.C., e si sa che era parlata già da secoli. Ha un suo alfabeto, che è fatto da 33 consonanti e la bellezza di 24 vocali. Saveth ci ha tenuto a sottolineare, con una puntina di ironia, che i cambogiani, a differenza dei cinesi, sono perfettamente in grado di pronunciare la lettera R. È una persona molto seria, ma con un suo grande senso dell’umorismo che impareremo a conoscere nei giorni successivi.
La Cambogia ha attualmente circa 18 milioni di abitanti, di cui 3 milioni vivono nella sola Phnom Penh. È un paese molto giovane, con un’età media di 26 anni; il 65% della popolazione ha meno di 30 anni, oltre il 30% ha meno di 15 anni. Nelle scuole pubbliche le classi hanno da 40 a 60 alunni, per questo i pochi che se lo possono permettere scelgono le scuole private. La mortalità infantile è ancora alta, oltre il 17 per mille. La speranza di vita è di 73,7 anni per le donne, 68,4 anni per gli uomini.
Avvicinandosi alla città, il traffico diventa inevitabilmente caotico, tra auto, moto, scooter e tuk tuk (le classiche “motocarrozzette” del sudest asiatico) che si rincorrono e si sfiorano in maniera apparentemente disordinata e senza seguire troppe regole neanche agli incroci (i semafori sono veramente pochi e non molto… considerati), ma in qualche modo riescono sempre a non scontrarsi (o quasi sempre, ovviamente ogni tanto qualche incidente capita), mentre in tutto ciò i conducenti restano sempre tranquilli e impassibili.
Arrivati in città in tarda mattinata noi, dopo aver lasciato le valigie in hotel in attesa di poter fare il check-in alle 14, ci siamo diretti al mercato centrale, costruito dai francesi nel 1937 in stile art deco, per cambiare qualche soldo in Riel, curiosare un po’ e possibilmente anche pranzare. Effettivamente offre tutto quello che ci si può aspettare da un mercato a queste latitudini: tanta frutta e verdura esotica, gioielli, tessuti, orologi e abbigliamento contraffatti… e tanti, tanti fiori di loto, che qui hanno una grande importanza soprattutto per il loro uso rituale. Noi lo abbiamo esplorato un po’ sotto la guida di Saveth, anche se eravamo ancora un po’ rintronati per le troppe ore di volo e per il sonno perso. Ci siamo concentrati soprattutto sulla parte mangereccia, dove si frigge praticamente qualunque cosa; dopo una veloce perlustrazione, con un piccolo gruppetto abbiamo deciso anche di mangiare presso una delle tante bancarelle che offrono cibo, nello specifico noodle fritti con vari possibili condimenti.

Fiori di loto

Poi, visto anche il caldo, un po’ di riposo in stanza era fondamentale per poter poi affrontare la prima vera uscita da programma, una navigazione sul fiume nel tardo pomeriggio per godersi il tramonto e vedere come il lungofiume si anima verso sera. La nostra breve “crociera” è partita da un molo sul fiume Tonle Sap, che è un affluente del Mekong, per poi arrivare al Mekong stesso. A Phnom Penh, infatti, confluiscono quattro fiumi, che in ambito religioso sono rappresentati come i quattro fiumi sacri dell’India (Gange, Yamuna, Godavari e Shipra). Sono il Mekong Superiore, il grande fiume che arriva da nord dopo aver attraversato vari paesi asiatici, il Tonle Sap, che collega la capitale all’enorme lago omonimo, il Mekong Inferiore, cioè il ramo principale che prosegue il suo corso verso il Vietnam, e il Tonle Bassac, il secondo grande ramo che si divide all’altezza della città e scende verso sud.
Il Tonle Sap è famoso per un fenomeno unico al mondo: è un fiume che inverte la direzione del suo flusso ogni anno. Durante la stagione delle piogge o dei monsoni (da maggio a ottobre), la piena del grande fiume Mekong è così forte da spingere indietro le acque del Tonle Sap, facendole risalire verso l’omonimo lago, che così quintuplica la sua superficie. Nella stagione secca (da dicembre ad aprile), il flusso torna a scorrere normalmente verso sud.

