Viaggio in Cambogia con ViaggieMiraggi: Phnom Penh, Angkor e i villaggi galleggianti
Cap. 6: Kampong Cham
Mercoledì 12 agosto
Anche questa mattina la partenza era programmata per le 8.30. Il viaggio per raggiungere Kampong Cham, l’ultima tappa del nostro tour cambogiano, non è breve, si parla di almeno quattro ore.

Per spezzarlo ci siamo fermati a vedere un ponte in tufo dell’epoca angkoriana (fine XII secolo), che in effetti meritava una sosta. È un posto che ha un suo valore storico e culturale, dove in genere un po’ di turisti arrivano; ma quest’anno, lo sappiamo, turisti ce ne sono pochi. Infatti c’eravamo solo noi. E ci è anche successo un episodio curioso: ad accoglierci c’era una ragazza che, senza chiedere niente, ha fatto una foto a ciascuno di noi appena scesi dal minivan. Ci è sembrato strano e anche un po’… imbarazzante, ma poi abbiamo capito il perché. In 10-15 minuti al massimo, cioè il tempo che è passato per attraversare il ponte, fare qualche foto e tornare indietro, ecco che le foto delle nostre facce sono state stampate e montate su una cornice che ha come sfondo un’immagine del ponte. Ovviamente l’obiettivo era venderci questo piccolo “servizio”, e qualcuno di noi effettivamente quelle foto le ha comprate, se non altro per non deluderla e come premio per l’idea, l’impegno e la perfetta organizzazione. Probabilmente i turisti che arrivano in un giorno sono così pochi che non bisogna buttare via nessuna possibile occasione. C’è anche da dire che essere noi, una volta tanto, quelli che vengono fotografati senza chiedere è stato un momentaneo ribaltamento di ruoli e prospettiva che ci ha aiutato a capire un po’ meglio come ci si sente e a guarire da quell’atteggiamento un po’ inconsapevolmente “colonialista”. Se noi abbiamo diritto a quel piccolo moto di fastidio, a maggior ragione ne ha diritto chi viene fotografato perché fa parte del “colore locale”.



