Dove finisce il Danubio – 5

“Mi incammino verso il mare, curioso di vedere la foce, di immergere la mano e il piede nella miscela del trapasso oppure di toccare la soluzione di continuità, l’ipotetico punto del dissolvimento. La polvere diventa sabbia, la terra è già la duna della spiaggia, le scarpe s’infangano in pozzanghere che forse sono anch’esse foci, minime bocche storte nelle quali si dissangua il Danubio. In fondo si vede il mare.”
(C. Magris – Danubio)

 

30/5/2017 – Quinto giorno: Nel quale immergiamo i piedi nel Mar Nero e nella storia di Sulina

Facciamo colazione e ci prepariamo per la partenza. Oggi percorreremo l’ultimo tratto del braccio di Sulina fino alla foce.
Ma prima, c’è in programma una “lezione” di Cristian, il nostro ornitologo di riferimento, che ci deve rendere tutti più consapevoli delle caratteristiche e dell’unicità dell’ambiente del Delta. Ci sediamo davanti al televisore, su cui scorrono le diapositive della presentazione che ha preparato per noi.
Sappiamo che, oltre che Patrimonio dell’Umanità UNESCO e riserva della biosfera, il Delta è zona Ramsar, cioè è un’area protetta dalla speciale convenzione sulle zone umide firmata nella città iraniana di Ramsar nel 1971.
Sappiamo dei tre bracci, su cui Cristian ci dà qualche notizia in più. Il braccio di Sulina fu regolarizzato su impulso della Commissione Europea del Danubio, che fu istituita nel 1856. I lavori, nel tratto che percorreremo, si conclusero nel 1894 e portarono alla realizzazione di un tratto di canale rettilineo e navigabile anche dalle grandi navi. Il braccio di San Giorgio è quello più vecchio e “naturale”, con i suoi infiniti meandri. Il braccio di Chilia è quello di origine più recente, che è ancora in fase di sviluppo e convoglia il 60% della portata totale. La rete di canali è raddoppiata dal 1910 al 1990.
Tra i progetti del WWF c’è quello di riportare nel Delta il castoro, sparito 250 anni fa. Esiste già una famigliola di castori, attualmente sotto osservazione per accertare che siano in grado di adattarsi e che il loro impatto non sia in alcun modo negativo. Il progetto fa parte di una strategia più generale che va sotto il nome “Rewilding Europe”. La pesca allo storione è vietata dal 2005. Come in tutte le aree protette, il punto centrale è perseguire un equilibrio tra sviluppo e conservazione.
Oggi io e la mia “metà” del gruppo saremo con Cristian anche durante la navigazione, è il nostro turno. Abbiamo anche contrattato con Eugenio di navigare su Lolita, la barca più grande, per provare l’ebbrezza. Ma, in realtà, il tratto di oggi non è molto spettacolare dal punto di vista paesaggistico, soprattutto se confrontato con quello di ieri. Dopo circa un’ora di navigazione ci butteremo nel grande canale navigabile, che è una specie di autostrada fluviale. E non avremo neanche grandi possibilità di avvistare uccelli. Cristian, però, cerca di rendersi comunque utile spiegandoci come distinguere i pellicani comuni dai pellicani ricci, molto più rari: i ricci sono solo 500, contro 22.000 comuni. I pellicani ricci si caratterizzano soprattutto per il piumaggio della testa, che è più increspato, riccio appunto. Ma da lontano questo è difficile da vedere. Molto più semplice riconoscere i pellicani ricci dal colore delle piume del sottoala, che è grigio, e delle zampe, anch’esse grigie. I pellicani comuni, invece, hanno le penne sotto le ali nere e le zampe color arancio. Questi uccelli dal volo così elegante possono fare anche 300 km al giorno. Ancuța aiuta sempre Cristian con la traduzione, ma stiamo scoprendo che anche lui un po’ di italiano lo mastica davvero, e più sta con noi più impara, è fenomenale.