Navigando lentamente sul fiume, si può vedere lo skyline di Phnom Pehn, che col passare degli anni sta diventando punteggiato di grattacieli; si riconosce ad esempio l’enorme hotel di proprietà di un noto milionario cambogiano che ne possiede cinque. Gli edifici antichi rimasti sono pochi: i più vecchi sono in stile coloniale e risalgono al periodo francese. Attorno al 1440, quando Angkor venne abbandonata, Phnom Penh diventò la nuova capitale poiché era in posizione più difendibile dalle incursioni del Regno Siamese (l’attuale Thailandia) e facilitata nei commerci per la presenza del Mekong. Nel 1772 venne rasa al suolo dai thailandesi e nel 1863 venne conquistata dai francesi, restando poi parte dell’Indocina francese fino al 1953.
Durante il periodo dei Khmer Rossi la città era stata evacuata ed era abitata solo da politici e persone in qualche modo vicine al regime, mentre tutti gli altri abitanti erano stati costretti a trasferirsi nelle campagne, nelle fattorie collettive dove si lavorava da 12 a 14 ore al giorno (i più fortunati) o nei campi di lavoro forzato, che divennero poi campi di sterminio. A causa delle guerre degli anni ’60 e ’70 vivono tuttora in Cambogia 2 milioni di immigrati vietnamiti.

Si possono vedere anche molte barche di pescatori. Alcuni di loro non solo le usano per pescare, ma ci vivono. Si stima che in Cambogia fino a un milione di pescatori vivano in barche o case galleggianti.
Durante la navigazione, Saveth ha iniziato anche a introdurre l’argomento del buddismo, che in Cambogia è religione di stato. I buddisti sono circa il 90% della popolazione, mentre il restante 10% è in prevalenza costituito da musulmani, con una piccola percentuale di cristiani. I monaci dedicano la loro vita alla preghiera e vivono delle offerte dei fedeli. Nei monasteri vivono anche molti bambini e ragazzi poveri, che altrimenti non potrebbero avere un’istruzione. Lo stesso Saveth ha vissuto dall’età di 11 anni fino al momento di andare all’università con i monaci, perché i suoi genitori non avevano soldi per farlo studiare. Lui ha avuto quindi una formazione religiosa, anche se oggi non è un praticante particolarmente rigido. Gli dà fastidio soprattutto che a volte i monaci, che dovrebbero essere di esempio e punto di riferimento per i fedeli, si comportino male. Ci ha raccontato ad esempio di alcuni giovani monaci che sono stati arrestati perché avevano una doppia vita: di giorno erano monaci, ma di sera gangster. E qui c’è stato un episodio che ci ha fatto molto ridere, perché pochi secondi dopo si è sentito un tuono fortissimo, come se qualcuno in cielo avesse sentito che stava parlando male dei monaci…
E quindi ci siamo beccati anche il primo acquazzone in terra cambogiana, per fortuna non fortissimo ma ci siamo dovuti rifugiare sotto la copertura del battello.
Il tramonto ce lo siamo gustato in uno dei tanti ristorantini che popolano il lungofiume, aspettando una cena tipica Khmer: Spiedini di pesce e pollo al curry in salsa di cocco, da accompagnare con il riso al vapore che qui sostituisce il pane, che quasi mai si trova in tavola. Devo dire che, almeno per me, l’approccio con i sapori khmer è stato più che buono.
Dopo di che, stasera a letto presto perché c’è molto sonno da recuperare e bisogna cercare di smaltire il jet lag.

Questa mattina, dopo un buon sonno ristoratore e una buona colazione, siamo partiti di buon’ora con quattro tuk tuk per la giornata dedicata alla visita della capitale.

La prima tappa è stata il Wat Phnom, che Saveth chiama “la collina della signora Penh”; ed è giusto, perché in cambogiano Wat significa tempio e Phnom significa collina: il Wat Phnom, il tempio della collina, è uno dei luoghi simbolo della città ed è il tempio più sacro del paese.
La leggenda vuole che il Wat Phnom sia il punto in cui fu fondata la città, per volontà di una ricca vedova di nome Penh che vide nel fiume dei tronchi contenenti quattro statue di Budda in bronzo e una di Vishnu in pietra arenaria; allora fece portare a riva dai pescatori le statue e decise di costruire un tempio per custodirle. La costruzione del primo tempio, in legno, risale al 1372; secondo la leggenda, sarebbe stato costruito proprio con il legno dei tronchi che galleggiavano nel fiume e chiamato “monastero della signora Penh”, sulla collina della signora Penh (Phnom Pehn). È stato poi ricostruito varie volte: nel 1404, nel 1806, nel 1894 e nel 1926.
Si sale da una scala fiancheggiata da lunghi corpi di serpente scolpiti. È una simbologia che vedremo anche in molti altri templi, perché nel buddismo la scala con ai lati i serpenti rappresenta la scala celeste.

