Dove finisce il Danubio? – 2

27/5/2017 – Secondo giorno: Nel quale scopriamo la Parigi dei Balcani con una guida piuttosto originale ed entriamo in contatto con gli indignados romeni

Dopo la piccola “anteprima” di ieri, Bucarest ci accoglie, purtroppo, con una giornata di pioggia. Lo sapevamo, le previsioni per i primi due giorni erano decisamente orientate al brutto. Ma c’è sempre la speranza che siano sbagliate, e invece… così, a colazione, affiorano i primi malumori legati al meteo.

Il fatto è che oggi dovremmo visitare la città, e ci spiace doverlo fare magari in maniera un po’ limitata. Anche perché, secondo i racconti del primo gruppo di viaggiatori che ci ha preceduto, Bucarest ha riservato sorprese. Almeno rispetto alla grigia immagine stereotipata che generalmente se ne ha.
Del resto, anche Magris parla di Bucarest come della Parigi dei Balcani, a parte l’economia di energia elettrica che la sera non la rende una Ville Lumière (ma lui parla della Bucarest del 1986, dove sicuramente questo aspetto risaltava molto). E scrive anche che Bucarest, certo, non è solo città di folla e di bazar, ma anche di grandi spazi ariosi e signorili, parchi verdi e boulevards che portano a laghi appartati, ville ottocentesche e residenze fin de siècle della Lupescu, la famosa amante del re, palazzi neoclassici ed edifici staliniani. È una vera capitale; ne ha il respiro, la vastità, il maestoso e noncurante spreco di spazio. Ma precisa che a Bucarest il passage parigino si trasforma nel souk, nel mercato levantino. Lo stile nobile ed elegante assume una fisionomia equivoca, come un viso imbellettato con tinte volgari, ma acquista pure l’umanità di ogni incarnazione, l’umiltà del dolore e del sudore, la struggente e impura mortalità del vociare e gesticolare, l’umido fiato di quella che Saba chiamava la calda vita.
Bucarest, insomma, è la balcanizzazione di Parigi. Con queste premesse, è chiaro che la curiosità è tanta.
È con questa curiosità che salgo sul pullmino con il quale Florin ci accompagna alla scoperta della città, sempre con il suo navigatore ben sveglio e presente. Non sappiamo, in realtà, se lo segue o se fa di testa sua, alla fine, ma la voce ci è diventata ormai familiare, è come un rumore di sottofondo.
Ed è qui che facciamo la conoscenza di Maria, la nostra guida locale. È una signora, diciamo così, non più giovanissima dall’aspetto dimesso ma dal piglio deciso. Scopriremo poi che il suo look è legato anche alla sua religione: è una sorta di “suora” laica che appartiene ad una confessione protestante. Parla un buon italiano ma, purtroppo, a voce troppo bassa per farsi sentire da tutto il pullmino, col rumore del motore e il navigatore di sottofondo.
Il suo intento sarebbe, comunque, di raccontarci i tratti più significativi della storia di Bucarest e forse della Romania tutta prima che scendiamo dal pullmino per iniziare la visita. Impresa impossibile, ma alcuni spunti che cogliamo sono comunque interessanti. Per esempio, ci tiene a dire subito che il popolo romeno è un popolo latino, che deriva dall’incontro e dalla commistione tra i romani e i popoli che abitavano la regione in epoca preromana, in particolare i daci. Mi torna in mente il faccione di Decebalo, Re dei daci, che uno stravagante imprenditore romeno ha fatto scolpire su una parete rocciosa alle Porte di Ferro, dove il Danubio segna il confine tra Serbia e Romania e dove si è concluso il nostro viaggio sul Danubio serbo. Ma lei non parla dei romani come di colonizzatori, sostiene che piuttosto si creò una pacifica comunione con i popoli locali dalla quale nacque quello che oggi è il popolo romeno, che senz’altro i daci presero delle parole dalla lingua latina ma accadde anche il contrario, che il latino fu influenzato dalla lingua dei daci, o almeno così ci sembra di capire. È una teoria forse un po’ ardita, ma probabilmente un sintomo dell’orgoglio nazionalista che pare impregni la storiografia romena. Lo stesso orgoglio che mi sembra di poter leggere nelle scritte sui muri, in particolare quelle lungo il corso del fiume Damboviţa, che stiamo costeggiando. Scritte che, se capisco bene, rivendicano la “romenità” di territori come la Moldavia, che ora è uno stato indipendente dopo essere stata una repubblica sovietica, e la Bessarabia, ora divisa tra Moldavia e Ucraina. La Romania è un cuneo nel mare slavo, scrive Magris citando un ministro della Russia zarista e Cavour.
Ma non è tutto: Maria ci fa sapere anche che la Romania di oggi avrebbe bisogno di uno come il principe Vlad, sì, proprio lui, Vlad l’Impalatore, quello a cui Bram Stoker si ispirò per creare il personaggio di Dracula e che è celebre appunto per la simpatica abitudine di impalare i suoi nemici. Forse è una battuta, ma messa insieme col fatto incontrovertibile che Maria non è una che sprizza vitalità da tutti i pori contribuisce a far sì che, diciamo, non a tutto il gruppo sia simpatica, al punto che verrà anche coniato l’hashtag #BastaMaria.
Nonostante tutto, però, Maria ci dà anche dei dati di cronaca tutto sommato importanti. Lo stipendio medio, scopriamo, si aggira intorno ai 250 euro, quando per comprare un appartamento in centro ne servono circa 1000 per mq. E ci racconta che Bucarest è una città gioiosa, perché così vuole l’etimologia del suo nome. E non è una città molto antica, il primo nucleo risale appena alla fine del XIV secolo.
Con lei vediamo innanzitutto la chiesa del monastero Stavropoleos. La chiesa e il relativo monastero vennero eretti nel 1724 per volere dell’archimandrita Ioanichie Stratonikeas, originario dell’Epiro, poi divenuto metropolita di Stavropol. Da questo momento il complesso prese il nome di Stavropoleos. La chiesa è miracolosamente scampata anche alle distruzioni dell’epoca di Ceaușescu, e la vita monastica ha mantenuto e ripreso il suo corso.
La chiesa è un edificio di modeste dimensioni che riflette le tipiche caratteristiche dell’architettura romena: torre-cupola a dominio sul naòs, pianta trilobata e portico sulla facciata. L’interno è a pianta centrale con tre absidi rotonde e cupola centrale. Tutte le superfici sono rivestite di affreschi, originali dell’epoca della costruzione. L’abside di fondo è chiusa da una ricca iconostasi, in legno finemente intagliato, che mostra delle icone antiche su fondo dorato. Gli affreschi rappresentano scene del Nuovo e dell’Antico testamento, il giudizio universale, figure di santi.
Poi una breve puntatina all’interno di un antico caravanserraglio ottomano, che oggi è diventato un hotel.
Dobbiamo anche cambiare un po’ di soldi: qui non c’è l’euro, ma il leu (plurale lei), che vale circa 0,22 euro.
Ed ecco davanti a noi, sotto la pioggia, quella che fu l’enorme Casa del Popolo di Ceauşescu, il monumento alla sua gloria, e che oggi è il parlamento. 3100 stanze, tutto costruito con materie prime romene tranne due porte, per le quali il legno venne fatto arrivare dall’Africa centrale. Dietro, sul lato sinistro, si scorge la sagoma di quella che doveva essere la residenza di Elena, la moglie di Ceauşescu, ma che non lo poté mai diventare davvero perché nel 1989, al momento del crollo del regime, era ancora in costruzione.
Magris racconta che, durante la costruzione della Casa del Popolo, la gente di Bucarest chiamava questo quartiere Hiroshima, perché in quegli anni era davvero sventrato e devastato. La megalomania di Ceauşescu sembrava volersi realizzare in una forma peculiare di demolizione, la traslazione. Non sempre cancellava edifici, spesso li conservava, ma sfasciava il paesaggio, perché trasferiva i fabbricati in qualche altro posto vicino, li spostava di decine o centinaia di metri, per creare un nuovo, suo spazio. Sbatteva una chiesa del settecento, con tutte le fondamenta, cinquanta metri più in là, dislocava palazzi e case, appiccicava una cappella a un casamento costruito un secolo e mezzo più tardi e se i due blocchi non combaciavano perfettamente tagliava un pezzo dell’uno o dell’altro e lo buttava via, modificando urbanistica e planimetrie con l’arbitrio del bambino che gioca con i castelli di sabbia.
Anche Maria ce lo conferma, spiegando che con questo Ceauşescu si toglieva anche la soddisfazione di demolire le più belle dimore borghesi dei ricchi professionisti che in precedenza abitavano in questa zona di Bucarest.

