Questa è la nostra terra – Parte quarta

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

C’è una parola quasi intraducibile in italiano, sumud, che rappresenta le decine di forme adottate dal popolo palestinese dentro la Palestina storica nell’obiettivo di mantenere la propria presenza fisica sulla terra. Forme più o meno dirette, dinamiche e statiche, che coprono il più ampio raggio delle pratiche quotidiane: “Sorridere, ballare, piantare un albero d’ulivo, portare i figli a scuola, fare l’amore, proteggere le nostre pietre. Questa è resistenza. Dipingere, costruire una casa. Questa è resistenza. Aspettare in piedi per quattro ore per attraversare un checkpoint e poi passare. Questa è resistenza. Noi siamo ancora qui.” Questo è quello che ci disse qualche anno fa Nassar Ibrahim, attivista, analista e giornalista.
Da “Cinquant’anni dopo”, di Chiara Cruciati e Michele Giorgio.

Esulterò di Gerusalemme
Non si udrà in essa più grida di pianto, grido di lamento
Non vi sarà più un bimbo dai giorni contati,
né vecchio che non compia i suoi giorni: giovane morirà chi muore a cent’anni
(Isaia 65,19-20)

Lunedì 23/10/2017 – I murales di Banksy e soci, l’hotel con la vista più brutta del mondo, la Natività e a Battir UNESCO batte muro 1-0

Ho dormito abbastanza bene, ma al risveglio accuso ancora qualche problemino gastrointestinale. Niente di serio, non è una roba da Imodium (che avrei) ma… servirebbe qualcosa di più soft che però mi rimetta a posto. Per fortuna c’è Serena, che ha dei fermenti lattici. Io quelli li ho presi prima di partire ma qui non ne ho. Tra l’altro ho scoperto che non sono l’unico, nel gruppo ci sono altre due o tre persone che hanno qualche problema. Questo smonta definitivamente l’ipotesi tequila.
Stamattina rimarremo a Betlemme per vedere la parte vecchia e il tratto di muro più “sfruttato” dagli street artist, che lo hanno ricoperto di graffiti praticamente in ogni angolo. Poi, nel pomeriggio, ci sposteremo verso il villaggio di Battir, che è ricco sia di storia passata che di storia attuale, ed è forse l’unico che è riuscito a sfuggire alla trappola del muro con l’arma della cultura, diventando patrimonio UNESCO. Serena verso le 11.30 ci dovrà lasciare, ha una riunione molto importante per la sua ONG. E non c’è neanche Giulia, che è impegnata in un’altra riunione più o meno contemporaneamente. Quindi ci dovremo arrangiare: Claudio farà da capogruppo, e a Battir avremo una guida locale, che per fortuna parla inglese. Io mi sono offerto di tradurre, dato che non tutti nel gruppo lo capiscono bene. Siamo già d’accordo così con Serena.
Raggiungiamo il centro a piedi con l’idea di partire da lì ma poi invece decidiamo che, dato che i fotografi preferiscono la luce del mattino, per prima cosa andremo al muro.
Il tratto di muro dove veramente ci si può sbizzarrire è quello che si snoda nelle vicinanze di un hotel che è stato definito “L’hotel con la vista più brutta del mondo”. Si tratta di un hotel una volta anonimo la cui prospettiva è completamente cambiata con la costruzione del muro, che da una parte gli ha tolto la vista ma dall’altra gli ha dato grande notorietà internazionale. Sì, perché Banksy, lo street artist di Bristol, uno dei più grandi al mondo, la cui fama è accresciuta dall’alone di mistero che circonda la sua identità, ha rilevato questo albergo e ne ha fatto il Walled Off Hotel. Con l’opera di ristrutturazione e decorazione degli interni (molte camere sono state dipinte dallo stesso Banksy), il Walled Off è diventato famoso e meta privilegiata di artisti, giornalisti internazionali e seguaci della cultura alternativa. Purché abbiano qualche soldino da spendere, perché i prezzi non sono proprio popolari. Abbiamo chiesto informazioni, mentre ci prendevamo un tè, e pare che la suite presidenziale venga via sui 1000 dollari a notte. Però lì, oltre al dipinto di Banksy, c’è la Jacuzzi. Se ti accontenti di qualcosa di meno impegnativo con una cifra sui 200 euro te la cavi.
Di fronte, il muro è strapieno di graffiti per un intero isolato e anche oltre. C’è di tutto, dalle semplici tag alle scritte ai disegni che ritraggono leader politici, palestinesi e non, o martiri della lotta per la libertà della Palestina. I murales cambiano abbastanza di frequente, spesso vengono cancellati e coperti da nuovi disegni più “attuali”. Infatti ora furoreggia Trump: Trump che sbeffeggia Hillary Clinton, Trump che promette al muro di costruirgli un “fratellino” (evidente riferimento al muro al confine messicano), Trump che sbaciucchia una torretta militare.
E ci siamo persi, per pochissimi giorni, l’ultimo: Trump che limona con Netanyahu, un grande classico rivisto e corretto, da attribuire a un artista australiano che si fa chiamare Lushsux e che è con ogni probabilità lo stesso degli altri Trump. Quest’ultimo disegno è comparso solo pochi giorni dopo il nostro ritorno, in contemporanea con la provocazione opera dello stesso Banksy, che ha voluto “celebrare” a modo suo il centenario della dichiarazione di Balfour che pose le basi per la creazione dello stato ebraico in Palestina, durante il mandato britannico. E per farlo ha messo in scena una specie di party con una finta Regina Elisabetta. Trovate tutti i dettagli in questo articolo segnalato dal nostro compagno di viaggio Luigi, a cui va reso il giusto merito:

