Viaggio in Cambogia con ViaggieMiraggi: Phnom Penh, Angkor e i villaggi galleggianti
Cap. 5: Angkor
Domenica 9 agosto 2026
Siem Reap è una città diversa da tutte le altre città cambogiane, te ne accorgi subito. Oggi è la seconda città della Cambogia con 250.000 abitanti, ma è negli ultimi 25 anni che ha visto più che raddoppiare la sua popolazione, con l’esplosione del turismo diretto ai templi di Angkor. E non era più di un piccolo villaggio quando Angkor fu “riscoperta” nel 1860 dal naturalista francese Henri Mouhot, che era arrivato da queste parti in cerca soprattutto di farfalle, con il supporto della Royal Geographic Society. Furono probabilmente i pregevoli disegni che illustravano Voyage dans les royaumes de Siam, de Cambodge, de Laos, pubblicato postumo causa la morte per malaria a Luang Prabang alla fine del 1861, a garantirgli il successo che non avevano avuto resoconti precedenti. In realtà, il sito di Angkor non era mai stato totalmente abbandonato e sommerso dalla vegetazione, ma era rimasto comunque in parte abitato e manutenuto. Angkor Wat era un monastero buddista oggetto di pellegrinaggio anche dalla Cina e dal Giappone, ed è stato visitato più volte nel XVII secolo da portoghesi e spagnoli.

La città ha un aspetto moderno e, rispetto alle altre città del paese, decisamente più “occidentalizzato”. Sono molti i mega-hotel di 7-8 piani, la città vive sostanzialmente di turismo e al turismo è quasi completamente consacrata.
Noi ci siamo arrivati nel tardo pomeriggio e abbiamo avuto giusto il tempo di una doccia e di prepararci per la serata. La cena era prenotata in un ristorante che si chiama Morakot e che è anch’esso, chiaramente, molto turistico. Tutti i tavoli della grande sala erano occupati da gruppi, alcuni anche di orientali ma sicuramente tutti di stranieri. Il cibo comunque è buono e, avendo la possibilità di servirsi da soli da vari buffet, si può mangiare anche tanto. E c’è uno spettacolo di musica, danza e cultura Khmer anch’esso ovviamente turistico ma ben costruito e piacevole, con tanto di presentazione (ovviamente in inglese) di tutte le diverse esibizioni. Vi propongo un paio di video di quelle che mi sono piaciute di più e che mi sembrano più ricche di valore culturale.
Il primo è della danza del pavone, che è un tributo alle bellezze naturali della Cambogia e alle creature che abitano i suoi paesaggi. Ogni passo, ogni gesto imita il dispiegarsi delle piume iridescenti del pavone. E proprio come il pavone esibisce le sue piume per attirare una compagna, questa danza serve da metafora dell’arte di attirare l’attenzione, invitando gli spettatori ad apprezzare lo splendore che risiede nella natura e nell’arte.
Il secondo è delle danzatrici Apsara, di cui la nostra guida Saveth ci ha già parlato come di uno dei più importanti simboli della Cambogia; anche perché una delle nostre compagne di viaggio si chiama proprio Sara, e quindi tutto viene ancora più facile. Ap significa acqua in sanscrito, e quindi Apsara è una ninfa celeste nata dall’acqua, che troviamo nella mitologia induista e in quella buddista.
Ogni gesto di una danzatrice Apsara porta in sé un significato che va oltre il regno delle parole. L’arco disegnato da una mano, l’inclinazione della testa, ogni movimento evoca un’emozione. Il movimento delle braccia come le ali di un cigno in volo simboleggia la purezza e l’eleganza. Una serie di delicati gesti delle mani racconta storie dei paradisi, catturando l’essenza degli esseri celestiali che discendono sulla terra.
La danza Apsara è più di una mera performance, è una testimonianza viva della resilienza culturale della Cambogia. Durante il regime dei Khmer Rossi, molto del patrimonio artistico della nazione fu minacciato. Tuttavia, la danza Apsara è sopravvissuta, portata avanti da artisti che ne riconobbero l’importanza nel preservare l’identità cambogiana.
Tornati in hotel, subito a letto perché, come da programma, domani mattina dovremmo andare a vedere l’alba ad Angkor Wat. Saveth ci ha dato appuntamento nella hall alle 4.45, perciò la sveglia suonerà una ventina di minuti prima, il tempo necessario per riuscire a mettersi in piedi e a connettere.
Ma a sorpresa, prima di chiudere gli occhi ecco che arriva un messaggio di Saveth sulla nostra chat di gruppo. Dice che domani mattina potrebbe piovere e quindi non è detto che si vada davvero, a vedere l’alba. Abbiamo visto in questi giorni che nella stagione delle piogge il tempo è estremamente variabile, e le previsioni, anche a poche ore, spesso non sono affidabili. Quindi decideremo solo all’ultimo momento, quando potremo guardare il cielo dalla finestra e vedere le previsioni in tempo reale.
Lunedì 10 agosto 2026
Alla fine il cielo è coperto ma non piove. Alle 4.01 è arrivato il messaggio di Saveth, che ci confermava l’appuntamento.
Siamo stati tutti puntuali, anche se magari l’occhio era un po’ a mezz’asta e la lucidità non delle migliori. Siamo saliti sul minivan e abbiamo raggiunto il varco di ingresso con un buon anticipo sul sorgere del sole, che era previsto per le 5.51.
Raggiunta quella che dovrebbe/doveva essere la migliore postazione per vedere il sole sorgere dietro le torri ogivali del tempio, è risultato evidente che non eravamo stati proprio… i soli ad avere l’idea. Saveth ci ha spiegato che in effetti quella di venire qui a vedere l’alba è una sorta di “tradizione” consolidata, molti turisti singoli e gruppi lo fanno, perché se va bene si può vedere qualcosa di veramente suggestivo.
Be’, a noi non è andata tanto bene, purtroppo. Il sole non si è fatto vedere. Probabilmente nella stagione delle piogge avere un cielo terso a sufficienza per un’alba indimenticabile non è facile; oggi non è andata così. Qui un confronto tra quello che abbiamo visto noi e… quello che avremmo potuto vedere.