Dopo di che, a parte una sosta per il bagno e uno spuntino, abbiamo tirato dritto fino a Kampong Cham, dove ci aspettava Nicola, il fondatore della ONG italiana “Viva la Vida”. Nicola è colui che poi ci ha accompagnato anche in veste di “guida” negli ultimi due giorni di viaggio, visto che qui è di casa ormai da quasi una decina d’anni. E così è arrivato il momento di salutare Saveth, che ci ha accompagnato per dieci giorni come meglio non si poteva. È stato super professionale, ma ha mostrato anche una grande umanità. Ha condiviso con noi pezzi molto dolorosi della sua storia personale, che si intreccia con la storia tragica del suo paese; ma ci ha anche regalato tanti momenti leggeri e divertenti, con le sue battute e le sue fantastiche storielle. Per me la Cambogia avrà sempre il suo volto e la sua risata contagiosa.
Kampong Cham è un’altra città che sorge sulle rive del Mekong, 125 km a nordest di Phnom Penh. Alla fine siamo arrivati un po’ più tardi del previsto. Nicola ci ha accolto e ci ha dato il benvenuto all’hotel dove dormiremo questa notte; è qui che ha anche cominciato a raccontarci la sua storia, che è una storia che inizia con un lungo viaggio. Originario della provincia di Cosenza, Nicola è una di quelle persone che a un certo punto della loro vita, nel suo caso ancora in giovane età, hanno deciso di mollare tutto e di prendersi il loro tempo per viaggiare e conoscere il mondo. Ha viaggiato ininterrottamente per più di tre anni, nei quali è stato ovunque e ha fatto di tutto, compreso il giro dell’Australia in bici. Poi però in lui è scattato qualcosa, non si sentiva più bene con sé stesso, aveva un po’ perso il senso di quello che stava facendo. È arrivato in Cambogia, e qui a Kampong Cham un po’ per caso è entrato in contatto con l’orfanotrofio locale. Vedendo le condizioni in cui versava l’orfanotrofio, ha pensato che poteva fare qualcosa per dare un piccolo contributo. In pochi giorni, con una colletta su Facebook, ha raccolto i soldi che servivano per comprare un po’ di materassi decenti per quei ragazzi, ed è in quel momento che la luce si è accesa, e ha capito quello che doveva fare. Quella scintilla è ciò che poi lo ha portato a fondare Viva la Vida.
Viva la Vida Onlus (ora APS) viene fondata in Italia nel 2016. Inizialmente, l’associazione sviluppa progetti per sostenere i rifugiati di guerra in Medio Oriente. Dal 2017 opera in Cambogia, con l’obiettivo di: migliorare le situazioni di degrado sociale; garantire a bambini e ragazzi un’adeguata formazione scolastica; creare opportunità lavorative per i giovani che vivono in contesti difficili; sensibilizzare sui temi di sostenibilità e tutela ambientale.
Tutti i progetti educativi che Viva la Vida porta avanti sono volti a fornire a bambini e ragazzi che vivono in situazioni di precarietà, povertà e degrado gli strumenti per accedere ad un futuro e ad opportunità di lavoro e vita migliori. Strappandoli dal lavoro minorile, dalla malnutrizione e dall’abbandono scolastico, l’associazione assicura ai bambini una vita adeguata alla loro età, fatta di studio e gioco educativo, sport e lezioni di inglese. Tra gli obiettivi sono comprese le campagne e attività di sensibilizzazione contro lo spreco e la produzione di rifiuti, l’educazione alla sostenibilità e al riciclaggio, con la finalità di far crescere la consapevolezza sui temi di tutela ambientale. Attraverso il proprio training center, inoltre, Viva la Vida intende accompagnare attivamente i ragazzi nel mondo del lavoro, offrendo anche posti di lavoro interni retribuiti. La casa famiglia che gestisce è un’alternativa alle condizioni di disagio familiare di alcuni dei ragazzi, che vengono accolti in un ambiente sano, sicuro e pieno di opportunità di crescita. I progetti e le loro particolarità vengono riprogrammati ogni anno in base alle esigenze dei contesti in cui l’associazione opera, mantenendo costanti i principi costitutivi.
La missione in Cambogia è iniziata proprio con la collaborazione con l’orfanotrofio. Nel 2018 Viva la Vida costruisce il centro culturale Knowledge Garden. Nel 2022 apre una nuova sede nella città di Kampong Cham. On My Way è una CASA FAMIGLIA e un TRAINING CENTER per accogliere ragazzi con situazioni familiari difficili o compromesse.
All’inizio, un buon contributo per riuscire a partire è venuto dai proventi della vendita di Controvento, il libro scritto da Nicola che racconta i suoi viaggi intorno al mondo.
Viva la Vida, in questi anni, ha funzionato anche grazie all’apporto di tanti volontari. Dal 2017 a oggi sono stati più di 400, per il 70% italiani. Anche i genitori di Nicola, che non erano mai usciti dall’Italia, sono venuti a stare qui per un po’ e suo padre ha costruito il forno per la pizzeria dell’associazione.
Ma ci sarà modo di parlare di tutti i vari progetti, che sono davvero tanti. Nicola per prima cosa ci ha portato a pranzo in un mercato di Kampong Cham. Già ieri ci aveva mandato il menù e così abbiamo potuto fare in anticipo le nostre ordinazioni. Abbiamo sofferto un po’ il caldo, che oggi qui era pesante, ma il cibo era buono. C’è stata soltanto qualche perplessità da parte della componente vegetariana del gruppo, perché qualcuno aveva l’impressione di sentire nei piatti un sapore di pesce. In realtà abbiamo imparato in questi giorni che può succedere, perché nella cucina cambogiana c’è una salsa a base di pesce fermentato che viene messa un po’ dappertutto. Quindi può capitare di trovarla anche in piatti che dovrebbero essere “vegetariani”.
Attualmente i volontari sono 7. Ne abbiamo conosciuti due prima di prendere il traghetto per raggiungere Koh Samraong, un’isola sul Mekong dove Viva la Vida sta portando avanti un progetto di riciclo della plastica e dove ha anche una piccola scuola di bambù. Soprattutto uno dei due, che è qui da più tempo, sembra si sia perfettamente ambientato, perché lo abbiamo visto sgranocchiare serenamente insetti fritti prendendoli da un sacchetto di carta, come se fossero patatine.
Il traghetto, in una decina di minuti, ha portato noi e i nostri tuk tuk sull’isola, dove una scritta fatta con bambù e ciabatte dà il benvenuto ai visitatori.







