Dove finisce il Danubio – 6

31/5/2017 – Sesto giorno: Nel quale scopriamo un villaggio incantato e un pezzo di foresta vergine

 

Oggi a Sulina è un giorno di festa: non abbiamo capito bene il perché, ma i bambini non vanno a scuola, vanno invece in corteo, un allegro corteo mascherato di principessine e supereroi. Ci dicono che è una specie di festa dei bambini, una festa nazionale che c’è ogni anno in Romania. Un gruppetto di bambini che vediamo passare è guidato da Ilinca, la nostra bibliotecaria e guida locale di riferimento, che ci riconosce e ci saluta con calore ma… velocemente perché poi deve correre dietro ai bambini, non può perderli di vista.
Noi, invece, prima di lasciare Sulina andiamo a visitare il museo del Delta, sempre con Cristian che ci fa da guida.
Ci sono foto, pannelli esplicativi e ricostruzioni degli ambienti del Delta e delle innumerevoli specie che lo popolano. Vediamo le barche dei pescatori, in legno di quercia e d’abete. Scopriamo che il Beluga, la più nota specie di storione, famosa per il pregiato caviale che produce, vive cent’anni. E che i visoni, in qualche modo, si sono… autoridotti di numero dopo la rivoluzione che ha provocato la caduta del socialismo reale, perché era nettamente diminuita la domanda di pellicce.

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Interessante, ma noi dobbiamo partire. Ci aspetta un altro tratto di delta estremamente spettacolare, che ci porterà a Letea, la prima tappa della giornata. Ripercorreremo un tratto del braccio di Sulina “regolarizzato”, poi un pezzo del vecchio braccio naturale, e infine prenderemo il canale Mageru.
Oggi possiamo viaggiare tutti insieme sulla “Speedboat”, un motoscafo veloce. Ma quando serve rallentiamo, ovviamente. E serve spesso, perché il canale è veramente di una bellezza da togliere il fiato. Qui vi tocca un’altra citazione di Magris, ma è davvero l’ultima, giuro.
“Odori, colori, riflessi, mutevoli ombre sulla corrente, bagliore di ali nel sole, vita liquida che fugge tra le dita e costringe ad avvertire, pure nella festa di questo giorno in cui si sta sul ponte del battello come un re omerico sul carro, tutta la nostra inadeguatezza percettiva, sensi atrofizzati da millenni, odorato e udito impari ai messaggi che arrivano da ogni ciuffo oscillante, antica scissione dal fluire, fraternità perduta e rifiutata. Ulisse che non ha più bisogno di farsi legare e marinai che non hanno più bisogno di farsi turare le orecchie, perché il canto delle sirene è affidato a ultrasuoni che Sua Maestà l’Io non distingue.”
È proprio vero, i nostri sensi sono insufficienti a captare tutti gli stimoli che arrivano dal Delta. Ancora un’overdose di giunchi, canneti, ninfee su cui ogni tanto si arrampica una tartaruga.