Sappiamo che Budda significa illuminato, ed è questa illuminazione che cercano i fedeli buddisti. A volte anche solo una illuminazione… momentanea, come quella che serve per passare gli esami di scuola superiore. Saveth ci ha raccontato che molti studenti vengono qui proprio per chiedere un aiuto per gli esami, ma – dice lui – solo quelli che non hanno studiato bene, perché quelli che hanno studiato bene non ne hanno bisogno. Stiamo scoprendo che il nostro Saveth è molto razionalista, e davvero non tollera quelli che non si impegnano per le cose importanti e cercano invece scorciatoie, anche attraverso la preghiera.
Vediamo qui, naturalmente, un grande utilizzo di fiori di loto, che vengono offerti perché nel buddismo il fiore di loto è un simbolo sacro della purezza del corpo e della mente. Cresce dal fango, o dall’acqua scura, ma sale in superficie per sbocciare pulito e perfetto al sole. Questo indica come l’uomo possa trovare l’illuminazione spirituale pur vivendo in un mondo pieno di dolori e desideri.
Il buddismo in Cambogia è sì religione di stato, ma non condiziona più la vita del paese come un tempo. Oggi sono rimaste solo 4 feste nazionali di 3 giorni ciascuna, le altre sono state tolte qualche anno fa per volontà degli investitori stranieri.

Ogni monastero ha il suo crematorio per la cremazione rituale. La cremazione nel buddismo è una pratica molto comune e profondamente simbolica. Essa rappresenta l’impermanenza del corpo fisico e aiuta la coscienza a distaccarsi dai beni materiali, facilitando il passaggio verso una nuova rinascita attraverso la reincarnazione.
Il forno del Wat Phnom viene utilizzato per rituali di purificazione, dove si bruciano oggetti che rappresentano le cose terrene da cui ci si deve staccare per arrivare all’illuminazione; vengono bruciati anche soldi, ma spesso si tratta di soldi finti perché, in attesa di raggiungere il Nirvana, comunque qui sulla terra quelli veri servono.