Vediamo il monumento che celebra la fine dei lavori di regolarizzazione del canale.
Non avendo molti uccelli da avvistare, finiamo col parlare della varietà di “specie” umane, l’altra grande ricchezza del Delta. E qui, però, Cristian ci dà una risposta un po’ spiazzante, almeno per qualcuno. “Ma non ci sono rom, qui?” è la domanda. La risposta arriva secca, tagliente come una rasoiata: “No. Qui si viene per lavorare, e a loro il lavoro non piace”. Una risposta così, data con tono che non ammette repliche, crea un po’ di imbarazzo. Cerco di stemperare dicendo che però in passato ci sono stati. Magris dice che nei racconti di Sadoveanu e Banulescu, due importanti autori romeni, compaiono spesso gli zingari, come se questo popolo randagio e ai margini della società fosse una tribù adatta ad abitare il mondo arcaico e dimenticato del Delta. E che un secolo fa (Magris scrive nel 1986) questo era realmente un regno di irregolari e di fuggiaschi, una terra di nessuno rifugio dei senza legge provenienti d’ogni parte. I turchi, signori della regione, non tenevano alcuna guarnigione regolare, ma una milizia sbandata e raccogliticcia, reclutata irregolarmente fra i contadini, la quale faceva lega con i disertori e briganti nascosti nelle paludi, che avrebbe dovuto sorvegliare e combattere e da cui a mala pena si distingueva. Ma oggi non è più così, naturalmente. Tutto è cambiato, da allora. E anche gli zingari non ci sono più.
Ma capisco che è meglio cambiare argomento. Purtroppo la Romania è uno dei paesi dove il pregiudizio contro i rom è più radicato e forte. Perché sono una minoranza importante, in termini numerici, e perché scontano la confusione che spesso si fa, nell’Europa occidentale, tra romeni e rom, come se fossero lo stesso popolo. Questo a molti romeni risulta insopportabile, anche perché quasi sempre avviene quando i rom finiscono in prima pagina per episodi negativi.