L’ultimo graffio di Banksy

Ma non finisce qui. C’è, per esempio, un disegno che testimonia l’attaccamento dei cileni di origine palestinese alle loro radici. Ci sono testimonianze di solidarietà col popolo palestinese da varie parti del mondo. E ci sono diversi personaggi ispirati al cartone animato americano Rick & Morty e ai fumetti di Naji al-Ali, l’artista palestinese ucciso dal Mossad a Londra nel 1987 e creatore del personaggio di Handala. Handala è un bambino di 10 anni, con capelli ispidi, piedi nudi e toppe sui vestiti; il suo volto non è visibile poiché viene mostrato sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena, come una presenza muta ma ostinata. Il personaggio ha molteplici significati: la sua testa assomiglia a un sole, che simboleggia il futuro; i suoi capelli sono come gli aculei di un riccio, per difendersi; ha i piedi nudi perché è povero come i bambini dei campi di rifugiati; mostra sempre le spalle a chi lo guarda perché non è d’accordo con la situazione attuale: mostrerà il suo volto solo quando la situazione cambierà; è rimasto bambino perché quando fu costretto ad abbandonare il suo villaggio era bambino, e la sua vita continuerà, e quindi crescerà, solamente quando potrà fare ritorno a casa.

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Davanti al muro c’è anche un negozio, un negozio di souvenir che una signora cristiana testardamente tiene aperto anche se ormai qui viene poca gente a comprare i souvenir “classici” di Betlemme, quelli religiosi legati alla Natività. Lei, almeno in parte, ha riconvertito il negozio e ora vende souvenir legati al muro, ai murales, a Banksy e quant’altro. Ci racconta la sua storia facendoci vedere delle foto che estrae da sotto il bancone: foto di quando il muro non c’era, e poi di quando lo stavano costruendo. Ci mostra sulla pianta della città il percorso del muro in questa zona, e spiega che all’inizio sembrava che il muro glielo volessero costruire addirittura su quattro lati dell’edificio, poi il progetto è cambiato e ora ce l’ha “solo” su tre.
A due passi da qui c’è la Tomba di Rachele, che durante la seconda intifada è stata attaccata con armi da fuoco, sia dalla direzione del campo profughi di Aida tra Beit Jalla e Betlemme che dai tetti delle case a ovest e a sud-est. Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese presero parte attiva ai combattimenti. A un certo punto, 50 ebrei si trovarono assediati all’interno della Tomba di Rachele, mentre era in corso uno scontro a fuoco tra l’esercito israeliano e le forze dell’Autorità Palestinese. Il 2 aprile del 2002, l’esercito israeliano è tornato a Betlemme, nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo. Nel settembre 2002 la tomba, che è in area C, è stata incorporata nel lato israeliano della “barriera” e circondata da un muro in cemento con torri di guardia.
Torniamo verso la città vecchia per andare a visitare la Chiesa della Natività. Lungo la strada ci fermiamo da un panettiere a mangiare una focaccia con lo za’atar appena sfornata, come spuntino che per oggi sostituisce il pranzo. Io prendo la misura più piccola che c’è, perché il mio stomaco fa ancora i capricci e per il momento non vuole saperne di andare a posto. Qui Serena ci saluta e si avvia verso la sua riunione, mentre noi proseguiamo fino alla piazza su cui si affaccia la chiesa, sperando che non ci sia troppa coda per entrare.
La Basilica della Natività è eretta nel luogo dove secondo un’antica tradizione sarebbe nato Gesù. È costituita dalla combinazione di due chiese e una cripta, la grotta della Natività, che è il luogo preciso in cui Gesù sarebbe nato.
Nel giugno 2012 la Basilica della Natività è stata inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO, su richiesta dello Stato di Palestina.
Verso il 330, su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della moglie Elena, ebbe inizio la costruzione della basilica. Lavori di restauro e ampliamento vennero avviati nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano I, in seguito alla distruzione causata dalla rivolta dei Samaritani: venne rialzato il pavimento dell’atrio di circa un metro e aggiunto un nartece.
Nel 614 la basilica riuscì a salvarsi dalla distruzione dei persiani grazie alla presenza, sul prospetto del tempio, della raffigurazione dei Re Magi nel costume nazionale persiano. L’edificio di culto venne poi risparmiato anche dall’invasione araba e, nel corso del tempo, è stato ulteriormente esteso.
Ma c’è un altro episodio per cui, in tempi più recenti, la basilica è passata alla storia. Tra il 2 aprile e il 10 maggio 2002, nell’ambito dell’operazione Scudo Difensivo, le forze di difesa israeliane occuparono Betlemme e tentarono la cattura di alcuni militanti palestinesi ricercati. Decine di questi si rifugiarono nella basilica della Natività. Dopo 39 giorni di assedio fu raggiunto un accordo con i militanti, che furono condotti in Israele e quindi esiliati in Europa e nella Striscia di Gaza.
Oggi, per fortuna, l’unico assedio è quello dei turisti, che penso sia abbastanza abituale qui. Noi riusciamo a entrare nella basilica, ma per accedere alla grotta della Natività c’è una gran fila; non riusciamo a stimare quanto possa essere lunga. Abbiamo a disposizione circa un’ora e mezza, poi ci dobbiamo ritrovare nella piazza per andare a prendere il pullmino. In molti preferiscono rinunciare a vedere la grotta, il gruppo si riduce a tre persone: io, Luisa e Pietro. Essendo arrivati fin qui, ci piacerebbe vedere cosa c’è lì sotto, così decidiamo di provare a fare la fila e vedere come butta. All’inizio la coda sembra scorrevole ma poi, per scendere quei pochi gradini che portano alla grotta, l’attesa diventa lunga e l’accesso è male organizzato. Fanno passare le persone a gruppi, ogni tanto bloccano senza che da fuori si capisca il motivo. Probabilmente non si può entrare durante i momenti di preghiera. La fila, comunque, è tutt’altro che ordinata.
Finalmente riusciamo a scendere. Il punto esatto in cui, secondo la tradizione cristiana, avrebbe avuto luogo la nascita di Gesù è simbolicamente segnato da una stella d’argento in cui è incisa, in latino, la frase «Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù». La stella ha 14 punte perché 14 sono le generazioni che separano Abramo da Davide, e quelle che separano Davide dall’esilio babilonese, e quelle che intercorrono tra l’esilio e Gesù. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta, così come del resto della basilica (a parte uno spazio riservato alla Chiesa apostolica armena), è della Chiesa greco-ortodossa.
Nella grotta-cripta vi è anche il luogo in cui era situata la mangiatoia in cui Maria avrebbe deposto il bambino Gesù subito dopo la nascita. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta è dei padri francescani della Custodia di Terra Santa.
La grotta, nonostante quella che dovrebbe essere la gestione degli accessi, è affollata. Dopo pochi minuti vorremmo raggiungere l’uscita ma, per quanto si capisce, stanno pregando nella parte di chiesa sopra di noi dove dovremmo sbucare. Rimaniamo perciò bloccati all’interno della cripta, senza poter tornare indietro e neanche procedere verso l’uscita, in troppe persone per uno spazio così angusto, per almeno altri 10-15 minuti.

