Viaggio in Cambogia con ViaggieMiraggi: Phnom Penh, Angkor e i villaggi galleggianti
Cap. 4: Banteay Chhmar
Sabato 8 agosto 2026
Questa mattina, abbastanza presto come sempre, siamo partiti con il nostro minivan da Battambang per raggiungere Banteay Chhmar, un piccolo villaggio agricolo dove saremo ospiti di alcune famiglie nell’ambito di un progetto di turismo comunitario. Il viaggio richiede circa tre ore.

La sosta è stata l’occasione per scoprire che, anche qui come nella zona dei villaggi galleggianti sul Tonle Sap, i topi delle risaie sono considerati un ottimo street food. Ma la nostra guida Saveth ha colto l’occasione anche per spiegarci che da queste parti il bambù, tra i suoi vari usi, è stato anche il primo materiale utilizzato come “pentola” naturale per la cottura dei cibi, quando le pentole ancora non esistevano. Sì, perché il bambù è tuttora impiegato in questo modo per preparare un altro popolarissimo street food cambogiano, che si chiama krolan. Gli ingredienti sono riso, latte di cocco, fagioli neri o rossi, zucchero di palma e un pizzico di sale. Il composto viene inserito dentro sezioni di giovane bambù, chiuso con foglie di banana o bucce di cocco e arrostito lentamente sui carboni ardenti per ore. Per mangiarlo si rimuove la parte esterna bruciata e si sbuccia il bambù come una banana per gustare il blocco di riso compatto all’interno. È particolarmente popolare come snack durante le festività, come il capodanno cambogiano, e si trova spesso venduto da bancarelle lungo le strade.



Arrivati a Banteay Chhmar, siamo andati per prima cosa a pranzo; molti di noi erano ansiosi di sentire i veri sapori della cucina genuina della Cambogia rurale, e devo dire che nessuno è rimasto deluso. La verdura e la frutta hanno davvero un altro sapore, qui.
Ci troviamo a una ventina di km dal confine thailandese, che è un confine conteso ed è tuttora chiuso a seguito degli scontri che ci sono stati l’anno scorso, quando la Thailandia ha ripetutamente attaccato la Cambogia per dirimere con la forza le vecchie dispute territoriali. Il cessate il fuoco firmato lo scorso dicembre, che ancora in qualche modo regge, è stato dovuto anche all’intervento di Trump, che ha chiesto all’alleato thailandese di interrompere le ostilità. È probabilmente una delle guerre che dice di aver fatto finire, e in questo caso pare che sia effettivamente così, almeno per ora.
È arrivato poi il momento di fare conoscenza con le famiglie che ci ospiteranno. Siamo in tre case diverse. Io e Camilla, con Saveth e il nostro autista, ci siamo sistemati in una bella casetta in legno tipica della campagna cambogiana. Le nostre camere (ognuno ha la sua camera tutta per sé) sono al primo piano, mentre la famiglia dorme al piano terra. C’è la zanzariera sul letto e il ventilatore; il bagno è al piano terra e per arrivarci bisogna scendere la scala e uscire all’esterno, ma c’è il lavandino e la doccia, non manca niente. Per lo scarico del WC bisogna usare un secchiello ma non è un problema, ci mancherebbe altro. Qualche piccolissimo “disagio” è compensato dalla gentilezza della signora, che pur in condizioni di incomunicabilità quasi totale (lei non parla inglese e noi non parliamo certo khmer, abbiamo solo imparato faticosamente a dire grazie – or-kun) si è prodigata in sorrisi e ci ha fatto accomodare in due amache nel cortile coperto, per riposare un po’ al riparo dal sole cocente in attesa di ripartire. Poi ci ha portato una bottiglietta d’acqua minerale per ciascuno e fette d’anguria a volontà.




Ben riposati e rifocillati, siamo ripartiti per andare a visitare il tempio di Banteay Chhmar, che è davvero immerso nella giungla, quella che Saveth chiama “la fitta foresta”. E qui il titolo di questo racconto prende davvero un senso!
La Cambogia soffre purtroppo di un pesante problema di deforestazione, ma a guardare il paesaggio di qui non si direbbe.