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Mangiamo un veloce pranzo al sacco in barca, prima di arrivare a Sulina. Qui depositiamo i bagagli alla pensione Perla, dove ci fermeremo stanotte. È un edificio che ha un sapore antico, con le sue scale di legno scricchiolanti. Un po’ tutto, in questa città, sembra trasudare storia, lo capisci subito. E noi ce ne potremo rendere conto visitandola, ma più tardi. Ora, per prima cosa, dobbiamo vedere il mare.
Il Mar Nero: è per questo che siamo qui, in fondo. Qui si trova la foce, quella ufficiale, il punto zero da cui si contano le distanze, la fine del Danubio. Anche se sappiamo, ormai, che di foci ce ne sono tante, che la fine può essere qui come in tanti altri posti, che tutto il Delta è un grande dissolvimento.
La spiaggia è quasi deserta. Pochi sparuti ombrelloni di paglia e giunchi, un pontile di legno, le porte di un campo da calcio, senza reti, come perse nella sabbia. Il mare è calmo, fa caldo anche se c’è un po’ di vento. Qualcuno si bagna i piedi. Per solennizzare il momento raccogliamo castagne d’acqua, ce ne sono tantissime. Sappiamo che qui Claudio Agostoni, Eugenio e Luciano, un altro nostro amico viaggiatore, hanno fatto qualche tiro al pallone una settimana fa, durante il primo viaggio della radio. A me, personalmente, non dispiacerebbe condividere la loro esperienza. Ma noi abbiamo già un altro appuntamento fissato, quello col tavolo da tennistavolo, che ci aspetta nel bar della spiaggia.
Dobbiamo decidere in che modo sfidare Paolo, il campione. Da solo sicuramente è troppo forte, ci sembra una buona idea farlo giocare in doppio, forse con un compagno/a non alla sua altezza diventerà più abbordabile. Patrizia si offre per fargli da partner; dall’altra parte giocherà Eugenio, che è sicuramente l’unico in grado di tenergli testa. Ma ovviamente anche a lui serve un compagno, e pare che io sia l’unico disponibile, al momento. Metto subito le mani avanti: non gioco da almeno vent’anni, forse di più. Certo, da ragazzino un po’ ho giocato, al bar dell’oratorio e nel giardino di una pensione di Moena, in val di Fassa, sulle Dolomiti. Lì andavo in vacanza coi miei, ogni estate dai 12 anni fino alla maturità, e anche dopo almeno per qualche giorno quando potevo ci andavo, in agosto. Lì ho ricordi di lunghi pomeriggi al tavolo da ping pong, sì, che ci devo fare, noi lo chiamavamo così. Ma non sono mai stato particolarmente bravo.
Ci proviamo, comunque. Facciamo riscaldamento per un bel po’, per studiarci e prendere le misure. Si capisce già che Paolo, se ci si mette, è ingiocabile, con i suoi effetti imprevedibili. Lui cerca anche, per la verità, di spiegarci come leggere le sue mosse, ma una cosa è la teoria e un’altra è la pratica. Oltretutto c’è vento ed è tutto aperto, ma non cerchiamo scuse, è proprio che non ce n’è.
Facciamo due partite. In entrambi i casi Paolo e Patrizia vanno subito in vantaggio. Anche lei non gioca da parecchio tempo e si vede, ma basta lui. E lei poi, quando ci prende un po’ la mano, non è neanche così male come vorrebbe far credere. Eugenio ed io resistiamo, entrambe le volte abbiamo un momento in cui sembra che ce la possiamo quasi fare, ci rifacciamo sotto, ma alla lunga finiamo per soccombere. Soprattutto per colpa mia devo dire, sbaglio anche colpi facili.
Lasciamo, poi, che Paolo ed Eugenio giochino da soli, così il maestro può dare lezioni all’unico che sia degno di fargli da allievo, e noi guardiamo.

 