Koh Samraong ha circa 5000 abitanti ma ci vivono realmente, con continuità, solo 2000 persone. Qui si producono mais, cotone e tabacco. Ce lo ha spiegato Nicola con l’aiuto di un ragazzo di Kampong Cham che lui chiama Messi, perché effettivamente… se pensiamo a un Messi giovane, c’è una certa somiglianza! Messi è cresciuto grazie ai progetti di Viva la Vida e ora, come altri ragazzi, collabora con Nicola all’interno dell’organizzazione. Viva la Vida lavora in un rapporto di stretta collaborazione con DNG (Development for Next Generation), la ONG cambogiana che gestisce le attività direttamente sul territorio, fondata insieme ad alcuni dei ragazzi che negli anni sono stati sostenuti da Viva la Vida. Oggi quei ragazzi, oltre a essere ancora accompagnati nel loro percorso di crescita, sono parte attiva nella gestione dei progetti.






Ma soprattutto abbiamo visto alcuni punti di raccolta della plastica che servono per Sart Koh Samraong, il progetto ambientale nato nel 2023 con l’obiettivo di costruire, passo dopo passo, un modello concreto di tutela dell’ambiente e coinvolgimento della comunità. Ci sono punti di raccolta nelle scuole pubbliche, dove sono coinvolti più di 600 bambini con cicli di educazione ambientale e aree ecologiche presenti in ogni scuola. Parallelamente è stato avviato un sistema di raccolta attraverso postazioni distribuite sull’isola e punti di stoccaggio, che permette già di portare via circa 40 sacchi di rifiuti ogni settimana, evitando che vengano bruciati o buttati nel fiume come accadeva prima.
Il progetto sta crescendo: stanno aumentando le postazioni, migliorando il sistema di raccolta e coinvolgendo progressivamente tutta la comunità. Dal 2026, grazie al laboratorio professionale di riciclo che visiteremo domani, parte della plastica raccolta può inoltre essere trasformata in nuovi oggetti e prodotti.


Poi siamo andati a vedere la scuola di bambù. Questa struttura è nata nel 2023 come primo pilastro del centro culturale Sart Koh Samraong. Offre lezioni gratuite di inglese, supporto scolastico e laboratori di educazione ambientale e riciclo ai bambini dell’isola, aiutandoli a integrarsi con la comunità locale. La maestra è cresciuta in orfanotrofio, e quest’anno ha insegnato a 40 bambini.






Essendo una struttura biodegradabile e leggera, le aule erano state progettate originariamente per durare circa due anni. Grazie alla manutenzione dei volontari, hanno resistito per quasi tre, ma ora sono arrivate veramente alla fine, quindi sono gli ultimi giorni di questa scuola; probabilmente siamo tra le ultime persone che l’hanno vista. Ma niente paura, in questi giorni verrà demolita ma a novembre, quando ricomincia l’anno scolastico cambogiano che è appena finito, sarà ricostruita più bella di prima e in legno, in modo che possa durare di più.