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Quando finalmente riusciamo a uscire incontriamo Claudio, che ci ha aspettato. Abbiamo circa dieci minuti di ritardo rispetto all’appuntamento. Ci precipitiamo nel tentativo di raggiungere il gruppo e ci riusciamo proprio prima che salgano sul pullmino. Qui scopriamo che anche Patrizia e Luciano hanno visitato la grotta, ma l’hanno fatto con una guida con la quale si poteva saltare la fila… a saperlo avremmo anche pagato i circa 10 euro che hanno pagato loro, ma non avevamo capito che c’era questa possibilità.
Va bene, poco importa. Adesso dobbiamo dirigerci verso Battir.
Battir è un villaggio di quasi 5000 abitanti che si trova circa 6 km a ovest di Betlemme. Anticamente, quando si chiamava Betar, fu un villaggio fortificato ebraico che vide svolgersi la battaglia finale della rivolta ebraica contro i romani nota come la rivolta di Bar Kokhba, nel II secolo. È situata proprio sopra la linea ferroviaria Gerusalemme-Jaffa, che fu anche la linea dell’armistizio tra Israele e Giordania dal 1949 fino al 1967. Battir si trovava pochi metri a est del confine tra Israele e Giordania. Almeno il 30% delle terre di Battir stavano dalla parte israeliana della linea verde, ma agli abitanti fu concesso di mantenerle, a patto che non causassero problemi alla ferrovia. Erano perciò i soli palestinesi autorizzati ufficialmente a passare il confine per lavorare le proprie terre fino alla guerra dei Sei Giorni. Gli israeliani si sarebbero ripresi la terra e la ferrovia se ci fosse stato il minimo problema, invece niente: neanche una pietra venne lanciata, nemmeno dalla scuola, che era a pochi metri dalla ferrovia.
La storia ce la racconta Hassan, un ingegnere civile che conosce ogni pietra del suo villaggio e che è stato l’uomo chiave del percorso con il quale Battir ha ottenuto il titolo di Patrimonio dell’Umanità UNESCO. E io sono incaricato di tradurre. Tra ingegneri dovremmo riuscire a capirci, butto lì come battuta. Ed effettivamente non è difficile, Hassan parla un ottimo inglese, con accento arabo ovviamente ma neanche troppo pesante. L’unica difficoltà è che, anche se gli ho raccomandato all’inizio di fermarsi ogni tanto e darmi il tempo di tradurre, a volte non è semplice fermarlo: ci mette grande enfasi, ha un modo di raccontare quasi da attore dal quale traspare l’amore per il suo villaggio e la sua gente. Ma comunque me la cavo.
Battir è un villaggio agricolo dove il paesaggio è cultura, un paesaggio che è stato creato dall’uomo adattando una vallata profonda per poterla coltivare, grazie a una buona disponibilità di acqua fornita da sette sorgenti. Il complesso sistema di irrigazione sfrutta, fin dall’antichità, una serie di terrazze create con muri a secco. Il sistema, costituito da una vasca di raccolta e da una rete di canali e di chiuse, viene gestito in modo da fornire acqua, a rotazione, in modo uguale a tutte le famiglie di coltivatori. È la testimonianza di molti secoli di cultura e di interazione dell’uomo con l’ambiente, come ha scritto l’UNESCO nelle sue motivazioni, una testimonianza autentica e ancora integra.
Il paesaggio delle colline di Battir comprende una serie di valli terrazzate, chiamate widian, alcune delle quali sono abbondantemente irrigate per la produzione di ortaggi e la floricoltura, mentre altre sono più secche e coltivate a viti e ulivi.
Senza contare le ricchezze archeologiche. Qui, ci racconta Hassan, gli israeliani sono venuti a scavare, nella speranza di trovare i resti del villaggio protagonista della rivolta ebraica contro i romani, ma sfortunatamente per loro hanno trovato resti cananei, romani, islamici, ottomani… di tutti i periodi ma non ebraici. Perciò se ne sono andati.
Mentre passeggiamo tra le antiche sorgenti e ammiriamo il paesaggio di Battir, Hassan prosegue il racconto. A quel punto a Battir avrebbero potuto proseguire con gli scavi e cercare di valorizzare il patrimonio archeologico, ma, a parte i costi, essendo in area C avrebbero avuto bisogno di permessi anche per fare le opere necessarie a fruire di questo patrimonio e a conservarlo, permessi che non avrebbero mai ottenuto.
Così, nel 2009, nacque l’idea di chiedere la qualifica di patrimonio UNESCO per il paesaggio, che si può conservare anche senza bisogno di permessi. Ma l’ANP si dimostrò contraria, asserendo che il primo patrimonio UNESCO palestinese doveva essere la Chiesa della Natività. Ma perché, obiettò allora Hassan, se quella comunque non potranno mai toccarla, e lo si è visto anche in occasione dell’assedio?
Allora Hassan, deluso dal comportamento dell’Autorità Palestinese, rinunciò al progetto e fece domanda per una borsa di studio come ricercatore all’Università di Melbourne. Mentre era ancora in attesa di risposta, arrivò l’opportunità di andare a lavorare a Doha, in Qatar, e decise di accettarla.
Dopo qualche tempo lo richiamarono per ritornare a occuparsi del progetto UNESCO. Lui si fece convincere ma dettò le sue condizioni: dal momento che lui non si fidava più di nessuno dei “politici” locali, voleva essere solo lui a rispondere alla commissione dell’UNESCO e a gestire i rapporti. Gli venne concesso e così il tutto si rimise in moto.
Nel 2011, Battir vinse il premio “Melina Mercouri” dell’UNESCO greca per la “Salvaguardia e gestione dei paesaggi culturali”, primo tra tutti i 104 progetti partecipanti. Un riconoscimento importante, ma soprattutto 15.000 dollari.
Nel maggio 2012, l’ANP mandò la sua delegazione a Parigi, all’UNESCO, per discutere la domanda e far entrare Battir nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità. All’ultimo minuto, però, la domanda venne bloccata perché formalmente era stata presentata fuori tempo massimo.
Nel frattempo, c’era in progetto un’estensione del muro che avrebbe distrutto ogni possibilità di conservazione del paesaggio e, nel 2007, il villaggio aveva fatto causa al Ministero della Difesa israeliano per fare in modo che fosse cambiato il percorso del muro, che avrebbe tagliato fuori una parte del sistema di irrigazione in uso da 2000 anni.