Statua della Signora Penh

Saveth ci ha anche spiegato meglio il significato del saluto con le mani giunte, e come farlo. Qui effettivamente non si usa dare la mano, ma si saluta facendo un lieve inchino con le mani giunte, questo lo sappiamo un po’ tutti; ma conta molto anche la posizione delle mani. Più le mani sono in alto, maggiore è il rispetto che si vuole mostrare verso la persona che si saluta. Ad esempio, per un amico è sufficiente che le mani siano all’altezza del petto; per un maestro, un genitore o un anziano devono essere portate sotto il naso, mentre per un monaco devono essere all’altezza della fronte.
Siamo andati poi a visitare il Palazzo Reale, costruito dal Re Norodom nel 1870 ma in gran parte demolito e ricostruito tra il 1912 e il 1932.
Caratterizzato dai classici tetti khmer e da ricche decorazioni dorate, il Palazzo Reale domina il panorama di Phnom Penh. Si tratta di una struttura imponente, situata nei pressi del lungofiume.
Essendo la residenza ufficiale del re Sihamoni, alcune parti dell’imponente complesso sono chiuse al pubblico e i visitatori hanno accesso unicamente alla sala del trono e a un gruppo di edifici vicini. I visitatori, come per i templi, sono tenuti a indossare pantaloni al ginocchio e magliette o camicie con maniche fino al gomito.
L’attuale re è figlio di Re Sihanouk, mentre la madre è una donna di origini miste: italo-francese da parte di padre (un contabile durante il protettorato francese) e vietnamita-cambogiana da parte di madre. Il suo nome è Monique Izzi ed è stata la sesta moglie di Sihanouk, che ebbe 12 figli, 6 dei quali furono uccisi durante il regime di Pol Pot.
Il re, salito al trono nel 2004, oggi ha 73 anni. Non si è mai sposato, è molto religioso e in gioventù è stato anche insegnante di danza classica a Parigi.
Prima di entrare nel palazzo, Saveth ci ha raccontato una storiella divertente sui rapporti tra i popoli del sudest asiatico. La premessa è che il Vietnam è stato fondato nel X secolo, la Thailandia nel XIII secolo, il Laos nel XV secolo. Tutti dopo la Cambogia, quindi. E perché però nella storia, dopo la caduta dell’impero Khmer, vietnamiti e thailandesi sono sempre stati più forti dei cambogiani? Perché hanno dedicato il loro tempo a lavorare e a studiare, mentre i cambogiani hanno più la tendenza a vivere tranquilli: se non hanno da mangiare possono andare a pescare e basta gettare le reti per prendere tanto pesce, basta coltivare un ettaro di riso e la famiglia mangia per un anno. I francesi hanno sempre preferito i vietnamiti ai cambogiani e ai laotiani, ai tempi dell’Indocina francese, perché i vietnamiti erano disposti a lavorare per loro mentre i cambogiani volevano essere liberi. Per questo tutti i funzionari pubblici erano vietnamiti, e solo in Vietnam i francesi fondarono l’università. Uno storico francese ha scritto che i contadini vietnamiti coltivano il riso, mentre i cambogiani vanno a vedere come cresce e i laotiani, mentre dormono, lo ascoltano crescere.