Si tratta in realtà di un complesso di templi, poco conosciuto, che risale all’epoca di Jayavarman VII, il grande costruttore di Angkor (XII secolo). Infatti per diversi aspetti ricorda templi ben più noti come Bayon ed Angkor Thom. A differenza del complesso di Angkor, Banteay Chhmar non ha vissuto il ritorno all’induismo successivo al declino dell’impero Khmer, quindi i suoi fregi e la sua struttura sono ancora come all’origine, tipici del buddismo Mahayana. Il complesso, a lungo dimenticato, è oggi nella lista delle attrazioni cambogiane in procinto di diventare patrimonio UNESCO, qualifica che però non è ancora riuscito a ottenere. I finanziamenti per il restauro non sono arrivati, e quindi i templi sono ancora in gran parte in rovina.

Banteay Chhmar non ha avuto una vita semplice, e le conseguenze si possono vedere ancora oggi. La posizione defilata, se da un lato ne ha salvato lo stile originario, dall’altro è stata un grosso problema. La vicinanza del confine con la Thailandia ha infatti favorito i ladri che ne hanno saccheggiato diverse opere per venderle poi di contrabbando. Questo soprattutto dopo l’abbandono della zona da parte dei Khmer Rossi negli anni novanta. Inoltre, proprio perché qui si erano rifugiati i Khmer Rossi in fuga dalla capitale dopo la caduta del regime nel 1979 per mettere in atto azioni di guerriglia, la zona è stata per anni piena di campi minati.

Passata la porta, il sentiero che porta al tempio è fiancheggiato da due file di figure: gli angeli a sinistra e i demoni a destra, tutti reggono il lunghissimo corpo del serpente, che come sappiamo è simbolo di sublime purezza e protegge ciò che è sacro, perciò fiancheggia la via che dà accesso al tempio. Si possono vedere resti dei portali, le torri che sono ancora in piedi e alcuni bassorililevi restaurati.















A est del complesso templare di Banteay Chhmar si può vedere anche un antico bacino artificiale, un enorme baray che misura circa 1,6-1,7 km di lunghezza per 800 metri di larghezza, estendendosi su una superficie di 128 ettari. Fatto costruire tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo sotto il regno del sovrano Khmer Jayavarman VII, questo bacino idrico aveva una capacità stimata di circa 2 milioni di metri cubi d’acqua.
Oggi la massiccia vasca idrica è quasi interamente prosciugata e ricoperta di vegetazione, ma rimangono visibili i gradini perimetrali in laterite utilizzati in passato per attingere l’acqua e la grandiosa terrazza occidentale recentemente restaurata. Il bacino raccoglieva le acque piovane e il deflusso proveniente dai vicini monti Dangrek. Faceva parte di un sofisticato sistema di canali e fossati progettato per scopi sia religiosi (rappresentava l’oceano cosmico della mitologia induista e buddista) sia pratici, per irrigare le risaie circostanti e sostenere la popolazione locale durante i periodi di siccità.



Terminata la visita, ci siamo fermati al tempio per la cena, anche se era ancora abbastanza presto, almeno per i nostri standard. Abbiamo scoperto in questi giorni che in Cambogia si mangia presto la sera, tra le 18.30 e le 19.30 massimo; se si arriva alle 20 è già un’eccezione. A suonare per noi c’era un gruppo di musicisti di musica tradizionale, che forniva un piacevole sottofondo.
Dopo di che siamo tornati alle nostre case, appena in tempo prima che si abbattesse su di noi la classica pioggia della sera, che oggi è arrivata un po’ più tardi ma è stata anche più intensa e duratura, non solo un temporale ma una pioggia battente che con qualche pausa è proseguita per tutta la serata e parte della notte. Peccato perché con altre condizioni meteo forse avremmo potuto intrattenerci un po’ nel cortile con qualcuno della famiglia, anche se per loro probabilmente era comunque già tardi. Qui la gente non solo mangia presto ma si sveglia anche presto, al canto del gallo che infatti si è fatto sentire lungamente poco dopo le quattro del mattino, quindi anche con un certo anticipo rispetto all’alba. L’ho sentito ma in realtà la notte tutto sommato non è andata male, il caldo era più sopportabile di quanto ci eravamo immaginati; usando il ventilatore, che per fortuna non era troppo rumoroso, ho dormito a sufficienza. Una notte senza aria condizionata e senza wi-fi è un prezzo più che onesto da pagare per l’esperienza di vedere questo villaggio e farsi almeno un’idea di come si vive qui.
Domenica 9 agosto 2026
Questa mattina siamo ripartiti dalle nostre case per andare a fare colazione tutti insieme al centro di accoglienza del progetto di Homestay, dove ieri abbiamo pranzato. Ma prima, abbiamo avuto la possibilità di vedere come la signora puliva il riso e di provare a darle una mano, mentre intorno i suoi nipotini giocavano.