La Israel Nature and Parks Authority (INPA), che aveva approvato il percorso originale del muro nel 2005, cambiò idea e scrisse che le terrazze di Battir erano un’eredità culturale anche israeliana da salvaguardare che sarebbe stata danneggiata dal muro in maniera irreversibile. Era la prima volta che un’agenzia governativa israeliana esprimeva un’opposizione alla costruzione di un segmento della barriera. E nel 2013 l’Alta Corte di Giustizia israeliana bloccò il progetto del muro, chiedendo al Ministero della Difesa un nuovo progetto che non distruggesse il paesaggio di Battir.
La domanda all’UNESCO venne ripresentata, tramite la Croce Rossa Internazionale perché allora l’ANP non era membro UNESCO. La sua ammissione, infatti, è più recente ed è quello che recentemente ha portato gli USA di Trump ad annunciare la loro uscita dall’organizzazione. 300.000 euro, allora, arrivarono anche dalla cooperazione italiana.
Nell’estate 2014, finalmente, il tutto andò a buon fine e a Battir venne accordata la qualifica di Patrimonio dell’Umanità per le sue terrazze, il suo sistema di irrigazione e il suo paesaggio culturale.
Alla Corte Suprema, i rappresentanti di Battir poterono portare sia il premio Melina Mercouri che l’acquisizione del titolo di Patrimonio UNESCO e così, nel gennaio 2015, la corte respinse la richiesta delle autorità militari israeliane di costruire il muro tagliando in due il villaggio, separandolo dalle sue terre.
Ora il paesaggio di Battir è protetto dalla legge palestinese ed è stato creato un Ecomuseo per garantirne la protezione e la gestione, in accordo e in collaborazione con la comunità locale.
Finalmente una bella storia, una storia dove l’ingegno, la passione e la determinazione di poche persone di una piccola comunità hanno portato a una vittoria eccezionale. A diventare Patrimonio UNESCO e a impedire la costruzione del muro. E tutto questo è stato ottenuto con la forza della cultura, senza far ricorso alla violenza. Hassan ci ha raccontato che, quando si discuteva di cosa fare, nella comunità hanno ragionato, hanno guardato gli esempi che avevano davanti. Tutti quelli che avevano tentato di opporsi al muro con proteste violente avevano perso, alla fine. Il muro era stato costruito comunque e le comunità avevano anche dovuto contare morti e feriti. Loro hanno scelto una strada diversa, e hanno vinto. È un esempio veramente importante, che speriamo possa fare scuola. Sarebbe un’illusione pensare che possa funzionare dappertutto, ma abbiamo visto una tale quantità di brutture e ingiustizie, in questi giorni, che una boccata dell’aria fresca di Battir ci voleva proprio.
Intanto è arrivata anche Serena, che ci accompagna a fare qualche acquisto in una mostra-mercato dell’artigianato locale. Anche qui Hassan ci ha messo il suo zampino, convincendo un suo amico artista e spronando tutti quelli che a Battir avevano una qualche abilità nel lavoro artigianale a entrare nel progetto.
Un’altra breve passeggiata ed è ora di cena. Siamo ospiti, qui a Battir, di Hassan e dei suoi amici e compaesani impegnati nella valorizzazione del villaggio. È pronta una bella tavolata all’aperto, dove possiamo rifocillarci abbondantemente alla fine di un’altra giornata abbastanza lunga. Finalmente anch’io posso approfittarne pienamente, i fermenti lattici di Serena mi stanno rimettendo al mondo.
Dopo cena, Hassan ha ancora voglia di raccontarci una storia. Serena mi chiama, vuole che traduca ancora io, visto che con Hassan ormai ci troviamo bene… mi coglie un po’ alla sprovvista, ormai mi ero rilassato e non pensavo di dover ancora “lavorare”… ma lo faccio più che volentieri.
È una storia che risale a quasi 70 anni fa, ma che è impressa in modo indelebile nella memoria storica degli abitanti di Battir e fa parte ormai della loro eredità culturale; Hassan in particolare la racconta con la passione che ormai abbiamo imparato a conoscere e con grande orgoglio, anche perché il protagonista è un suo illustre omonimo, Hassan Mustafa.
Hassan Mustafa è l’uomo che, nel 1948, salvò il villaggio dalla colonizzazione, che durante la guerra arabo-israeliana era diventato un rischio più che concreto. La maggior parte degli abitanti erano fuggiti a causa della guerra, non dimentichiamo che questa è una zona di confine. Erano rimasti solo Hassan Mustafa e un pugno di altri coraggiosi testardi decisi a difendere il villaggio: Hassan ce li mostra in una bella foto d’epoca. Ma dovevano, per scoraggiare nuovi attacchi israeliani, far credere di essere ancora in tanti e allora Hassan Mustafa e i suoi escogitarono una serie di ingegnosi stratagemmi. Accendevano candele in tutte le case la sera, e fuochi come se la gente dovesse cucinare. Facevano andare avanti e indietro un finto plotone di guardia, con bastoni al posto dei fucili. E la mattina portavano fuori il bestiame.
Così gli israeliani caddero nell’inganno e, pensando che il villaggio fosse ancora abitato, non attaccarono. Man mano, tutti i profughi tornarono e il villaggio riprese a vivere. Ma non è finita qui, poi Hassan Mustafa fece molto altro per la sua comunità. Ad esempio, grazie a lui anche le bambine cominciarono ad andare a scuola. Fece un’opera di convincimento nei confronti dei più tradizionalisti, che erano ovviamente contrari, riuscì a trovare i fondi per costruire la scuola, e trovò il posto ideale per farla, dove c’era una moschea, proprio vicino alla ferrovia. Per convincere tutti disse che in fondo gli uomini potevano pregare ovunque, anche nei campi o sotto un albero, mentre le ragazze potevano farlo solo in moschea. E una volta che erano state ammesse in moschea, non fu difficile costruire la scuola e aprirla come scuola mista.
Per tutto questo, dice Hassan, Hassan Mustafa si meriterebbe una statua sulla collina, come quella del Cristo Redentore di Rio de Janeiro, perché lui è il nostro redentore… e come dargli torto?
Lasciamo Battir stanchi ma felici, con la bellezza negli occhi e un po’ più di speranza nel cuore.