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Ma oggi a sorprenderci non è solo la natura, è anche la bellezza di questo villaggio fermo nel tempo. Letea è il villaggio di pescatori meglio conservato del Delta, dove praticamente tutte le case sono case tradizionali dipinte di bianco e d’azzurro, con i tetti spioventi fatti di giunchi e canne palustri. Sulle sommità di tutti i tetti c’è un simbolo, che rappresenta la famiglia o il gruppo sociale di appartenenza di chi abita in quella casa. Spesso il simbolo è un uccello, rappresentato in volo a testa in giù mentre si tuffa per pescare un pesce. Quasi tutte le case hanno splendidi giardini pieni di fiori, come quello che sta curando la signora che ci apre le porte, gentile anche se un po’ imbarazzata.
Molti degli abitanti di Letea sono Haholi, cioè ucraini. Gli ucraini che vivono in Dobrugia provengono da due ondate migratorie dei cosacchi di Zaporižžja, città situata sulle rive del Nipro. I cosacchi (la parola forse deriva dalla parola turco-tatara qazaq, nomade o uomo libero) erano un’antica comunità militare, che viveva nella steppa dell’Europa dell’Est (Russia meridionale, Ucraina) e dell’Asia (Siberia, Kazakistan). Inizialmente con questo nome furono indicate le popolazioni nomadi tartare (mongole) delle steppe della Russia del Sud. Tuttavia, a partire dal XV secolo, il nome fu attribuito a gruppi di slavi (per lo più russi e ucraini) che popolavano i territori che si estendevano lungo il basso corso dei fiumi Don e Dnepr.
La loro migrazione al di là del Danubio viene interpretata in vari modi dagli studiosi. Alcuni la vedono come un tentativo di evitare la schiavitù, altri come speranza di una vita migliore al di fuori dell’Ucraina, attratti dall’avventura, secondo quelle che sono ritenute caratteristiche proprie dei soldati. La prima ondata avvenne in seguito alla battaglia di Poltava nel 1709, quando Pietro il Grande inizia le rappresaglie contro coloro che avevano lottato per la liberazione dell’Ucraina. I cosacchi, caduti prigionieri, vengono impiegati per la costruzione di San Pietroburgo, dove muoiono a migliaia. Di quelli che riescono a fuggire, una parte si dirigono verso le zone che si trovano sotto la dominazione ottomana, in Dobrugia. La seconda ondata avviene intorno al 1775, quando la zarina Caterina di Russia scioglie l’organizzazione militare Zaporijsca Sici. Una parte dei cosacchi viene asservita, mentre circa 80.000 si spostano verso la zona del Delta del Danubio, dove trovano la stessa atmosfera e ricchezza ittica della regione del Nipro da dove provenivano. In questa zona, trovano già stanziati i russi lipoveni, con i quali non costruiscono buone relazioni e spesso nascono conflitti per le zone di pesca. Dopo la guerra russo-turca del 1806-1812, l’impero zarista avanza fino alle foci del Danubio e del fiume Prut. Il sultano ottomano Mehmet II, conoscendo l’avversione dei cosacchi verso l’impero zarista, lascia loro il compito di difendere la regione della Dobrugia, dichiarandoli padroni di una zona lunga venti km. I cosacchi sono sempre stati ortodossi di vecchio rito, sotto il patronato della Patriarchia Romena, anche se, senza riuscirvi, i turchi hanno cercato di imporre loro il culto islamico.

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Il pranzo è organizzato dall’associazione “Letea in UNESCO” presso una famiglia. L’associazione, spiega Andrea, è stata fondata nel 2012 e si propone di coinvolgere la maggior parte possibile di persone della comunità nello sviluppo sostenibile del villaggio, promuovendo un turismo culturale ed ecologico e mantenendo vive le tradizioni, per quanto riguarda l’artigianato locale e soprattutto le architetture tradizionali delle case. L’obiettivo è promuovere il paesaggio rurale del Delta, partendo dalla realtà di Letea, e in particolare la lavorazione artigianale dei tetti di canne, per ottenere la qualifica di patrimonio immateriale universale dell’umanità UNESCO. Anche perché è un sapere che rischia di perdersi: nel 2014 era rimasto solo un maestro artigiano esperto nella costruzione di tetti. Tra il 2014 e il 2015, grazie a un progetto europeo, altri 12 sono stati formati, e di questi 5 hanno già costruito tetti nel Delta.
Il pranzo prevede come antipasto una zuppa di pesce gatto, carpa e luccio, poi una versione locale della Moussaka greca, pesce gatto in salamoia e ciambelle fatte in casa.
Cristian, ormai sempre più a suo agio con la lingua italiana, parla volentieri di qualsiasi argomento ma rimane decisamente fermo sulle sue posizioni quando qualcuno del gruppo tenta disperatamente di tirargli fuori una cosa positiva, una sola, del periodo comunista. Per lui non ce ne sono, è più che evidente. Io, nel frattempo, sto cercando su Spotify un vecchio pezzo del gruppo moldavo O-Zone, che si intitolava “Dragostea din tei”, qualcosa come “Amore dai tigli”, e che ebbe uno strepitoso successo internazionale nell’estate del 2004; il gruppo poi sparì quasi subito, la classica meteora. Ma anche questo a Cristian non è particolarmente gradito: dice che ha un testo infantile. Gli credo sulla parola e lo capisco, sarebbe come se un romeno venisse da noi e ci facesse sentire “Nel blu dipinto di blu” o “L’italiano” come paradigma della musica italiana. Ma, sfortunatamente, è l’unica canzone in romeno che conosco.