Terminato il giro sull’isola, siamo tornati a Kampong Cham per rilassarci un po’ prima della cena, che stasera sarà da Viva la Pizza, la pizzeria dell’associazione. Kampong Cham non ha grandi attrazioni turistiche: forse l’unica che c’è è il Bamboo Bridge, il ponte di bambù sul Mekong che collega la città all’isola fluviale di Koh Paen. Lungo quasi un chilometro e interamente costituito da steli di bambù collegati da cavi metallici, sostiene pedoni e veicoli leggeri. La sua particolarità risiede nel suo ciclo di vita: smontato o trascinato via ogni anno dalle piene del fiume, viene ricostruito a mano da circa trenta abitanti durante la stagione secca. È uno degli ultimi ponti di bambù dell’Asia sudorientale ancora ricostruito ogni anno su larga scala. Dalla conclusione, nel marzo 2018, di un ponte in cemento di 780 metri situato circa due chilometri a nord, il ponte di bambù non è più una necessità di trasporto. Gli abitanti di Kampong Cham hanno tuttavia scelto di proseguire la sua ricostruzione annuale, in parte per ragioni culturali, in parte per l’interesse turistico che suscita. Noi, però, non abbiamo potuto vederlo proprio perché ora, durante la stagione delle piogge, non c’è. Verrà ricostruito per la festa dei morti, il Pchum Ben, che dura 15 giorni tra la metà di settembre e l’inizio di ottobre segnando la fine della stagione delle piogge, mentre il capodanno cambogiano, che cade a metà aprile, ne segna l’inizio.

E quindi sì, ci siamo concessi anche una buona pizza all’italiana dall’altra parte del mondo, una volta tanto si può fare.
Viva la Pizza non è solo una pizzeria, è anche e soprattutto una scuola di formazione e lavoro nata a Kampong Cham per offrire ai giovani coinvolti nei progetti di DNG qualcosa di concreto: una vera pizzeria dove imparare un mestiere attraverso l’esperienza quotidiana.
Ogni giorno si impara facendo: dall’impasto al forno, dal servizio alla cassa, fino all’organizzazione dei turni e alla gestione del lavoro. Dietro ogni pizza c’è quindi una storia di crescita. I ragazzi acquisiscono competenze professionali, autonomia e un reddito dignitoso, costruendo passo dopo passo una possibilità concreta per il proprio futuro.


E ogni pizza servita ha ovviamente un valore ancora più grande, perché i ricavi contribuiscono a sostenere le attività sociali e ambientali di Viva la Vida. Un mestiere diventa autonomia, l’autonomia diventa opportunità, e l’opportunità può diventare futuro.
Giovedì 13 agosto
Oggi colazione da Viva la Pizza (e dove se no?), e poi siamo andati a visitare altri due degli innumerevoli progetti di Viva la Vida.



Il primo è stato il laboratorio di riciclo della plastica dove da quest’anno una parte della plastica raccolta viene trasformata in nuovi oggetti destinati anche al mercatino solidale della stessa associazione. Un progetto che unisce tutela dell’ambiente, educazione, formazione e nuove opportunità, dando ai rifiuti una seconda vita e creando valore per l’intera comunità.


E si vede, infatti, che i macchinari sono nuovi e “up to date”. C’è un estrusore che, a seconda dello stampo che viene usato, può produrre vasetti o palline che poi servono per fare dei braccialetti. Mi è capitato, per lavoro, di vedere parecchi estrusori che producono plastica riciclata e questo, nel suo piccolo, è un “giocattolino” che si carica e si scarica completamente a mano ma che funziona bene. Prima, naturalmente, la plastica deve essere lavata e selezionata per colore e tipologia, e poi ci vuole qualcuno che, con pazienza, infili le palline una per una per fare i braccialetti. Questo è uno dei lavori che fanno i volontari.






Poi Nicola ci ha portato alla casa-famiglia On My Way, che è nata alla fine del 2022. Oggi On My Way accoglie 8 bambini e 5 adolescenti provenienti dal villaggio di Phum Thmey, che vivono insieme alla Mami e al Papi, figure di riferimento nella vita quotidiana, mentre Alice, la compagna di Nicola, coordina il centro e ne segue la gestione. L’obiettivo è semplice ma fondamentale: prendersi cura dei ragazzi come farebbe una vera famiglia, accompagnandoli nella scuola, nella salute, nell’alimentazione e nella crescita.
Con il tempo si è scelto di separare gli spazi dei volontari da quelli dei ragazzi, per proteggere la quotidianità del centro e mantenere un ambiente stabile e familiare. I volontari continuano a collaborare ai progetti, ma senza interferire con le dinamiche della casa.
On My Way è così diventato molto più di un centro: è una casa dove sentirsi accolti, crescere e avere la possibilità di immaginare un futuro diverso. È un’alternativa concreta per i bambini e i ragazzi più bisognosi, che spesso non andavano nemmeno a scuola: una casa, una famiglia, un centro di formazione, un’opportunità. Stanno qui per tutta la settimana, poi nel weekend tornano al villaggio.