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Martedì 24/10/2017 – La fabbrica di maftoul, la scuola di bambù, i sandali resistenti e ceramiche à gogo

Oggi è l’ultimo giorno, purtroppo, ma abbiamo ancora parecchi appuntamenti da onorare.
Il primo è con la fabbrica di maftoul Alreef. Il maftoul è un prodotto simile al couscous, ma a grana più grossa, che è tipico soprattutto di Gaza, ed è lì che sorgeva la fabbrica. Ma ora, date le enormi difficoltà di continuare l’attività nella situazione di blocco e di sostanziale assedio che a Gaza dura da dieci anni, la produzione si è trasferita qui nei dintorni di Gerico.
Qui possiamo vedere la lavorazione, che ha come fasi fondamentali la setacciatura e la cottura a vapore. Le operaie sono tutte donne: in estate possono essere fino a 30, negli altri periodi una quindicina. Lavorano 5 giorni a settimana per un salario di 525 dollari al mese, che qui è decisamente buono.
Le donne lavorano sedute sul pavimento, in una posizione che mi ricorda molto quella delle donne che lavorano le noci di argan in Marocco. Ci sono anche delle macchine, ma gran parte della lavorazione è ancora manuale, e forse è un bene che sia così: dà un lavoro a tutte queste donne.
Alla fine, il maftoul viene essiccato in un grande tendone fuori dal capannone che è una specie di serra, a una temperatura intorno ai 50°C. Si producono, qui, circa 700 kg al giorno, che vanno praticamente tutti all’estero perché in Palestina tradizionalmente la gente se lo fa in casa.