Nel complesso del palazzo, oltre alla residenza privata del re e agli alloggi della famiglia reale, c’è nella parte meridionale un monastero della famiglia reale, noto anche come la Pagoda d’Argento. Durante il governo dei Khmer Rossi, la parte settentrionale del Palazzo Reale, compresa la Sala del Trono, era stata occupata e utilizzata per accogliere i delegati di stati stranieri in visita. Le cinque porte del complesso rappresentano i cinque sensi.

Il richiamo principale del complesso del palazzo è proprio la Sala del Trono, sormontata da una torre alta 59 m che s’ispira al tempio Bayon di Angkor, inaugurata nel 1919 dal re Sisowath e decorata sui quattro lati con quattro facce di Avalokiteśvara, che è il bodhisattva della grande compassione nel buddhismo Mahāyāna. È un essere illuminato che sceglie di rimandare il proprio ingresso nel Nirvana per aiutare tutti gli esseri viventi a liberarsi dalla sofferenza. Il suo nome significa “colui che guarda il mondo con compassione”. Molti degli oggetti che un tempo adornavano questa sala sono stati distrutti dai Khmer Rossi.

La Sala del Trono

Ceramiche preistoriche

Se la bandiera, come oggi, è in alto significa che il re è in casa.
La curiosa struttura in ferro visibile nel cortile è il Padiglione di Napoleone III, dono dell’imperatore francese al re Norodom.

Dal complesso del palazzo si accede alla Pagoda d’Argento attraverso la porta settentrionale. La pagoda deve il proprio nome allo scintillante pavimento ricoperto da oltre 5000 piastrelle d’argento del peso di 1 kg ciascuna (per un totale di cinque tonnellate di metallo). Gran parte delle piastrelle è nascosta da una copertura protettiva, ma è possibile vederne alcune vicino all’ingresso. Il tempio, noto anche con il nome di Wat Preah Keo (Pagoda del Buddha di smeraldo), venne edificato originariamente in legno nel 1892 durante il regno del re Norodom, il quale pare si fosse ispirato al Wat Phra Keo di Bangkok, e fu poi ricostruito nel 1962.
La Pagoda d’Argento fu risparmiata dalla furia distruttiva dei Khmer Rossi, che desideravano dimostrare al mondo esterno il loro interessamento per la tutela delle ricchezze culturali della Cambogia. Sebbene nella confusione seguita all’invasione vietnamita oltre la metà della sua decorazione interna sia andata perduta, ciò che rimane è spettacolare.
La scalinata che sale alla pagoda è costruita in marmo italiano. All’interno, il Buddha di smeraldo, a quanto si dice realizzato in cristallo Baccarat, siede su un piedistallo dorato posato su un’alta pedana. Di fronte a questa si erge un Buddha d’oro a grandezza naturale, ornato con 2086 diamanti, il più grande dei quali, incastonato nella corona, pesa 25 carati. Realizzato nei laboratori del palazzo intorno al 1907, il Buddha d’oro pesa 90 kg.
L’epopea indiana del Ramayana (conosciuto come Reamker in Cambogia) è raffigurata in un gigantesco affresco (in condizioni non proprio ottimali), realizzato intorno al 1900, che occupa il muro perimetrale del complesso della pagoda; la storia ha inizio subito a sud della porta orientale ed è illustrata da vivide immagini della battaglia di Lanka.