 

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È ormai ora di pranzo. Anche Maria è invitata. Lei finge un po’ di schermirsi, ma non si fa pregare più di tanto.
Il pranzo è organizzato dalla rete Slow Food Romania presso il mercato contadino che si tiene ogni sabato e domenica all’interno del parco dell’Accademia di Scienze Agrarie e Forestali.
Tiberiu e signora hanno preparato per noi: Come antipasti, salsiccia di capra, salsiccia tartara di manzo e pecora, Pastrami armeno di manzo, formaggio di pecora Suciu, pancetta affumicata di maiale Botiza, cipolle verdi e ravanelli. Poi involtini di cavolo, polenta, crema contadina, peperoncino, Balmoş (polenta cotta in crema con latte acido di capra) e gelato fatto in casa.
Ma prima di iniziare, un’acquavite di prugne. Ebbene sì, abbiamo scoperto che anche qui c’è quella bella abitudine di iniziare i pasti con un bicchierino di grappa che tanto abbiamo apprezzato in Serbia. Qui si chiama ovviamente in modo diverso, non rakija ma țuica, come quella di oggi, o palinca se distillata più volte e quindi più forte.
Con noi c’è un’allegra comitiva di belgi, multietnica e chiassosa il giusto. Ma anche noi probabilmente, visti da fuori, facciamo un discreto casino.