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Il secondo appuntamento è quello con l’ultima scuola che visiteremo, quella di Abu Hindi chiamata anche la Scuola di Bambù.
Il villaggio beduino di Abu Hindi si trova ad est di Gerusalemme in Area C. Si tratta di un’area semidesertica e priva di servizi di base: mancano acqua, elettricità e l’unico collegamento è una strada in terra battuta. Come altri villaggi beduini, è fatto di baracche in lamiera su cui sventolano tappeti impolverati e fogli di plastica. Dei circa 3000 abitanti di Abu Hindi molti soffrono di malattie respiratorie, intossicazioni, dermatiti e leucemie a causa della presenza della discarica dell’insediamento di Maale Adumim. La comunità beduina si è stanziata qui fin dagli anni ’50, ma la discarica è stata impiantata senza tenere in alcun conto la loro presenza.
I beduini sono spesso vittime delle aggressioni dei coloni e la scuola è stata già demolita due volte dall’esercito israeliano negli anni ’90.
Prima del progetto di Vento di Terra, la scuola era fatta di baracche di lamiera zincata nel deserto. La riabilitazione delle aule è avvenuta nel 2010 su progetto di ARCO’ – Architettura e Cooperazione, con la partecipazione attiva della comunità beduina locale. Dato il divieto di costruzione per gli abitanti di Abu Hindi, si è operato ricostruendo il plesso dall’interno. Le aule sono state isolate con pareti in argilla e paglia rivestite in bambù. Una soluzione in grado di garantire sia l’isolamento termico che quello acustico.  Il tetto è stato inclinato per garantire un’adeguata circolazione dell’aria tramite un sistema di micro finestre.
Qui, sul sito di Vento di Terra, trovate tutti i dettagli sul progetto:

La Scuola di Bambù di Abu Hindi

Sulla scuola, contrariamente alla Scuola di Gomme, non pendono attualmente ordini di demolizione. Questa è proprio l’area dove il governo israeliano vorrebbe trasferire i beduini di Khan al Ahmar, il villaggio della Scuola di Gomme. Qui si troverebbero quindi a convivere due diverse comunità beduine, in un’area resa già quasi invivibile dalla presenza della discarica.
La Scuola di Bambù accoglie 85 bambini Jahalin degli accampamenti vicini, dal primo al nono grado, seguiti da 15 insegnanti. Fino all’anno scorso i bambini erano 120, ora sono diminuiti perché è stata aperta un’altra scuola che per alcuni è più comoda da raggiungere. Soprattutto d’inverno, naturalmente, per i bambini è difficoltoso fare lunghi percorsi a piedi su queste colline, che si riempiono di fango. I più fortunati hanno l’asino, ma devono fare fino a 3 km. E per di più, come il preside e un professore ci raccontano durante la visita, anche i bambini sono spesso vittime di attacchi da parte dei coloni, che arrivano a volte anche a picchiarli. Quando l’ho sentito non volevo crederci, ho chiesto all’insegnante di ripetere sperando di non aver capito bene il suo inglese ma è proprio così.
La prima e la seconda classe hanno un solo maestro, poi c’è un insegnante per materia. Da qualche anno, i bambini studiano inglese fin dalla prima.
La scuola funziona con pannelli solari, quindi in inverno ci possono essere problemi, ma è l’unico modo: al villaggio non c’è elettricità.
Appesi alla lavagna della classe 3 abbiamo trovato dei bellissimi collage di foglie: una rana, un pesce, un fiore. La scuola è l’unico luogo della comunità beduina di Wadi Abu Hindu dove ci siano degli alberi, una piccola oasi di cui la comunità si prende cura da anni con amore.
Gli insegnanti vengono a scuola tutti insieme utilizzando un pullmino messo a disposizione dal Ministero dell’Educazione palestinese, perché in questa zona non esistono trasporti pubblici. Ma oggi il prof. di scienze, che ci ha fatto da cicerone e da interprete del preside che non parla inglese, ha perso il pullmino. Per arrivare ha dovuto prendere un taxi, che gli è costato 30 Shekel. E ora, per dar retta a noi, rischia di perderlo di nuovo. Decidiamo di dargli un passaggio sul nostro pullmino.
Al suono della campanella Dana e Iman ci hanno invitati ad accompagnarle verso casa. Sguardi, sorrisi, parole in arabo, inglese e italiano. Salutiamo loro e gli altri bambini, che si avviano lentamente verso i loro accampamenti. Li guardiamo mentre si arrampicano sulla collina nel sole di mezzogiorno e, piano piano, diventano tanti puntini sempre più piccoli tra nuvolette di terra sollevata dal vento.
Il prof., che ha circa quarant’anni, ci racconta che ha vissuto negli Stati Uniti dal 2000 al 2010, si è sposato, ha ottenuto la green card e si è separato. Lavorava, ma non come insegnante, sarebbe difficile per un palestinese. Dopo la separazione ha deciso di tornare in Palestina, dove ha sempre lavorato come insegnante. In questa scuola, naturalmente, non ha deciso lui di venire, ce lo ha mandato il Ministero. È chiaro che, in queste condizioni, non si tratta di una scuola particolarmente ambita. Lui però è contento di averci lavorato, lo vive come un contributo importante che ha dato al suo paese, ed è vero, lo è. Ma ora basta, dice, non ce la faccio più. Quello che potevo dare l’ho dato, ma dopo sette anni non me la sento di continuare in queste condizioni di precarietà, dove non ci sono prospettive per il futuro e non c’è neanche il minimo indispensabile, c’è da temere anche per la propria sicurezza, continuamente esposti agli attacchi dei coloni. Ora aspetta la fine dell’anno scolastico e poi ha già deciso, se ne tornerà a San Francisco, avendo la cittadinanza americana lo può fare. Lì spera di poter aprire un piccolo negozio, inshallah. E avrà le comodità, e una macchina nuova.
Lo saluto con un po’ di malinconia ma non mi sento di biasimarlo, in fondo forse ha ragione lui, quello che poteva fare lo ha fatto, ora è giusto che scelga quello che pensa sia meglio per la sua vita.

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Noi ora, invece, ci dirigeremo verso il laboratorio di pelletteria “Peace Steps”, un altro progetto di Vento di Terra. Dobbiamo anche trovare un posto per il pranzo, ma prima c’è tempo per un breve passaggio che ci consenta di vedere da vicino un’altra opera di Banksy, forse la più iconica che ha realizzato qui in Palestina, e la più riprodotta: Il lanciatore di fiori. Come spesso accade per la street art, la collocazione è periferica, su un anonimo muro di una stazione di servizio, con sul tetto due serbatoi di carburante. Realizzato nel 2003, il lanciatore è un po’ sbiadito dagli anni, ma non ha perso nulla della sua carica evocativa. Resta un simbolo potente di pace in una terra dilaniata, dove due popoli sono prigionieri di un conflitto di cui non si vede la fine.
Per il pranzo ci fermiamo in un bar segnalato da Walid, il nostro autista, dove una signora ci accoglie calorosamente e, appena scoperto che siamo italiani, precisa subito di essere cristiana, pensando evidentemente che questo le serva come captatio benevolentiae. Non sa che con noi, in questo senso, casca piuttosto male, ma come al solito in questi casi sorridiamo e diciamo “Ah, sì? Che bello!”.
Il falafel non è male ma alla fine il conto, per gli standard palestinesi, risulta un po’ salato. Del resto, è piuttosto evidente che si tratta di un posto turistico, poco dopo di noi sono entrate due comitive di stranieri appena scese da pullman israeliani. Serena è visibilmente contrariata, ho l’impressione che Walid si sia appena guadagnato un altro cazziatone. Un po’ mi dispiace per lui, ma in fondo è vero quello che dice Serena, lui fa di tutto per meritarseli.