Dobbiamo tener presente anche che, in realtà, solo nei giorni di equinozio il sole si alza sopra la torre centrale. Evidentemente il tempio è stato progettato da qualcuno che aveva piena consapevolezza dei movimenti degli astri.
Ok, non importa, ci abbiamo provato, era giusto così. Siamo tornati in hotel e abbiamo fatto colazione con calma, per poi riprendere il minivan e cominciare il vero tour di Angkor.
Angkor, all’apice del suo splendore, era la città preindustriale più grande del mondo, con un’estensione di 400 chilometri quadrati; ci vivevano un milione di persone. Per girarla ci vuole un mezzo di trasporto: Noi abbiamo potuto scegliere tra la bici e il minivan. Io, un po’ a malincuore, ho preferito scegliere il minivan; con un piede che non è ancora del tutto a posto, mi faceva un po’ paura dover spingere sui pedali, e magari prendere un colpo per qualche asperità del terreno… l’importante era vedere i templi, andrò in bici quando tornerò a casa.

Noi abbiamo iniziato la nostra visita entrando nella città fortificata di Angkor Thom, per andare al Tempio di Bayon. Angkor Thom, che significa grande città, fu costruita in seguito al saccheggio compiuto dal popolo rivale dei Cham, che aveva invaso il territorio Khmer dal 1177 al 1181.




Il Tempio di Bayon fu costruito agli inizi del tredicesimo secolo come tempio di stato del re Jayavarman VII e si trova al centro di Angkor Thom. La sua caratteristica distintiva è la moltitudine di visi sorridenti scolpiti sulle quattro facce delle guglie a sezione quadrata che si elevano sempre di più man mano che ci si avvicina alla massiccia torre centrale. In origine aveva 54 torri per le 54 province dell’impero Khmer. Vi si trovano anche due gruppi di notevoli bassorilievi, che descrivono un’insolita combinazione di mitologia, storia e vita mondana. Si vede, tra l’altro, l’elefante sacro con tre proboscidi che rappresenta il dio indù Indra, signore del fulmine, dei temporali e delle piogge.
C’è anche una rappresentazione di Apsara, a testimonianza di quanto questa figura di danzatrice sia radicata nella cultura Khmer. Non a caso questa danza è anche patrimonio UNESCO. E qui Saveth ci ha spiegato bene tutti i significati dei gesti della mano della danzatrice: si parte dal seme, che viene piantato, poi la pianta cresce, nasce la foglia, poi il ramo, il bocciolo, il fiore sbocciato e il frutto.