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Ci siamo divertiti, ma dobbiamo andare. Ci aspetta Ilinca, la bibliotecaria di Sulina, che ci farà da guida nella visita della città. È una signora piena di energia e molto appassionata della sua città, ci racconta Eugenio. Se qui esiste un minimo di vita culturale, è quasi solo grazie a lei.
Vediamo tre chiese, tutte dedicate a San Nicola: una ortodossa greca, una cattolica, una ortodossa romena. Nell’ultima, che vanta una bella iconostasi lignea e almeno tre preziose icone, è il giovane pope a farci da guida. Ci racconta, serio e molto compreso nel suo ruolo, di come l’ultimo restauro della chiesa, che ora ne avrebbe ancora disperato bisogno, sia stato possibile solo grazie alla visita della Regina Giuliana d’Olanda, che nel 1975 volle vederla, essendo imparentata con Carlo I di Romania che l’aveva fatta costruire, e decise di contribuire fattivamente.
Torniamo sul lungofiume e ci fermiamo davanti al palazzo ottocentesco della Commissione Europea del Danubio. Sì, si chiamava proprio così, Commissione Europea; curioso pensare che, essendo nata nel 1856, dopo la guerra di Crimea, abbia anticipato di oltre un secolo la Commissione Europea di oggi. Ne facevano parte tutte le potenze europee dell’epoca: Regno Unito, Francia, Austria, Prussia, Italia (o meglio, Regno di Sardegna), Russia e Turchia. La Romania ne era fuori all’inizio, non essendo ancora uno stato indipendente. Tutti avevano interesse a marcare stretto gli altri e ad avere voce in capitolo per garantire che il Danubio avesse una sorta di status internazionale, che ne assicurasse la navigabilità. Sulina divenne porto franco e si sviluppò rapidamente diventando una piccola cittadina cosmopolita, la cui neutralità, anche in caso di guerra, era certa per statuto. Oggi di quella Sulina poco rimane: qualche casa turca, il faro costruito con le tasse imposte alle navi che entravano in porto, qualche facciata vagamente Art Nouveau.
Ma gli echi di quell’epoca restano immortalati nel romanzo Europolis dello scrittore romeno Eugeniu (!) P. Botez, alias Jean Bart, di cui Eugenio, il nostro, ci legge qualche passo. Nel romanzo Sulina è un posto dove i destini umani arrivano come relitti di un naufragio; la città, come dice il suo nome immaginario, vive ancora in un alone di opulenza e splendore, porto situato su grandi rotte, luogo in cui s’incontra gente di paesi lontani e si sogna, s’intravvede, si maneggia ma soprattutto si perde la ricchezza. Nel romanzo, scrive Magris, la colonia greca, con i suoi caffè, è lo sfondo di questa declinante floridezza, cui la Commissione Europea del Danubio fornisce la dignità politico-diplomatica o almeno un suo riverbero. Il libro, tuttavia, è una storia di illusione, di decadenza, di inganno e di solitudine, di infelicità e di morte; una sinfonia della fine, nella quale la città che si atteggia a piccola capitale europea si trasforma in bassofondo e in rada abbandonata.
Europolis in italiano, chissà perché, è stato tradotto “Sirena nera”. Botez, che non a caso si era scelto come pseudonimo il nome di un corsaro francese, era stato nella marina militare prima di lavorare nell’amministrazione portuale. Morì nel 1933 poco dopo l’uscita dell’unico romanzo che gli diede notorietà, ma solo postuma. Oggi in Italia il libro non viene più pubblicato ed è quasi introvabile. Eugenio lo ha scovato alla Sormani, la biblioteca centrale di Milano e, siccome non si poteva prendere in prestito né fotocopiare, lo ha pazientemente fotografato pagina per pagina, ha stampato tutto e lo ha fatto rilegare. Un lavoro certosino, davvero nel suo stile. La rilegatura, in realtà, di quelle vecchio stampo con la copertina in similpelle, è già andata in parte perduta, ma questo gli dà un’aria ancora più vissuta.
Dopo questa tappa, il prosieguo naturale del nostro percorso è il faro, con il suo piccolo museo dedicato anche, in buona parte, a Jean Bart, ça va sans dir. Dall’alto del faro, il palazzo della Commissione ha la forma di una E, non lo avevamo notato prima.
E da qui, la naturale conclusione non può che essere il cimitero multietnico di Sulina. In realtà sono tanti cimiteri in uno, a brevissima distanza l’uno dall’altro: ortodosso, cattolico, turco, ebraico, britannico. Noi ci soffermiamo prima su due tombe vicine, quella di Margaret Ann Pringle, morta a ventitré anni il 21 maggio 1868, e quella di William Webster, Chief Officer dell’”Adalia”, annegato mentre tentava di salvarla. Queste due tombe sono diventate, negli anni, un simbolo potente di tutto ciò che lega insieme l’amore, il mare e la morte. E poi sulla tomba di Georgios Kontogouris, un pirata greco che fu giustiziato nel 1871 per aver saccheggiato numerose navi. Il sistema che lui e i suoi uomini usavano era ingegnoso: attaccavano fanali alle corna dei buoi e in questo modo confondevano i marinai che, credendo di vedere un faro, finivano con le loro navi in secca, nella trappola dei pirati che erano lì, pronti a rapinarli. Kontogouris, a Sulina, era una specie di eroe popolare, un Robin Hood della sua epoca.
Uscendo, buttiamo un occhio nella parte turca del cimitero, che ora è chiusa, ma dove è uso lasciare fez sulle lapidi.