La Pagoda d’Argento

Riproduzione del tempio di Angkor Wat

Monumento all’Indipendenza

La giornata, dopo pranzo, è continuata con la visita al Tuol Sleng Genocide Museum, realizzato all’interno di quella che sotto il regime era la prigione S21, e prima era una scuola le cui aule furono trasformate in celle per imprigionare oppositori e sospetti controrivoluzionari da interrogare. Qui sono state imprigionate e torturate circa 18.000 persone provenienti da tutto il paese.

Tutto inizia con la guerra in Vietnam, tra il nord comunista e il governo filoamericano del sud, e l’intervento americano deciso da Lyndon Johnson nel 1964, giustificato con l’istituzione della SEATO (Southeast Asia Treaty Organization), alla quale avevano aderito solo il Vietnam del Sud e la Thailandia. La Cambogia era sotto il Re Norodom Sihanouk, che era sul trono dall’indipendenza del 1953 e che cercava di preservare la neutralità della Cambogia, oscillando talvolta in politiche pro-nordvietnamite, altre volte appoggiando gli Stati Uniti, tenendo quindi il piede in due staffe. Quando il governo americano scoprì che alcuni aiuti che forniva alla Cambogia stavano arrivando al partito comunista, protestò contro il governo di Sihanouk che, perso l’appoggio degli USA, pensò di rivolgersi alla Cina. Permise quindi alla Cina di passare rifornimenti ai guerriglieri vietcong tramite i propri porti e, in cambio, la Cina cominciò a fornire riso alla Cambogia a prezzi stracciati. Allo stesso tempo Norodom si avvicinò al socialismo e sostenne pubblicamente le politiche cinesi. Ma gli aiuti cinesi non furono sufficienti a risolvere la crisi in cui si trovava la Cambogia. Sihanouk cercò di uscirne aumentando le tasse, ma in questo modo creò solo del malcontento che contribuì ad alimentare il movimento dei Khmer Rossi, nel quale stava crescendo la leadership di Pol Pot.
Pol Pot, nato nel 1925, era l’ottavo di nove figli di una famiglia benestante di origine cinese della provincia di Kampong Thom. Il suo vero nome era Saloth Sar. Finita la scuola superiore, era venuto a vivere a Phnom Penh, dove la sua sorella maggiore era concubina del re. Dopo un anno da monaco, grazie a una borsa di studio andò a studiare radioingegneria a Parigi, dove più che dedicarsi allo studio entrò in contatto con le idee marxiste. Per 6 mesi entrò in una brigata internazionale di operai che si recò nella Jugoslavia del Maresciallo Tito per costruire strade, poi nell’agosto del 1953 raggiunse il villaggio di Krabao, quartier generale orientale dei Viet Minh situato al confine tra le province di Kampong Cham e Prey Veng, e si unì al movimento. Fu lì che prese il nome di Pol Pot. Tuttavia, ben presto constatò un’effettiva prevalenza degli interessi nazionali vietnamiti. Nel 1954 i francesi lasciarono l’Indocina, e i Viet Minh si ritirarono nel Vietnam del Nord comunista. Pol Pot fu tra i fondatori del Partito Rivoluzionario del Popolo Khmer, poco più che una sezione locale del Partito dei Lavoratori del Vietnam. Il re Norodom Sihanouk indisse elezioni, abdicò e formò un partito politico. Usando la sua popolarità e qualche intimidazione, spazzò via l’opposizione comunista e conquistò tutti i seggi del parlamento. Pol Pot sfuggì alla polizia segreta di Sihanouk e trascorse dodici anni in latitanza, addestrando le reclute.
Nel 1970, il Generale Lon Nol, appoggiato dagli Stati Uniti d’America, depose Sihanouk con un colpo di stato, poiché quest’ultimo veniva visto come fiancheggiatore dei Viet Cong, e instaurò un governo filoamericano. Per protesta, Sihanouk diede il suo supporto alla parte di Pol Pot. Quello stesso anno, Richard Nixon ordinò un’incursione militare in Cambogia, con pesanti bombardamenti allo scopo di distruggere i santuari Viet Cong al confine con il Vietnam del Sud.
Quando gli Stati Uniti lasciarono il Vietnam nel 1973 i Viet Cong lasciarono la Cambogia, ma i Khmer Rossi continuarono a combattere. Incapace di mantenere qualsiasi controllo sulla nazione, il governo di Lon Nol collassò rapidamente. Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi presero Phnom Penh e Lon Nol scappò negli Stati Uniti. A Phnom Penh, durante la guerra civile, molta gente non aveva da mangiare, e fu anche per questo che inizialmente i Khmer Rossi vennero accolti come liberatori. I più poveri speravano che il governo comunista, con l’abolizione delle classi sociali, li avrebbe effettivamente tirati fuori dalla miseria.
Norodom Sihanouk ritornò nei ranghi ufficiali – benché senza alcun incarico formale né ufficio – nel 1975, ma presto si trovò affiancato dai suoi più radicali colleghi comunisti, che sospettavano avesse piani di restaurazione della monarchia.
All’inizio del 1976 i Khmer Rossi che appoggiavano la linea dura si stancarono di tollerare le trovate di Sihanouk e lo posero agli arresti domiciliari. Il governo esistente fu velocemente smantellato e Sihanouk fu rimosso dalla posizione di capo di Stato. La Cambogia divenne una repubblica socialista e Khieu Samphan ne divenne il primo Presidente. Il 13 maggio 1976 Pol Pot fu nominato Primo ministro di Cambogia, e iniziò a varare delle radicali riforme comuniste, denominando il processo “Super grande balzo in avanti”, ispirandosi alle politiche maoiste. I bombardamenti statunitensi avevano portato allo svuotamento di parte delle aree rurali e la città si era sovraffollata. Pol Pot pensava che l’unica via al comunismo fosse ripartire da zero. Venne dunque varato un programma in otto punti:

1) Evacuazione totale delle città: Svuotamento forzato di Phnom Penh e di altri centri urbani, costringendo milioni di persone a marciare verso le campagne

2) Chiusura di tutti i mercati.

3) Abolizione della moneta: Distruzione del sistema bancario e monetario per eliminare il capitalismo e il commercio privato.

4) Eliminazione della proprietà privata: Collettivizzazione immediata della terra e dei beni a favore di cooperative agricole statali. Lavoro coatto generalizzato: Obbligo di durissimi turni di lavoro nei campi per l’intera popolazione riclassificata come forza lavoro manuale.

5) Abbandono della religione: tutti i monaci obbligati a smettere i loro abiti e a lavorare nei campi.

6) Persecuzione degli intellettuali e oppositori: Epurazione sistematica di insegnanti, medici, professionisti, monaci buddhisti e chiunque godesse di un livello di istruzione o segni percepiti di borghesia (come gli occhiali).

7) Espulsione di tutti gli immigrati illegali vietnamiti.

8) Schieramento di truppe alla frontiera col Vietnam.

Il primo punto messo in atto fu quindi l’evacuazione forzata: le persone vennero espulse dalle città verso la campagna, potendo portarsi solo la ciotola e il cucchiaio. I soldati sequestrarono alla popolazione tutti gli oggetti personali. Chi provava a reagire o a contestare veniva spesso ucciso davanti alla propria famiglia, senza tanti complimenti.
Si voleva anche arrivare alla distruzione della cultura borghese e occidentale, attraverso la chiusura di scuole, università, tribunali e l’abolizione di libri, mezzi di comunicazione e tecnologie straniere.
Un altro elemento cardine dell’idea di società dei Khmer Rossi era la rottura dei legami familiari: Separazione dei bambini dai genitori e imposizione di matrimoni di massa organizzati dallo Stato. Nessuno doveva avere più la libertà di decidere per sé stesso. I bambini separati dai genitori venivano messi in istituti ma, dai 7 anni in su, dovevano lavorare. Perciò Saveth, che nel 1975 aveva 6 anni, è rimasto in istituto un solo anno e poi è stato mandato a lavorare in campagna. Alla caduta del regime è riuscito a ritrovare i suoi genitori, ma due dei suoi fratelli minori erano nel frattempo morti per la fame e le malattie.
Per i bambini, in generale, non c’era pietà: i figli dei sospetti “controrivoluzionari” venivano uccisi insieme ai genitori. Solo pochissimi bambini che erano ancora prigionieri qui al momento della caduta di Pol Pot nel 1979 riuscirono a salvarsi restando per parecchio tempo nascosti sotto dei mucchi di vestiti.

Nel museo si possono vedere le celle, con le manette e altri strumenti di tortura. Per gli interrogatori c’erano delle regole ben precise:

1) Rispondi alle domande, senza cercare di eluderle.

2) Non provare a nascondere i fatti con scuse su questo o quello. Ti è strettamente proibito contraddirmi.

3) Non fingere di essere ignorante, perché sei uno che vuole contrastare la rivoluzione.

4) Devi rispondere alle domande immediatamente senza perdere tempo a riflettere.

5) Non sorvolare sui tuoi errori minori o su come hai infranto il codice morale e l’essenza della rivoluzione.

6) Quando vieni frustato o sottoposto a scosse elettriche non devi assolutamente gridare o lamentarti.

7) Non fare niente, siediti lì fermo in attesa dei miei ordini. Se non ci sono ordini, stai zitto e quando ti dico di fare qualcosa fallo subito senza protestare.

8) Non accampare pretesti sulla Kampuchea Krom (nome storico Khmer dell’area del delta del Mekong, poi passata al Vietnam) al fine di nascondere i tuoi segreti o i tuoi tradimenti.

9) Se non segui scrupolosamente tutte le suddette regole, verrai frustato o sottoposto a elettroshock: per ogni violazione 10 frustate o 5 scosse.

Un’altra tortura che veniva spesso praticata era appendere le persone a una trave a testa in giù, con le mani legate dietro la schiena, e immergere la testa nell’acqua fin quasi a farle annegare. Anche qui, come in altri centri di detenzione e tortura (mi viene in mente l’ex ESMA di Buenos Aires), la regola era che nessuno doveva morire sotto tortura finché non aveva fornito qualche informazione utile o presunta tale: chiaramente le confessioni e le delazioni ottenute in questo modo erano spesso totalmente false.
Poi, quando non “servivano” più, i prigionieri venivano eliminati. Le esecuzioni non avvenivano solitamente all’interno del complesso scolastico, che era adibito a centro di detenzione e tortura. I prigionieri venivano trasferiti di notte nei vicini campi di sterminio di Choeung Ek (i Killing Fields), situati a pochi chilometri di distanza. Per non sprecare proiettili, considerati preziosi dal regime dei Khmer Rossi, i carnefici uccidevano le vittime usando strumenti rudimentali. Venivano impiegati bastoni di legno pesante, spranghe di ferro, zappe, machete o coltelli. I corpi venivano gettati direttamente in grandi fosse comuni scavate nei campi, dove i soldati versavano sostanze chimiche o insetticidi sia per accelerare la decomposizione sia per coprire l’odore e soffocare eventuali sopravvissuti feriti.

Un’altra cosa che fa decisamente impressione è la presenza delle reti di filo spinato messe a coprire le finestre e i balconi dei piani superiori per impedire che le persone potessero tentare la fuga o il suicidio.
Ed è anche incredibile pensare che delle 18.000 persone che sono entrate qui solo 12 sono i sopravvissuti (8 adulti e 4 bambini): 7 di loro si possono vedere in una gigantografia esposta nel cortile. Si sono salvati perché avevano qualche capacità che poteva essere utile ai torturatori: ad esempio, quando finivano i rullini per le foto serviva un pittore; oppure poteva servire un meccanico, un idraulico o altro.