C’è tuttora molta incertezza nel definire quali siano gli eventi storici rappresentati nei bassorilievi e come questi siano correlati tra loro. I soggetti principali sono: un’armata Khmer in marcia che include anche alcuni soldati cinesi (i cinesi sono rappresentati con la barbetta, mentre i Khmer hanno le orecchie lunghe), seguita dai carri con le provvigioni; delle scene domestiche; nell’angolo a sud-est, una scena del tempio; nel muro meridionale, una battaglia sul Tonle Sap tra i Khmer e i Cham, con sotto altre scene domestiche; una esibizione navale; scene di palazzo; navi Cham, seguite da una battaglia di terra vinta dai Khmer, e poi la festa per la vittoria; una parata militare (include sia Khmer che Cham).





Bayon è l’ultimo tempio di stato che fu edificato ad Angkor, e l’unico ad essere costruito principalmente come tempio buddista (anche se qui si veneravano diversi dèi indù e successivamente, a metà del tredicesimo secolo, il tempio fu convertito all’induismo). Fu l’edificio più importante del programma costruttivo di Jayavarman VII e la somiglianza dei visi posti sulle torri del tempio con le statue del re ha portato molti studiosi a concludere che i visi sono, almeno in parte, delle rappresentazioni di Jayavarman VII; una seconda possibilità è che rappresentino Avalokiteśvara, il bodhisattva della grande compassione.
Il buddismo, ci ha spiegato Saveth, si basa su otto princìpi.
Retta visione: Comprendere la realtà.
Retto pensiero: Sviluppare intenzioni libere da odio, attaccamento e crudeltà.
Retta parola: Evitare menzogne, pettegolezzi, ingiurie e linguaggio offensivo.
Retta azione: Agire in modo etico, non uccidere, non rubare e non avere condotte sessuali dannose.
Retto mezzo di sussistenza: Svolgere un lavoro che non rechi danno ad altri esseri viventi.
Retto sforzo: Coltivare stati mentali benefici e abbandonare quelli nocivi.
Retta presenza mentale: Mantenere la consapevolezza del corpo, dei sentimenti e della mente nel momento presente.
Retta concentrazione: Sviluppare una mente stabile e profonda attraverso la meditazione (questo è il più importante di tutti).



All’interno del complesso di Angkor Thom abbiamo visto anche lo spettacolare tempio-montagna di Baphuon, costruito a metà del secolo XI come tempio induista dedicato a Shiva. La sua entrata est ha dato a Saveth l’occasione di raccontare una delle sue storielle che stanno diventando una costante di questi nostri giorni cambogiani. Ormai ha preso confidenza, e quindi ce ne ha raccontate tante. Questa recita più o meno così: il tempio aveva due porte laterali; quella a sinistra era per gli uomini che hanno paura della moglie, quella a destra per gli uomini che NON hanno paura della moglie. Un giorno arriva un uomo che notoriamente ha paura della moglie, e il guardiano vedendolo passare dalla porta a destra gli chiede: “E tu perché entri da qui? Lo sanno tutti che hai paura di tua moglie!”, al che l’uomo risponde “Perché? Ma perché… me lo ha ordinato mia moglie!”.





Ci sono poi le 12 torri dei ballerini sulle corde, così chiamate perché si dice che tra le torri venissero tese delle corde sulle quali si esibivano acrobati e funamboli. Secondo la tradizione popolare, erano usate anche per dirimere le controversie. Se tra due uomini c’era una contesa legale che non si riusciva a risolvere, i due venivano chiusi in due torri diverse per tre giorni e tre notti, senza mangiare e senza bere. Chi resisteva di più senza sentirsi male aveva ragione.

Un altro luogo estremamente suggestivo è il Tempio Ta Prohm, costruito in stile Bayon tra il tardo dodicesimo e gli inizi del tredicesimo secolo. Fu costruito dal re Jayavarman VII come monastero buddista Mahayana e come università dedicata alla madre. Diversamente dalla maggior parte dei templi di Angkor, Ta Prohm è rimasto nelle stesse condizioni in cui è stato trovato; l’atmosfera creata dagli alberi che crescono sulle rovine è unica: durante i lunghi secoli di abbandono, la giungla circostante ha ripreso il sopravvento sull’opera dell’uomo rendendolo un simbolo della potenza della natura, e chiaramente uno dei templi più popolari di Angkor. È chiamato il Tempio di Tomb Raider o il Tempio di Angelina Jolie, essendo stato la location principale del film Lara Croft: Tomb Raider (2001). Dal 1992 è inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Quando nel ventesimo secolo cominciarono gli sforzi per la conservazione ed il restauro dei templi di Angkor, Ta Prohm fu appositamente scelto dalla École française d’Extrême-Orient per essere lasciato così come era stato trovato come “concessione al gusto del pittoresco”. Fu scelto perché era uno dei più imponenti e che meglio si univa alla giungla, ma non al punto di diventarne completamente racchiuso.
La torre centrale un tempo ospitava una statua del bodhisattva Prajnaparamita (la perfezione della saggezza o la conoscenza trascendentale).