Ciò che più manca, nel villaggio, è la cura verso i più piccoli. On My Way nasce prima di tutto per questo; qui bambini e adolescenti ricevono attenzioni che per molti sarebbero scontate, ma che per loro non lo sono state: giuste cure mediche, un’alimentazione sana e tutto ciò che serve al loro benessere; vengono seguiti nei loro percorsi scolastici e possono avere momenti di svago, aggregazione e crescita.
Il villaggio, come tante realtà simili, ha molti problemi: lavoro minorile, alcolismo e dipendenze (è diffusa una droga tipo metamfetamina). Due ragazzi di 16 anni, recentemente, sono morti in un incidente a causa dell’alcol. Nicola ci ha raccontato anche di un ragazzo che ora lavora in laboratorio e che, a 15 anni, è stato costretto dai genitori a lasciare la scuola e a lavorare per pagare un mutuo che era stato acceso a nome suo, quindi da 5 anni lavora per dare ogni mese i soldi del mutuo ai genitori. Due anni fa lo volevano mandare a lavorare in Corea perché lì avrebbe potuto guadagnare di più, ma Nicola è riuscito a convincerlo a non andare.




La casa, nella sua semplicità, è bella e molto colorata. Sulle pareti sono dipinti pezzi del testo di “Il costume da torero”, una canzone nella quale Nicola ha trovato ispirazione, scritta dal suo conterraneo Dario Brunori (Brunori Sas).
Per mandare avanti tutti questi progetti, ci ha spiegato, servono tra 6000 e 6500 dollari al mese. Non è facile tirarli su. Ma lui, proprio come dice Brunori, non sarà mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di così, e perciò continua, senza perdersi d’animo. Spero che anche voi, dopo aver letto di tutte le cose belle che fa con i suoi ragazzi, vorrete dargli una mano.
E con questo appello vorrei anche chiudere questo diario di viaggio. Dopo c’è stato il viaggio di ritorno a Phnom Penh, ancora con Nicola, una bella ultima serata lì e una mattina passata a spendere gli ultimi Riel al mercato Russo, ma penso che tutto sommato ci possiamo fermare qui.
La Cambogia è stata un’esperienza importante per me, e qualcosa di totalmente nuovo. Non ero mai entrato in contatto con questo tipo di cultura, ma mi sono sentito a mio agio e, ora che ho rotto il ghiaccio, mi piacerebbe in futuro scoprire qualche altro paese asiatico. Sono rimasto affascinato dall’atmosfera dei templi, anche se difficilmente diventerò buddista, dalle leggende, dalle bellezze della natura, dai fiori, dalle farfalle, dai contrasti, dal cibo (anche se non me la sono sentita di provare tutto, lo ammetto) e dal popolo cambogiano, anche grazie all’impagabile Saveth. Gli incontri, come sempre, sono stati estremamente interessanti. Arrampicandomi sulle ripide scale dei templi di Angkor ho sottoposto all’ultima prova il mio piede ancora leggermente dolorante, ma è andata bene e ora è tutto a posto, vi voglio rassicurare anche su questo.
Perciò che altro dire? Lee sin hii, arrivederci in lingua Khmer, e alla prossima.
Grazie di cuore come sempre a ViaggieMiraggi e nello specifico a Paolo per l’organizzazione, all’insuperabile Saveth, alle famiglie che ci hanno ospitato a Banteay Chhmar, a HOC, a Nicola e a tutti i ragazzi di Viva la Vida e DNG, e naturalmente a tutte le compagne e tutti i compagni di viaggio.