Questo progetto si prefigge di far interagire direttamente i visitatori con le persone del villaggio, di fare in modo che le entrate siano al 100% condivise con gli abitanti e che una parte possa andare a finanziare progetti di sviluppo.
Noi, dopo colazione, siamo saliti sui mezzi di trasporto locali, ovvero un carro trainato da buoi e un paio di trattori, per fare un bel giro del villaggio e dei suoi dintorni. Ci siamo ovviamente fermati a curiosare nei negozietti e abbiamo scoperto un altro tipico street food: una sorta di budino fatto con farina di manioca, zucchero e latte di cocco. Da provare.







Poi ci hanno portato nei campi, dove si coltiva un po’ di tutto: soprattutto manioca (che viene non solo venduta in Cambogia ma anche esportata), ma anche melanzane, pomodori ciliegini, basilico, menta, citronella e chi più ne ha più ne metta.







Saveth ci ha raccontato che non lontano da qui, vicino al confine thailandese, è sepolto Pol Pot, e che a volte i ragazzi del posto vanno a fare pipì sulla sua tomba.
Nelle vicinanze del tempio sorge anche una moderna pagoda, vicino alla quale abbiamo pranzato per poi salutare i ragazzi del villaggio e rimetterci in marcia verso Siem Reap.
https://www.visitbanteaychhmar.org/
Prima di arrivarci, però, abbiamo fatto tappa presso una Silk Farm, cioè un allevamento di bachi da seta, dove la seta viene poi lavorata artigianalmente con vecchi telai manuali.
Il ciclo vitale del baco da seta dura 47 giorni. Dopo l’accoppiamento e la deposizione delle uova, che dopo 10 giorni si schiudono, iniziano le diverse fasi della vita. Le prime quattro durano quattro giorni ciascuna; in ogni fase il baco cresce un po’ di più, mangiando foglie di gelso, poi alla fine della quinta fase, che dura 7-8 giorni, il baco fila un lungo filo di seta per creare il bozzolo e al suo interno diventa crisalide (pupa). La fase nel bozzolo dura altri 10-12 giorni, dopo di che il baco si trasforma in una farfalla (più precisamente in una falena). L’insetto adulto non vola, non mangia e vive solo pochi giorni per riprodursi e deporre le uova.



Il colore giallo – ci ha spiegato Saveth – è caratteristico dei bachi cambogiani, che fanno 200 m di filo. Quelli cinesi ne fanno 400 m (e niente, in Cina anche i bachi sono più produttivi degli altri!).
Abbiamo potuto vedere dal vivo come avviene lo svolgimento del bozzolo: I bozzoli vengono immersi in acqua calda per ammorbidire la sericina, una proteina gommosa prodotta dal baco che agisce come una colla naturale. I bozzoli immersi vengono leggermente spazzolati o strofinati con uno scopino per liberare l’estremità del filamento, chiamata capofilo. Poi Il capofilo viene agganciato e tirato. Poiché un singolo filo è troppo sottile, vengono uniti insieme i fili di 6-7 bozzoli contemporaneamente. La sericina residua fa sì che i fili si incollino tra loro in un unico filo tessile più robusto. Il filo così unito passa attraverso delle pulegge e viene avvolto su un aspo in movimento per creare la matassa di seta grezza.
Poi c’è la tintura, la tessitura e tutto il resto, ma forse la parte più affascinante è questa, veder nascere la seta dal bozzolo.

E così si chiude anche questo capitolo. Nel prossimo parleremo di Siem Reap, che è oggi la seconda città della Cambogia, nonché casa del nostro Saveth, ma soprattutto della più grande meraviglia della Cambogia, i templi di Angkor, capitale dell’impero Khmer, città che al massimo del suo splendore era la più grande del mondo.
(TO BE CONTINUED…)