Nel pomeriggio è arrivato il momento forse più atteso da tutto il gruppo: quello della visita ad Angkor Wat, il tempio principale e ovviamente quello più celebre e celebrato, anche questo patrimonio dell’umanità UNESCO dal 1992.
Fu fatto costruire dal re Suryavarman II (1113-1150) presso Yasodharapura, la capitale dell’impero Khmer. A quel tempo l’impero comprendeva gran parte degli odierni territori della Thailandia, del Vietnam e del Laos, in pratica quasi tutta quella che più tardi fu conosciuta come Indocina, cioè i territori tra l’India e la Cina. Il re ordinò che la costruzione del gigantesco edificio partisse contemporaneamente dai 4 lati, e l’opera fu completata in meno di 40 anni. Oggi è il più grande monumento religioso nel mondo. Originariamente concepito come un tempio indù, fu gradualmente trasformato in un tempio buddista verso la fine del XII secolo.



Rompendo il tradizionale shivaismo dei re precedenti, il complesso fu dedicato a Visnù, nel quale il re si identificava. Angkor Wat è il tempio meglio conservato della zona ed è l’unico a essere rimasto un importante centro religioso fin dalla sua fondazione. Rappresenta uno dei punti più alti dello stile classico dell’architettura khmer. È diventato il simbolo della Cambogia, tanto che appare sulla bandiera nazionale.
Angkor Wat riassume due principali caratteristiche dell’architettura cambogiana: il “tempio-montagna” che si erge all’interno di un fossato a simboleggiare il monte Meru (la montagna degli dei nella religione indù) e i successivi “templi a galleria”. È a forma di rettangolo, lungo circa 1,5 km da ovest a est e 1,3 km da nord a sud; all’interno del fossato che circonda completamente il muro perimetrale di 5,6 km vi sono tre gallerie rettangolari, costruite una sopra l’altra. Il primo livello misura 225 m x 185 m, il secondo 100 m per ogni lato, il terzo, che è il livello reale, 60 m per ogni lato. Al centro del tempio si trovano cinque torri, ma originariamente erano nove.
A differenza di molti templi di Angkor, Angkor Wat è orientato a ovest; gli studiosi sono divisi sul significato di questa scelta. L’ipotesi più probabile è che si tratti di un mausoleo, dove venerare il re dopo la morte. Infatti, l’entrata principale a ovest era una consuetudine dei templi funerari (l’ovest, dove tramonta il sole, era considerata simbolicamente la direzione della morte), mentre i templi indù erano orientati a est.
Il nome moderno, Angkor Wat, significa “Tempio della città”. Angkor, che significa “città” o “capitale”, è una forma volgare della parola Nokor, che deriva dalla parola sanscrita nagara. Wat è la parola khmer per “tempio” (in sanscrito Vata, “recinto”).
Verso la fine del XII secolo il tempio fu convertito al buddhismo Theravada, e tale è rimasto fino ai nostri giorni. Angkor Wat si differenzia dagli altri templi di Angkor perché non fu mai del tutto abbandonato, anche se dal XVI secolo cominciò a essere trascurato. Il fossato esterno lo protesse in un certo modo dall’avanzare della giungla. Fino al XVI secolo il tempio era conosciuto come ‘Preah Pisnulok’, dal nome dato a Suryavarman dopo la sua morte. In questo periodo prese il suo nome odierno.
Quando fu scoperto dai francesi dopo le esplorazioni di Mouhot, che peraltro ne aveva sbagliato la datazione ipotizzando che fosse dell’epoca dell’Impero Romano, vennero trovate delle iscrizioni che, decifrate, parlavano di una statua di Visnù in oro conservata nella torre santuario. La statua, però, non fu mai trovata.
Angkor Wat è famosa anche per i suoi estesi fregi a bassorilievo perfettamente integrati con l’architettura dell’edificio. Una particolarità di questi bassorilievi è che si “leggono” in senso antiorario, contrariamente ai templi buddisti dove generalmente il senso è orario, come nel tempio di Bayon.
Sulle pareti interne della galleria più esterna sono raffigurate una serie di scene di grandi dimensioni riguardanti soprattutto episodi dei due più importanti poemi epici indù: il Rāmāyaṇa e il Mahābhārata. È stato detto che essi sono “la più lunga disposizione lineare di scultura su pietra conosciuta”. Nella galleria meridionale vi è l’unica scena storica, una processione di Suryavarman II, seguita dalle rappresentazioni dei 32 inferni e dei 37 paradisi dell’induismo.
Nella processione si vedono in una fila le mogli, i servitori e le concubine. Nell’altra fila ci sono i comandanti delle truppe, alcuni a cavallo e altri in groppa agli elefanti, riparati da ombrelli parasole in numero corrispondente al loro rango. Il re sta su un elefante riparato da 15 ombrelli d’oro e scortato anche da Visnù che cavalca Garuda, il re degli uccelli della mitologia indù e buddista. In testa alla parata, i bramini che portano offerte e guidano il rituale religioso del dio del fuoco, con i musicisti che suonano corni e conchiglie.
Le immagini degli inferni e dei paradisi venivano usate per spiegare ai fedeli che chi vive nel bene può andare in paradiso o reincarnarsi e avere una vita migliore, mentre chi in vita fa del male finisce all’inferno. E chi si è comportato così male da scendere sotto il terzo livello dell’inferno non potrà mai più reincarnarsi e tornare sulla terra.