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Dopo pranzo partiamo su due carretti trainati da cavalli per raggiungere la foresta. Intanto si stanno addensando delle nuvole minacciose. Un giovane puledrino ci segue per un po’, con quelli che a noi sembrano nitriti disperati. C’è chi ipotizza che la cavalla che tira il nostro carretto sia la sua mamma, e che lui abbia paura di perderla, ma ci spiegano che non è così, in realtà non c’è nessun grado di parentela… forse aveva solo voglia di correre.
Ci raccontano che qui vivono ancora circa 2000 cavalli di piccola taglia, eredi di quelli che portarono qui i cosacchi.
Proprio mentre scendiamo dal carretto ed entriamo a piedi nella foresta inizia a piovere, noi ci attrezziamo come possiamo ma in realtà piove poco e per poco tempo, roba di minuti; tanto rumore per nulla.
L’ambiente della foresta è davvero singolare. Ce la descrivono come una foresta vergine, ci sono liane, un fatto non normale a questa latitudine, dune di sabbia e piante di efedra.
L’ambiente è sicuramente affascinante ma le zanzare ci attaccano a nugoli e picchiano duro, nonostante i repellenti che ci siamo abbondantemente spruzzati. Forse quella di mettere i pantaloni corti oggi non è stata un’idea brillante ma faceva molto caldo…
In un modo o nell’altro ne usciamo vivi e siamo pronti per ritornare a Letea sui nostri carretti.

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Da qui, la Speedboat ci porta, attraverso il braccio vecchio del Danubio e poi una serie infinita di laghi e laghetti, verso Chilia Veche, che sarà la nostra tappa finale nel Delta. Percorriamo molti tratti a tutta velocità, sollevando grandi onde, con i giunchi che si piegano e sembrano fare la ola al nostro passaggio. Ma, attraversando i laghi a velocità più moderata, riusciamo anche ad avvistare e fotografare, finalmente da una distanza accettabile, parecchi pellicani.
Prima di Chilia c’è un’altra tappa da fare. Si tratta di un’isoletta dove sta sorgendo un progetto di carcere senza sbarre, in collaborazione con il governo norvegese. Qui verranno trasferiti un certo numero di detenuti a fine pena, per trascorrere qui gli ultimi sei mesi di carcerazione, riprendendo confidenza con la vita oltre le sbarre e imparando mestieri tradizionali, con lo scopo naturalmente di favorirne il reinserimento sociale. Del progetto fa parte anche l’associazione Ivan Patzaichin, che abbiamo già avuto modo di conoscere.
Molti edifici sono già pronti, in alcuni manca solo l’arredamento. Il progetto è iniziato nel 2013, ma ha scontato fatalmente la sua brava dose di lungaggini burocratiche. Ora però dovrebbe essere in dirittura d’arrivo e dovrebbe partire entro l’anno, se come si augurano i promotori arriveranno tutte le autorizzazioni.
Qui, per me, c’è una piccola disavventura: la macchina fotografica mi cade proprio sull’obiettivo e, purtroppo, nonostante i miei tentativi di rianimarla, sembra non avere assorbito bene la botta: funziona ma non mette a fuoco, né in automatico né in manuale. Così è inservibile, di fatto. Per fortuna posso fare comunque qualche foto decente col cellulare, e in fondo non manca molto alla fine del viaggio (purtroppo).

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Arriviamo a Chilia Veche nel tardo pomeriggio. Qui siamo, lo dice la parola stessa, sul braccio di Chilia, quello più a nord. Da qui, l’Ucraina è davvero a due passi: il confine è a qualche centinaio di metri da dove ci fermeremo stasera, alla Pensione Limanul, che significa rifugio. In realtà, si tratta di un rifugio molto bello, molto “pettinato” e di design. Facciamo in tempo a berci una birretta fresca intorno alla piscina, poi si scatena un acquazzone e siamo costretti a rintanarci nelle camere.
Il temporale per fortuna non dura molto e così possiamo uscire per la cena, che si svolge nel cortile, ancora una volta in un’atmosfera conviviale, parlando di viaggi e… del futuro della sinistra. Sono usciti dei sondaggi che danno il Labour di Jeremy Corbyn in netta e clamorosa rimonta, in vista delle imminenti elezioni in Gran Bretagna. Un’improvvisa botta di ottimismo, ma come al solito scatta impietoso il confronto con la situazione di casa nostra. Dove, peraltro, pare che ci sia l’accordo sulla legge elettorale alla tedesca. Forse evocate da questi discorsi, sono comparse parecchie rane che saltellano con disinvoltura a bordo piscina e in tutto il cortile. C’è una specie di invasione di rane. Ok, forse esagero ma speriamo che non sia un segnale di cattivo auspicio, ricordando che l’invasione delle rane era una delle piaghe d’Egitto…

 

(Continua…)

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