 

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Dopo pranzo salutiamo Maria e ci concediamo un po’ di riposo, per poi essere pronti per un piccolo fuori programma: la Romanian Design Week, che si tiene in un garage multipiano riadattato come spazio espositivo, non distante dal nostro hotel.
Ci sono esposizioni di architettura d’interni, arredamento, abbigliamento, oggettistica, grafica. Tutto interessante, ma io mi soffermo in particolare su una bella mostra di lavori grafici dedicati al tema dei diritti umani. Più degli altri mi colpisce, per la sua attualità, quello che rappresenta tanti passaporti che diventano i mattoni di un muro.

 

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Nel frattempo ha smesso di piovere. Bucarest non mi sembra ancora una Parigi balcanica, se non per qualche ampio boulevard e una specie di arco di trionfo. Ma il tempo è poco, per scoprirla davvero. Ci torneremo alla fine del viaggio.

Ora ci aspetta un altro appuntamento molto atteso, quello con un attivista dei movimenti di protesta che hanno scosso il paese lo scorso inverno, in particolare tra gennaio e febbraio, dopo la promulgazione di una legge voluta dal nuovo premier Sorin Grindeanu che depenalizzava il reato di abuso d’ufficio, in contemporanea con due ordinanze di amnistia che avrebbero riguardato anche politici corrotti.
Questo articolo di Osservatorio Balcani e Caucaso riassume gli avvenimenti di quei giorni, per chi non li avesse seguiti:

Romania in piazza

Chi ci aspetta è Claudiu, un attivista del movimento Demos, una delle realtà che hanno animato quelle proteste e che ora cercano di ritagliarsi un ruolo nel futuro politico della Romania. Con i buoni uffici della nostra Monica, che anche lei fa parte dello stesso movimento, Claudiu è qui per spiegarci chi sono e per rispondere alle nostre domande.
L’incontro è organizzato presso un altro locale molto indie, che ci mette a disposizione una saletta appartata. Nel giardino, in bella mostra, la testa di una statua di Lenin appoggiata su delle assi di legno.
Claudiu ci spiega che in realtà il movimento non nasce con le proteste di piazza di quest’anno, ma i primi fermenti risalgono ad almeno 4 anni fa, quando in Transilvania nacque un movimento locale che, dal basso in stile NO TAV, si opponeva alla costruzione da parte di una grande multinazionale canadese di una miniera d’oro, che avrebbe devastato il territorio dal punto di vista ambientale. E questo movimento alla fine vinse la sua battaglia.
Da lì è iniziato un processo che, gradualmente, ha portato alle proteste dei mesi passati, che quindi non sono nate dal nulla ma hanno trovato terreno fertile per il clima che si era creato. Altrimenti, non sarebbe stato possibile portare in piazza 400.000 persone, un fatto che non si vedeva dal 1989.
Claudiu è un ricercatore di scienze politiche e si considera di sinistra. Per questo ci dice che, dal suo punto di vista, quello che è avvenuto negli ultimi mesi ha aspetti positivi e aspetti negativi. È sicuramente positivo che le persone si siano mosse e siano scese in piazza contro la corruzione e l’impunità, ma allo stesso tempo c’è l’aspetto negativo che così altri problemi fondamentali come povertà, disoccupazione, disuguaglianze siano passati in secondo piano.
Di fatto ora, dice Claudiu, più che un problema di destra o sinistra, in Romania c’è un problema di democrazia, si sta imboccando una via che rischia di portare verso situazioni come quelle di altri paesi che stanno vivendo una pesante involuzione da questo punto di vista, come la Polonia e soprattutto l’Ungheria (Eugenio non manca, giustamente, di aggiungere la Serbia).
Una prova di questo è la proposta, attualmente sul tavolo politico, di un referendum costituzionale sulla famiglia tradizionale, per scrivere nella costituzione che la famiglia è solo quella formata da uomo e donna, anche se il Codice civile già proibisce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il referendum si farà, perché tutti i partiti lo sostengono, compreso il PSD di Grindeanu che in teoria ha le sue radici nel vecchio Partito Comunista. Tutti tranne uno, che però è un nuovo partito che su questa questione si è spaccato (e qui a noi non può che venire in mente il PD italiano, la battuta è fin troppo facile). Questa proposta è in realtà il “grimaldello” per portare avanti un’agenda conservatrice che, in prospettiva, porta a favorire le scuole religiose, a bandire l’aborto ecc.
Demos è un movimento che è di sinistra, ma soprattutto è democratico ed europeista, per un’Europa riformata. Claudiu ci tiene a far capire che, al di là di quello che è “passato” all’estero, la componente di destra nel movimento è forte ma non è la sola. Ci sono anche loro. E Demos potrebbe, forse, diventare un partito, come è successo ai fratelli maggiori di Podemos, anche se su questo lui non si sbilancia.
Ci sono, sostiene Claudiu, tre narrazioni nella società romena contro cui loro si battono: la prima vuole che il movimento anticorruzione sia diretto in realtà dall’estero, con in prima fila USA e UE, e che la lotta che porta avanti sia selettiva e ingiusta. La seconda dice che il capitale straniero fa solo male alla Romania, e il capitale romeno solo bene; per loro invece conta se il capitale fa fare cose giuste o sbagliate, non da dove proviene. E la terza è che l’UE sta “forzando” in Romania l’agenda pro diritti umani e pro minoranze. Queste tre narrazioni sono sostenute, oltre che dal governo in carica, dalla chiesa ortodossa, non tutta ma la parte più retriva, e dalle chiese neo-protestanti (come quella della nostra Maria…) ma nella società romena queste spinte ultraconservatrici e religiose non sono maggioritarie.
In Romania, purtroppo, attualmente c’è crescita ma il livello di povertà non si abbassa. Alla domanda di Cecilia su chi sono gli investitori stranieri più importanti, i veri “padroni” stranieri della Romania, Claudiu dà una risposta inaspettata. Non solo gli italiani non contano poi tanto, e questo ci sta, ma non sono neanche i cinesi. In testa alla classifica ci sono gli olandesi, poi gli austriaci, i francesi, i tedeschi e poi, forse, vengono gli italiani.
Quali le prospettive? Le nostre domande sono molte. Claudiu spiega che i media sono asserviti a potentati politici ed economici, ma cresce il peso dei social network e non solo i giovani li seguono. C’è speranza, secondo lui, nel futuro. Il problema, però, potrebbe essere una spaccatura tra generazioni: gli anziani (anche la Romania è un paese che sta invecchiando, anche perché tuttora molti giovani se ne vanno) votano PSD perché sono tendenzialmente nostalgici e ostili ai cambiamenti.
Questo dibattito stimola, naturalmente, anche le prime discussioni politiche tra noi, e si capisce che c’è parecchio pessimismo e mancanza di punti di riferimento per il futuro della sinistra. C’è chi, in assenza di qualcosa di più vicino, li cerca nel movimento DIEM25 di Varoufakis… di sicuro miagoliamo nel buio, come diceva qualche anno fa quel genio di Corrado Guzzanti.
Un po’ di queste discussioni ce le portiamo anche a cena, al ristorante Lacrimi şi Sfinți (la Lacrima del Santo), il cui proprietario e fondatore è Mircea Dinescu, uno dei più famosi e amati dissidenti romeni. Poeta, scrittore, pubblicitario e giornalista, si oppose strenuamente al regime di Ceauşescu e per questo venne cacciato dalla redazione della rivista letteraria Romȃnia Literarȃ e messo agli arresti domiciliari, dove rimase fino al dicembre del 1989, quando prese parte alla rivoluzione romena. Oggi a Cetate, lungo il Danubio romeno non lontano dal confine con la Serbia, Mircea ha fondato un porto culturale dove ogni anno organizza festival musicali, workshop di poesia, il Divan film festival e un festival di arte e gastronomia.
Il menù di stasera prevede antipasto, carpaccio di agnello e torta al formaggio.
Durante la cena, per non affliggerci troppo con le tristezze della politica, ci spostiamo sullo sport, in particolare sul tennis tavolo (mi raccomando, mai più “Ping pong”: è offensivo!). Abbiamo scoperto che il nostro compagno di viaggio Paolo non è solo medico (e anche appassionato di ornitologia, ma questa è un’altra storia, ne parleremo più avanti) ma soprattutto campione di tennis tavolo. Tra non molto parteciperà ai campionati italiani per veterani. Eugenio ci informa che a Sulina, sul Mar Nero, dove arriveremo fra tre giorni, c’è un bar con un tavolo da ping… ehm, da tennis tavolo, e che anche lui è un discreto giocatore (anche se fa il modesto). Nasce l’idea di una sfida, e nel gruppo si crea già un clima di grande attesa…

 

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(Continua…)

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