Sulla galleria orientale vi è una delle scene più celebri, “la trasformazione in burro dell’oceano di latte” che mostra 92 Asura (demoni o spiriti del male) e 88 Deva (dei o spiriti del bene) che utilizzano il serpente Vasuki per mescolare il mare di latte sotto la direzione di Visnù. Si tratta di una leggenda induista molto curiosa e affascinante, che Saveth ci aveva già raccontato.
I Deva e gli Asura sono in lotta per il potere. Il dio Brahma spiega che serve l’Amrita, il nettare magico che dona la vita eterna. Il nettare si trova sul fondo del mare primordiale. Per prenderlo, i due gruppi devono frullare l’oceano cosmico come se fosse latte per mille anni. Usano il monte Mandara come bastone per mescolare, e avvolgono intorno alla montagna il serpente gigante Vasuki per usarlo come corda. La montagna inizia a sprofondare nel fango, e allora il dio Visnù interviene prendendo la forma di una grande tartaruga, Kurma. La tartaruga si piazza sul fondo del mare e sostiene il peso della montagna sul suo guscio. Durante il frullamento escono dall’acqua quattordici tesori preziosi. Tra questi ci sono la luna, il sole e Lakshmi, la dea della bellezza e della ricchezza. Alla fine, appare il medico divino con la coppa piena di nettare dell’immortalità.

Alcuni bassorilievi sono danneggiati da colpi di mortaio sparati durante la guerra civile che precedette la presa del potere da parte dei Khmer Rossi nel 1975.



Mentre eravamo all’interno di Angkor Wat ci ha sorpreso la nostra pioggia quotidiana, ma un posto così incredibile con qualunque tempo e qualunque luce non perde un grammo del suo fascino.

La sera, con i pochi che ne avevano voglia e non erano troppo stanchi dopo la lunga e intensa giornata, siamo andati a cena in un ristorante, anche questo suggerito da Saveth, dove il cibo è buono e l’atmosfera è quella di un locale popolare, come piace a me. Si chiama Khmer Kitchen.
Concluderei il racconto della giornata tornando a come è iniziata, nell’alba senza sole davanti alle torri di Angkor Wat. Anche su questo argomento Saveth ha una storiella, che dice così: una giovane coppia sta guardando l’alba, ma il cielo è coperto e il sole non si vede. Allora lei chiede a lui: “Perché il sole non esce?”. Lui risponde: “Il sole si vergogna a uscire perché tu sei più bella e splendente di lui”. Trent’anni dopo, stesso posto e stessa scena. È l’alba, ma il sole non si vede. Di nuovo lei chiede: “Perché il sole non esce?”, ma stavolta lui risponde: “Sei anziana, e ancora non hai capito che se ci sono le nuvole è perché tra poco piove?!”.
Martedì 11 agosto 2026
Seconda giornata ai templi di Angkor. Il programma prevedeva di vederne ancora parecchi. Oggi niente bici per nessuno ma anche niente minivan, ci siamo spostati tutti in tuk tuk, facendo un sacco di chilometri.
Il primo è stato il Tempio Preah Khan, che fu costruito sul luogo della vittoria di Jayavarman VII sugli invasori chăm avvenuta nel 1181. Preah Khan significa spada sacra, che è simbolo del potere e della vittoria.
Quello di Jayavarman VII fu un regno unitario e tollerante, dove convivevano induisti e buddisti; anche il tempio riflette questa situazione, con i lati nord e ovest dedicati all’induismo, i lati sud ed est al Buddismo. Dal punto di vista simbolico, le parti induiste sono caratterizzate da immagini di uccelli, e in particolare di Garuda, il re degli uccelli, mentre le parti buddiste da immagini di serpenti.



