Dove finisce il Danubio? – 3

28/5/2017 – Terzo giorno: Nel quale, in un paese che si chiama Greci, conosciamo una comunità di italiani e balliamo al ritmo di una band di turchi

Partiamo subito dopo colazione in direzione del Danubio: i chilometri che ci aspettano non sono pochi. Bucarest ci ha sicuramente incuriosito, ma è ora di dirigerci verso quella che è la vera meta del nostro viaggio: il Grande Fiume. Andiamo prima in direzione est, poi a un certo punto piegheremo a nord, tenendoci per ora a distanza dal fiume, che passa a Cernavoda sotto quello che fino a poco tempo fa era l’unico ponte sul Danubio in territorio romeno.
Il paesaggio è abbastanza monotono, e così Eugenio per aiutarci ad ingannare il tempo inizia a raccontare. Racconta dei cardi del Baragan, la steppa romena. E racconta di antichi popoli come gli sciti, che abitavano queste terre quando un po’ più a sud, su un altro mare, le civiltà ellenistiche fiorivano e inventavano quella cosa che, da allora in poi, abbiamo chiamato democrazia. La regione che attraversiamo, la Dobrugia, si chiamava allora Scizia Minore. È allora che nasce la storica contrapposizione tra civiltà e barbarie: i greci, stanziali, rappresentavano la civiltà e gli sciti, nomadi, la barbarie o quella che era vista come tale con gli occhi dei greci e, più tardi, dei romani.
Non dimentichiamo che da qui, secondo il mito, gli argonauti passarono tornando dal viaggio alla ricerca del vello d’oro nella barbara Colchide. Inseguiti dalle galere di Eete, navigarono attorno al Mar Nero nel senso contrario al giro del sole. Una delle versioni riporta che, quando Eete raggiunse Giasone ed i compagni alla foce del Danubio, Medea prese il piccolo Apsirto, il fratellastro che aveva portato come ostaggio, e lo fece a pezzi, gettandone i pezzi in mare. Eete, inorridito di fronte a tale orrore, costrinse le navi inseguitrici a fermarsi presso Tomi (oggi Costanza, sul Mar Nero, un po’ più a sud del Delta) per recuperare i brandelli del figlio dilaniato. Secondo altri autori, invece, Giasone riuscì ad uccidere anche Eete.
E sempre a Tomi venne relegato Ovidio quando cadde in disgrazia presso Augusto, forse per una illecita relazione con la figlia di Augusto, Giulia, forse per aver partecipato a intrighi e congiure di palazzo. Già da allora il Mar Nero era terra d’esilio, di tristi inverni e di solitudini. Il Mar Nero si chiama così perché spesso il suo cielo si fa cupo e tempestoso, e ancora oggi la potenza delle parole proietta su questo mare l’immagine di un grande stagno opprimente, oscurato da nuvole e incapace di serenità.
Il cielo di oggi è ancora un po’ nuvoloso, ma non piove e la temperatura è in salita. Tra storia e mito, stiamo per arrivare alla prima tappa della giornata, che è un po’ più… prosaica. Abbiamo in programma una degustazione di vini presso l’azienda vinicola Alcovin, nei dintorni di Macin.
Trecento ettari di vigneti, questa azienda vanta il ruolo di fornitrice della corte Reale. I Reali di Romania oggi vivono in Svizzera, anche se volendo potrebbero tornare, nessuna disposizione di legge glielo impedisce. Le terre calcaree bianche di queste zone, ci spiegano, sono ottime per produrre vini bianchi. Ma qui si producono anche vini rossi, come il Feteasca Neagra (nero da signorina), il più prestigioso vino derivante da un vitigno autoctono romeno. E un moscato in grado, niente meno, di giungere secondo al concorso “Muscats du monde”… e solo perché deve per forza vincere un francese, si sa come sono i nostri cugini d’oltralpe.
Qui, a differenza dell’Italia, ci sono poche aziende vinicole ma molto grosse. Da noi ci sono 600.000 aziende piccole (in media 1,5 ettari ciascuna). Chi ce lo racconta, in ottimo italiano, è un ingegnere, che ora lavora, qui in Romania, per un’azienda di Bari che produce attrezzi agricoli ma per 12 anni ha vissuto a Torino. Per un anno si è occupato di impianti di allarme e maniglioni antipanico, ma poi, passando dalle parti di Alba, si è innamorato della viticoltura…
Dopo la degustazione di ben sei vini e il lauto pranzo, ci portano a fare un breve giro in cantina, dove tra l’altro ci raccontano la storia di Terente, un bandito di queste parti, di origine russa (un Lipoveno, per essere precisi, ma quella dei Lipoveni è un’altra storia e ne parleremo meglio più avanti), famoso anche per la sua virilità. Sembra sia il terzo di una speciale classifica in cui lo sopravanzano solo Rasputin e un soldato napoleonico. Era l’amante di molte donne aristocratiche dell’epoca (parliamo degli anni ’20 del ‘900) e si nascondeva proprio qui, in queste grotte sotterranee. Alla fine commise un errore fatale: andò con la moglie di un sacerdote, suscitando sdegno. Allora furono i suoi stessi complici e amici a venderlo, e così fu condannato a morte e decapitato nel 1927. Ma di lui resta qualcosa, un grosso… ricordo conservato, pare fino a non molto tempo fa, all’Istituto di Medicina Forense di Bucarest.