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Prima di cena abbiamo appuntamento, in una piazzetta davanti alla biblioteca, con un gruppo folkloristico di danze tradizionali greche. Ci sediamo e assistiamo allo spettacolo sorseggiando una birra fresca sotto il sole che inizia a calare, ma è ancora caldo. Sono tutti ragazzi molto giovani, davvero bravi. Un piccolo assaggio:

 

 

Ceniamo nella nostra pensione. Cecilia condivide con noi un ricordo che, ancora fresco, le suscita già tenerezza. Una storia che le ha raccontato Otilia, una storia di quando era bambina, di quelle che le raccontava la sua mamma. Una sera di festa, le ragazze con un po’ di trucco che parlottano arrossendo mentre i ragazzi col vestito buono le guardano e le invitano a ballare. A un certo punto arriva un ragazzo forestiero, bellissimo, elegante, sicuro di sé, sorrisi e sguardi che conquistano. Tutte le ragazze sono già innamorate, ciascuna vorrebbe essere lei la prescelta. Ma quando finalmente il ragazzo prende per mano una di loro e comincia a ballare, tutte lo guardano e improvvisamente si rendono conto che al posto delle gambe ha delle zampe di capra…
Stasera è anche il compleanno di Paolo, naturalmente ci siamo organizzati per festeggiarlo con una torta. Laura, sua moglie, dice che ora finalmente è davvero un “sessantottino”… gli viene richiesto anche il discorso di prammatica, è ovvio. E lui se la cava alla grande facendo, sì, un discorso, ma con la voce di Paperino… applausi.
Dopo cena breve passeggiata sul lungofiume, poi andiamo a bere una birra in un pub. Ci ha raggiunto Andrea, una ragazza dell’associazione Letea in UNESCO, che domani sarà con noi quando vedremo il suo villaggio, Letea appunto, e la spettacolare foresta che si trova poco lontano.
Con Eugenio parliamo di vari suoi progetti. Gli piacerebbe organizzare, nell’auditorium di Radio Popolare, una proiezione di “Italiani veri”, il film del suo amico regista Marco Raffaini che racconta l’incredibile successo che hanno avuto in Russia alcuni esponenti della musica leggera italiana (Toto Cutugno, Celentano, Al Bano e Romina, Pupo, i Ricchi e Poveri… Robertino!) negli ultimi 50 anni. Io aggiungo che allora sarebbe bello proiettare anche “Cinema Komunisto”, il film che racconta l’epopea della cinematografia jugoslava e della Cinecittà di Belgrado.
Un altro bellissimo progetto è quello di creare una radio del Danubio, magari in forma di cooperativa e con un modello di finanziamento da parte degli ascoltatori come quello di Radio Popolare. Una sede sarebbe sicuramente a Belgrado, e poi sarebbe bello averne una qui, sul Delta, magari proprio a Sulina, sarebbe il posto perfetto secondo me.
E poi una gustosa anticipazione: l’ultima sera, a Bucarest, andremo in un locale hipster… scatta il dibattito su chi siano davvero gli hipster, se sia solo una moda o ci sia dietro qualcosa di più. Proviamo a spiegare la “cultura” hipster a chi non la conosce, ma non è un’impresa facile. Per questioni generazionali, è Eugenio l’unico a conoscerne veramente qualcuno, io ne so qualcosa solo per sentito dire. Alla fine concludiamo solo che portano (i ragazzi) lunghe, folte e curatissime barbe, si vestono in modo minimalista (o forse fintamente minimalista), comunque di scuro, con magliette di gruppi underground, che è poi la musica che ascoltano, deve essere tutto il più underground possibile. Portano i jeans attillati col risvolto alla caviglia, amano tutto ciò che è alternativo come stile di vita, sono spesso architetti, designer o creativi in genere. Ma poi, gli hipster di Bucarest saranno come quelli italiani? È un fenomeno ormai così internazionale? Speriamo di scoprirne di più dopodomani sera, nel frattempo cominciamo a pensare a come vestirci per essere più hipster possibile…

 

(Continua…)

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