C’è uno stupa, che veniva utilizzato per conservare ceneri o reliquie e che è del XVI secolo, quindi è stato aggiunto in un’epoca posteriore rispetto alla fondazione originaria del tempio nel XII secolo. Questo ha probabilmente preso il posto della statua originaria del Bodhisattva Lokeshvara (o Avalokiteśvara), che era stata scolpita con le fattezze del padre del re.

C’è anche un linga, che è il simbolo fallico che rappresenta la forza creatrice del dio Shiva; nel tempio è stata rinvenuta una statua del XII secolo di Ganesh, il figlio di Shiva, che ora si trova al museo nazionale di Siem Reap. Ganesh è generalmente rappresentato con la testa di elefante perché così vuole la sua leggenda. Secondo questa leggenda, La dea Parvati creò il fanciullo Ganesh usando l’argilla e una goccia di sudore del proprio corpo, donandogli poi la vita mentre il suo sposo, il dio Shiva, era lontano in meditazione. Parvati ordinò a Ganesh di fare la guardia fuori dalla porta mentre lei faceva il bagno, impedendo a chiunque di entrare. Shiva tornò al palazzo ma fu bloccato dal ragazzino, che non avendolo mai visto prima non lo riconosceva. Infuriato per l’affronto e ignaro che si trattasse di suo figlio, Shiva scatenò la sua ira e tagliò la testa a Ganesh. Accortosi del dolore disperato di Parvati, Shiva promise di rimediare e ordinò ai suoi servitori di portare la testa del primo essere vivente che avrebbero trovato rivolto verso nord. I servitori trovarono un elefante, e la sua testa fu posta sul corpo del ragazzo, che tornò in vita assumendo il celebre aspetto con cui è amato e invocato.




Siamo andati poi al Tempio Neak Pean, situato su un’isola artificiale nel bacino nord, vicino al complesso di Preah Khan. Anche questo tempio fu fatto edificare dal sovrano Jayavarman VII e risale quindi al XII secolo. Il bacino artificiale secolare è stato nuovamente riempito nel 2019, e ora è pieno di fiori di loto. I fiori di loto sono importanti non solo per il loro uso religioso, ma anche perché i semi sono commestibili. Si possono mangiare sia freschi che essiccati e tostati.
Il bacino centrale comunica con quattro bacini periferici, che rappresentano i quattro fiumi sacri dell’India. Ognuno dei quattro bacini periferici è collegato a quello centrale tramite un canale ed è dotato di un doccione con una testa animale o umana: un leone, un cavallo, un elefante e un toro/volto umano a seconda delle interpretazioni.





Il terzo tempio della giornata è stato il Ta Som, un tempio più piccolo che fu costruito anch’esso alla fine del XII secolo da Jayavarman VII. Il re dedicò il tempio al padre Dharanindravarman II.
Qui Saveth ci ha raccontato un’altra leggenda, secondo cui il re era calvo ma non voleva farlo sapere e per questo portava sempre la corona. Ma un giorno il suo parrucchiere lo disse a un albero, parlando in un buco del tronco come se volesse dirglielo nell’orecchio. Il legno di questo albero fu poi usato per fare un tamburo, e da questo tamburo, la prima volta che venne percosso, uscì una voce che disse: “Il re è calvo!”.