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Ripartiamo e ci dirigiamo a Greci, che è a pochi chilometri da qui. È giunto finalmente il momento di conoscere una comunità che mi intriga molto, quella degli italiani, di origine friulana prevalentemente, con qualche veneto, che vivono tuttora qui, in questo paesino. Che si chiama Greci perché, in un periodo imprecisato della sua storia, sembra sia stato anche una colonia greca, anche se su questo ci sono poche certezze. Forse invece qui c’erano i “greci”, nel senso dei cristiani di rito ortodosso greco, quando la zona era controllata dai turchi. Gli italiani, però, sono certamente italiani e sono gli eredi di una migrazione che risale molto indietro nel tempo, fino agli anni ’80 del 1800. È allora che, dal Friuli che allora era terra di fame e di miseria nera, per quanto sia difficile da credere, questi uomini si spostarono fin qui, nella Romania che stava nascendo, in questa terra appena strappata ai turchi. Venivano soprattutto da un paio di paesi del pordenonese, Maniago e Poffabro, e arrivarono qui per lavorare in una cava di granito. Quindi per fare un mestiere ingrato e durissimo, spaccare pietre sotto il sole cocente d’estate e morire di freddo d’inverno. Un mestiere di quelli che non duri, troppa polvere nei polmoni per poter campare a lungo, la silicosi è una brutta bestia. Certo, tutti sappiamo che l’Italia è stato un paese di emigranti (o meglio, chi vuole saperlo lo sa). Ma se pensiamo ai nostri nonni che partivano con la valigia di cartone ci viene in mente Ellis Island, ci vengono in mente gli Stati Uniti, e l’Argentina, il Brasile, l’Australia, e più vicino la Svizzera, il Belgio, la Francia… ma la Romania? Chi l’avrebbe mai detto che a quell’epoca ci fosse in quello che ora è il ricco nordest qualcuno talmente disperato da emigrare in Romania? È davvero una storia straordinaria. Una storia che, a saperla capire, dovrebbe insegnarci molto anche sull’oggi.
La comunità ora è ridotta ad una settantina di persone, soprattutto anziane, ma nei suoi anni “ruggenti” è arrivata a contare anche 600 persone. In anni recenti, dopo il 1989, l’emigrazione si è ripetuta al contrario. Tanti giovani se ne sono andati, proprio verso quell’Italia che non avevano mai visto ma a cui erano sempre rimasti legati, soprattutto parlandone la lingua, per quanto anche questa, negli anni, si stia naturalmente perdendo. All’inizio parlavano addirittura il dialetto friulano… ma, per chi vuole approfondire, lasciamo che sia Eugenio a raccontare la storia come si deve, molto meglio di come posso fare io:

I friulani di Greci

Il primo incontro con Otilia, presidente dell’associazione dei Friulani di Greci, per noi avviene in una chiesa, la piccola chiesa bianca di S. Lucia, la chiesa cattolica di Greci.
Ci sediamo sulle panche, con il giovane parroco che fa gli onori di casa. Quando tutti abbiamo preso posto Otilia si alza in piedi, inforca gli occhiali, se li aggiusta sul naso e comincia a raccontare la sua storia e quella della sua comunità. Parla un perfetto italiano, con solo un accenno di cadenza tra il veneto e il friulano. I suoi nonni erano uno di Maniago e uno di Poffabro.
Ci racconta degli uomini che morivano presto, perché il lavoro in cava fa male ai polmoni. Dei contadini che dovettero rinunciare alla cittadinanza italiana per avere la terra. Di una comunità unita, laboriosa e tranquilla. A Greci, in tutti questi anni, si ricorda solo di un divorzio, lo dice con un certo orgoglio. Adesso, il paese in totale ha circa 3000 abitanti.
Non vuole dire quanti anni ha ed è giusto così, è un vezzo che le dobbiamo concedere. Ammette solo di aver passato i settanta. Suo marito è romeno, anche lui ha problemi di salute da parecchio tempo, anche se non ha lavorato in cava. Ha due figlie: una vive negli Stati Uniti e l’altra a Bucarest, dove è presidente del WWF Romania.
A Greci c’era una scuola italiana, anni fa, ma ora è diventato un asilo, frequentato da tutti i bambini del paese. Bambini che sono sempre meno, purtroppo. Otilia fino all’anno scorso si occupava di un gruppo folkloristico di bambini, ma ora non più. Fa una piccola pausa, la voce rotta dall’emozione. Mancano i bambini, e mancano anche i soldi. Ma poi la voce torna serena. La vita è così, sembra dire Otilia. Ha le sue regole, che sono regole semplici in fondo. Il tempo è passato e bisogna accettarlo.
Girando per Greci la prima cosa che colpisce è che le strade sono quasi tutte sterrate. Fa impressione pensare che, con tutto il granito che è stato estratto in questa zona, neanche una pietra è rimasta qui per pavimentare le strade. Chissà cosa succede d’inverno, ci diciamo parlando tra noi.
Qui dormiremo in famiglia, divisi in piccoli gruppetti. Io, con Vanna e Maura, vengo sistemato nella dependance della casa del fratello del sindaco, una bella casa, devo dire. Cecilia dormirà da Otilia, altri dal parroco con la sua perpetua.
Ci avviamo verso il parco naturale delle montagne di Macin, dove passeremo il resto del pomeriggio.
Le montagne di Macin sono le più antiche in Romania, formatesi per orogenesi ercinica, il processo che ha contribuito alla formazione delle montagne europee in seguito alla collisione continentale avvenuta nel tardo paleozoico, circa 300 milioni di anni fa, che diede origine al supercontinente Pangea. Qui la steppa è interrotta dai boschi di querce, faggi e frassini che punteggiano i pendii delle colline.
Nel parco ci sono 1300 specie di piante, su 2000 totali in Romania, e 1000 specie di farfalle. La guida del parco ci fa una breve introduzione in inglese, all’interno del museo, ma Otilia ogni tanto lo corregge: sembra saperne più di lui…
Dopo di che ci facciamo una breve passeggiata nel parco, fino a una radura da dove si gode una bella vista.
Negli ultimi anni il parco ha vissuto un notevole sviluppo turistico. Sono molti i romeni che vengono qui per apprezzarne la natura, gli itinerari escursionistici e quelli cicloturistici.

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Noi non abbiamo molto tempo purtroppo, ora ci dobbiamo fare una doccia veloce e andare a cena.
Le signore delle famiglie di Greci hanno preparato per noi un sacco di prelibatezze locali, che gusteremo sotto le stelle seduti intorno ad una grande tavolata. Ma prima, non può mancare un bicchierino di grappa. Dobbiamo assolutamente imparare a brindare in romeno, non posso continuare a dire “Živelj!” in serbo. Lo chiedo a Eugenio, e lui, che ormai è in Romania da più di un mese per preparare questo viaggio, non può non saperlo: si dice “Noroc”. Noroc no party, la battuta viene subito spontanea. Il vocabolario romeno è ancora striminzito: finora abbiamo imparato Buna dimineața (buongiorno) e Mulțumesc (grazie – si può dire anche mersi, che è più facile). Ma i fondamentali ci sono, diciamo. Io l’anno scorso in Serbia ero arrivato già più “pronto” per passate frequentazioni, ma qui in Romania è la prima volta che metto piede.
Il clima è piacevolmente conviviale. C’è qui con noi buona parte della comunità italiana. Al nostro tavolo, oltre a Otilia ci ha raggiunto Nagia, rappresentante della comunità turca di Macin. E turchi sono anche i musicisti che allietano la serata: la band si chiama Lira, forse in omaggio alla moneta turca. Sono davvero simpatici, del resto qualche notizia su di loro è già arrivata dal primo viaggio della radio. Sappiamo che Claudio Agostoni si è fatto fare un jingle, ne è uscito qualcosa che suona tipo “Asculta Radio Popolare”, sulle note di Ramo Ramo, che è uno dei pezzi fondamentali del loro repertorio. Ovviamente chiediamo di ripeterlo per noi e il cantante, che è un grande istrione, non si fa pregare. Ramo Ramo è una canzone d’amore che, curiosamente, nasce da un film indiano che era molto popolare nei Balcani nei primi anni ’70.
La gag divertente che caratterizza la band è che tengono il fez sempre a portata di mano e lo indossano quando suonano un pezzo turco, come a dire “ora siamo turchi”… ma poi lo tolgono e possono essere romeni, serbi, greci, bulgari… è quel grande mélange balcanico che a me piace sempre. E non solo balcanico, a dire il vero: ci regalano anche una loro versione di “El condor pasa”.
Ma io preferisco proporveli in questo pezzo, che è forse tra le espressioni migliori di quello che sono i Balcani: Üsküdar’a Gider Iken, andando a Üsküdar. Una canzone popolare di origine turca probabilmente, anche se non è certo. Üsküdar si trova sulla sponda asiatica del Bosforo, questo è sicuro. Ma ne esistono innumerevoli versioni, con altri titoli e altri testi: in greco, in serbo, in ebraico, in albanese, in bulgaro, sembra perfino in pakistano e bengalese. Ogni popolo la canta nella sua lingua e ogni popolo la sente in qualche modo sua.