Al museo si possono trovare anche documenti, foto e storie come quella di Kerry Hamill, un ragazzo neozelandese che nel 1978 venne arrestato nei pressi dell’isola di Koh Tang per avere, probabilmente inconsapevolmente, varcato il confine cambogiano navigando in barca a vela. Fu portato alla S21 e accusato di essere una spia della CIA. Sotto tortura, finì per confessare usando il suo numero di telefono come numero operativo della CIA e citando vari amici di famiglia come altri presunti agenti suoi collaboratori, e venne quindi ucciso.
Sul numero di morti causati dal genocidio perpetrato dai Khmer Rossi sul loro stesso popolo esistono stime molto diverse, da un milione a più di 3 milioni (stima del governo vietnamita dell’epoca). Pur in assenza di un dato certo e provato, le valutazioni più credibili parlano di una cifra intorno ai due milioni, che è comunque quasi un terzo di quella che allora era la popolazione cambogiana. Del resto, Pol Pot ebbe a dire: “Basta un milione o due di buoni rivoluzionari per costruire la nostra utopia comunista. Quanto agli altri, tenervi non comporta alcun beneficio, eliminarvi non comporta alcuna perdita”.
Alla fine il regime crollò sostanzialmente dall’interno, anche se l’evento determinante fu l’invasione vietnamita, favorita dall’ala filo-vietnamita del partito, che avvenne in risposta ai ripetuti attacchi cambogiani. I Khmer Rossi si rifugiarono nella zona di confine con la Thailandia e continuarono la guerriglia per oltre 15 anni. Pol Pot morì poi in circostanze poco chiare nel 1998, quando stava per essere consegnato a un tribunale internazionale. La versione ufficiale parla di infarto, ma vi furono forti sospetti che si fosse suicidato o fosse stato avvelenato.

Entrare in un luogo come questo vuol dire immergersi in un buco nero della storia, dove sono stati commessi crimini contro l’umanità ai limiti dell’indicibile. Nessuno può restare indifferente, visitando la prigione S21. Mentre eravamo dentro ci ha sorpreso, come ieri, la pioggia del pomeriggio, che diventerà probabilmente un’abitudine e che un po’ ha accelerato la nostra uscita dal museo, aiutandoci a passare oltre in qualche modo.
Rimaneva tempo per un giro al mercato russo, un altro mercato della città chiamato così perché negli anni ’80, nel periodo della ricostruzione post-Khmer Rossi durante il quale la Cambogia era fortemente influenzata dal Vietnam filosovietico e dalla stessa URSS, era frequentato da molti espatriati russi che vivevano qui. Oggi russi non ce ne sono più ma il nome è rimasto. Una particolarità di questo mercato è che c’è anche un’ampia area dedicata a motori, pezzi di motori e meccanica in genere.

A cena, poi, siamo andati in un ristorante tipico consigliato da Saveth che si chiama Khmer Surin, non lontano dal Palazzo Reale. Qui ho avuto occasione di provare per la prima volta una interessante specialità cambogiana, l’Amok. Si tratta di un curry di pesce cremoso cotto al vapore, insaporito con spezie locali (citronella, curcuma, galanga e foglie di lime) e latte di cocco, e servito in un caratteristico cestino fatto con foglie di banano. In questo caso i cestini erano quattro, disposti come i petali di un fiore e con una foglia di basilico sopra, per cui anche la presentazione era piuttosto curata. È stata un’ottima scelta. Ho scoperto poi che esiste anche l’Amok di pollo, ma quello di pesce mi piace decisamente di più.

Fish Amok

Stiamo scoprendo anche un altro dettaglio molto utile per la lettura dei menù cambogiani: qui gran parte delle pietanze sono fritte, ma è importante distinguere tra ciò che è stir-fried (che sarebbe come dire “saltato in padella”) e ciò che è deep-fried, cioè fritto a fondo, per immersione nell’olio.
Per tornare all’hotel, poi, abbiamo fatto anche l’esperienza “7 persone sullo stesso tuk tuk” (normalmente si sale in 4), che è anche questa da ricordare.
E con questo direi che possiamo chiudere questo primo capitolo dedicato a Phnom Penh. Domani lasceremo la città per dirigerci a nord, verso Kampong Chhnang, dove potremo vedere i villaggi galleggianti sul Tonle Sap.

(TO BE CONTINUED…)