Poi pausa pranzo. Ne ho approfittato per provare un’altra versione dell’amok, il piatto khmer che mi era molto piaciuto. È sempre un curry con latte di cocco, lime e altre spezie, ma oltre che col pesce, come lo avevo mangiato a Phnom Penh, si può fare col pollo, ed è questa seconda versione che ho deciso di provare. Devo dire che lo preferisco col pesce, ma la cosa particolare è che qui invece che nelle foglie di banano lo servono in una noce di cocco.

Dopo pranzo abbiamo proseguito con il Tempio Banteay Srei, che è un tempio induista del X secolo (costruito nel 968 d.C.), successivamente diventato buddista. Il suo nome significa Fortezza delle donne ed è dedicato al dio indù Shiva e a sua moglie Uma (o Parvati). Si trova a circa 35 km da Angkor, quindi per arrivarci abbiamo dovuto fare il più lungo percorso in tuk tuk del viaggio. Anche questa è stata un’esperienza. La maggior parte della strada l’abbiamo fatta però prima di pranzo, perché Saveth ha appositamente scelto un ristorante nelle vicinanze.
Il complesso è celebre per le numerose e dettagliate statue di devata (divinità femminili) e ninfe celesti scolpite nelle nicchie e sulle pareti, caratterizzate da un’eleganza unica che ha spinto la popolazione locale a legare il nome del sito alla figura femminile.
Il tempio è costruito quasi esclusivamente in pietra arenaria rossa; non si sa esattamente da dove fu presa, perché non è tipica di questa zona. Il poco uso fatto dei mattoni è limitato esclusivamente ai recinti e a pochi elementi della struttura. Sopra gli architravi delle porte sono presenti diversi frontoni decorati con bassorilievi, per la prima volta nella storia dell’architettura Khmer. Oltre ai frontoni, tutte le pareti sia interne che esterne sono fittamente decorate con figure che rappresentano scene di mitologia e scene tratte da racconti popolari. Ci sono anche statue delle scimmie-demoni, che sono l’esercito del poema indù Ramayana.








In questa zona, stando ai cartelli, sono presenti anche varie specie di serpenti: vipere, cobra (tra cui il cobra monocolo e il cobra siamese), bungari e altri. In Cambogia ci sono 101 specie di serpenti, di cui 22 velenosi. Noi però non li abbiamo incontrati.
E l’ultimo tempio è stato quello di Pre Rup. Fu costruito come tempio di stato del re Khmer Rajendravarman e dedicato nel 961 o agli inizi del 962.
Il nome moderno del tempio significa “girare il corpo” e riflette la credenza comune tra i cambogiani che presso il tempio venissero svolte cerimonie funebri di cremazione, durante le quali il defunto veniva girato verso i diversi punti cardinali.
L’uso massiccio di laterite e mattoni gli dà una piacevole colorazione rossastra che risalta particolarmente alla luce del tardo pomeriggio. È l’ultimo tempio costruito in mattoni: dal VI al X secolo si costruiva in mattoni, poi si cominciò a usare la pietra.
In cima vi sono cinque torri, disposte a formare un quinconce, cioè una a ciascun angolo del quadrato e una al centro. Sembra che Angkor Wat, che ha anch’esso cinque torri con questa disposizione, sia stato “copiato” da questo tempio. Divinità scolpite in bassorilievo stanno a guardia ai lati di ogni porta orientale, mentre sugli altri lati le porte sono cieche.
Sul secondo livello, di fronte all’ingresso orientale, vi è una cisterna in pietra, ma più che per le cremazioni gli studiosi ritengono servisse come base per una statua del toro Nandi, probabilmente in bronzo.




Stanchi ma con gli occhi pieni della tanta bellezza ammirata in due giorni, siamo tornati al nostro hotel. Per cena, per non sbagliare, siamo tornati al Khmer Kitchen, dove ci eravamo trovati bene, e poi con un piccolo gruppetto ci siamo concessi un breve assaggio della “rutilante” Siem Reap by night, che è decisamente qualcosa che rispetto al resto della Cambogia fa storia a sé.

Senza esagerare, perché domani ci dobbiamo ancora alzare presto e partire verso Kampong Cham, che sarà purtroppo l’ultima tappa del viaggio. Lì ci aspetta Nicola, un ragazzo di Calabria che ha fondato laggiù una ONG. Visiteremo una casa-famiglia per minori in situazioni di difficoltà, un laboratorio di riciclo della plastica e perfino… una pizzeria, che serve ovviamente a raccogliere un po’ di soldini per le attività della ONG.
(TO BE CONTINUED…)