 

Dopo cena, Nagia ci offre Baklava e caffè turco. “Teşekkür ederim”, grazie mille, le dico spendendo una delle pochissime parole del mio vocabolario turco, e lei mi sorride. Suo nonno era imam di Macin, spiega Eugenio, e consegnò le chiavi della città al re Carlo di Romania quando questi ne prese possesso. In Dobrugia oggi vivono circa 80.000 turchi, è una comunità ancora numerosa. Sono ovviamente gli eredi degli ottomani, che dominarono per circa 450 anni qui, fino al 1878. Ma, in particolare, molti turchi di queste zone appartengono in realtà all’etnia dei circassi, un popolo musulmano del Caucaso che si era trasferito nei territori dell’impero ottomano perché scacciato dalla Russia zarista.
Nagia ha più o meno la stessa età di Otilia. È bello vederle insieme. Si capisce che si conoscono e si stimano, ognuna cerca di tenere viva più che può la sua comunità ma ci dicono che non ci sono mai stati contrasti; in questo lembo di terra diverse etnie e religioni convivono in pace da sempre. Forse è facile per questo, ma mi piace pensare che sia la dimostrazione che è possibile.
Queste due donne ci dicono che convivere è una cosa semplice e naturale, da queste parti è sempre stato così, non c’è mai stato bisogno di pensarci troppo. Qui tutti sono stranieri e nessuno è straniero, ci si aiuta l’un l’altro e basta. È sicuramente una delle immagini più forti che mi porterò a casa da questo viaggio.
E poi si balla. Tutti (o quasi) ci buttiamo nelle danze. Si distingue particolarmente il nostro valente autista, Florin. Questa è una serata libera per lui, non è lui che ci deve riaccompagnare tutti a casa, quindi ha potuto anche bere qualcosina… e ora si scatena e strappa applausi. Lanciatissimo, si esibisce, nonostante qualche chiletto di troppo, con sapienti movenze da consumato animatore delle notti balcaniche, rivelando un lato finora insospettabile.

Tutti insieme proviamo a ballare in cerchio, nello stile greco, o forse serbo, chi lo sa. Ma non erano turchi, poi? Va bene, non importa. Durante uno degli ultimi giri prendo per mano una bellissima bambina di quattro o cinque anni, che vive qui ma ha il papà in Italia. Si chiama Edi. Aveva voglia di ballare ma è l’unica bambina così piccola ed era un po’ intimidita, poverina… ora non si ferma più, la mamma deve quasi trascinarla via a forza, ma è tardi per lei.
Sarebbe tardi anche per noi, ormai i turchi se ne stanno andando ma per il mio piccolo gruppetto, che è rimasto l’ultimo ad aspettare le macchine che ci devono riportare alle nostre case, c’è un ulteriore fuori programma. Un tipo muscoloso, con la testa rasata e in maglietta mimetica, ci annuncia che è il suo compleanno: 50 anni ben portati, devo dire. Nonostante l’aspetto vagamente inquietante, è simpatico, parla un buon inglese e sembra a suo agio con l’impianto stereo, che poi ha una potenza ragguardevole. E così inizia un improvvisato DJ set…

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(Continua…)

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