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Arriviamo al laboratorio della cooperativa Peace Steps, dove ci riceve Abu Abdallah, pronto a mostrarci le macchine e a farci vedere qualche pezzo in lavorazione, oltre che naturalmente a farci vedere i prodotti finiti che possiamo acquistare. Intanto i ragazzi della cooperativa ci offrono dell’uva.
Peace Steps (passi di pace o impronte di pace) rappresenta lo sviluppo della partnership realizzata negli anni da Vento di Terra con le associazioni dei Campi Profughi di Shu’fat e Kalandia. Il progetto è finalizzato allo sviluppo delle comunità locali, tramite la promozione di attività di generazione di reddito e il supporto ai servizi socio educativi rivolti ai minori. In particolare il progetto offre un’opportunità formativa e di lavoro nel settore della manifattura della pelle, per alcuni giovani uomini del campo profughi di Kalandia. La Palestina, in particolare il Distretto di Hebron, ha una radicata tradizione manifatturiera, che il progetto ha valorizzato avviando un laboratorio specializzato nella produzione di sandali in pelle, che sono commercializzati oltre che sul mercato locale nel circuito del Commercio Equo e Solidale italiano attraverso la Cooperativa Nazca. Oltre a garantire un’opportunità di lavoro ad alcuni giovani, i proventi delle vendite vengono reinvestiti a sostegno dei servizi socio educativi promossi da Vento di Terra nei Campi Profughi, contribuendo così a consolidarne la sostenibilità economica.
Nel 2011 tramite un programma del Ministero degli Affari Esteri è stato possibile formare lo staff interno sulla produzione di accessori in pelle, mirando a diversificare la produzione della cooperativa. Grazie all’intervento di esperti italiani, con training in loco e a distanza, Peace Steps ha avviato la produzione di borse, cinture e portafogli, da commercializzare principalmente sul circuito equo e solidale italiano. Come previsto, il progetto ha sostenuto il servizio educativo di Kalandia e un intervento terapeutico destinato alle vittime di traumi da guerra nel Campo profughi di Shu’fat.
E qui ci sarebbe una sorpresa, nel senso che il gruppo, trainato in questo dalla sua componente femminile, ha deciso di fare un regalo a Serena. L’idea sarebbe di comprarle una borsa, magari cercando di capire, senza lasciar trasparire troppo, quale le piace di più… ma qualcuno ha inavvertitamente “spoilerato” e quindi a questo punto tanto vale che se la scelga lei. Lei però non è convinta, si dichiara affezionata alla sua vecchia borsa, lo zainetto non le piace tanto… insomma sembra che non se ne faccia niente. Lei ci ringrazia, ma preferirebbe di no. Se non che, dietro insistenza delle signore, ammette che la borsa no però effettivamente un paio di sandali poi… non le dispiacerebbe. E così sceglie un bel paio di sandali nuovi e finisce tutto bene.

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Prima di tornare verso Betlemme, ci manca ancora una tappa, che è irrinunciabile in quanto molto attesa da giorni da diverse aficionadas delle ceramiche. Si tratta, appunto, di un altro laboratorio-negozio che produce e vende oggetti di ceramica e di vetro. Prima di entrare nel negozio, abbiamo la possibilità di ammirare il mastro vetraio al lavoro in officina; vederlo soffiare e modellare il vetro con gesti sapienti è come sempre affascinante. E poi viene dato libero sfogo alle pulsioni di ciascuno nel magazzino, dove sugli scaffali sono in bella mostra oggetti delle più varie forme e colori: vasi, piatti, bicchieri, tazze e tazzine, oggetti decorativi tra cui spicca una ricca collezione di pesci in vetro di vari colori: se ne appendono un po’ a un filo e il gioco è fatto. Insomma, c’è un po’ di tutto.
Anche Claudio ha incarico da Rossana, sua moglie, di fare acquisti: più precisamente, dovrebbe comprare tutto quello che compra Gabriella, che di Rossana è amica e che evidentemente gode della sua stima in quanto a gusti. Ma lui comincia ad attuare delle manovre diversive, giura che dirà a Rossana che lui avrebbe comprato un sacco di roba ma proprio Gabriella gli ha sottratto una serie di pezzi unici sotto il naso, e cerca testimoni pronti a dargli manforte… le schermaglie continuano per un po’, finché anche lui si convince che gli conviene di più comprare qualcosa.
Io mi diverto più che altro a guardarli, a dire il vero non impazzisco per le ceramiche e ho difficoltà a infilarle nello zaino senza rischiare di romperle. Quindi faccio solo un paio di acquisti simbolici.

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Ripartiamo col pullmino in direzione Betlemme. A questo punto, visto che per stasera abbiamo il puntello con Father Boulus, il reverendo siriaco ortodosso, può scattare la telefonata per prendere accordi più dettagliati. Secondo quello che ci ha detto, dovrebbe essere ormai tornato dal suo tour e disponibile. Ci vorrebbe Giulia, che è quella che lo conosce meglio, ma non c’è e quindi Claudio si prende lui l’incarico. Lo chiama ed esordisce con un “Hello Brother” che ci fa molto ridere, ma si capisce subito che qualcosa non va: sembra che il prete quasi non si ricordi di lui, e che comunque questa sera debba tornare al monastero. Dice che potremmo trovarlo a Betlemme solo se torniamo in un tempo che, al momento, da dove siamo neanche in elicottero… eppure l’altra sera sembrava così convinto, non vedeva l’ora di esibirsi per noi e soprattutto di vendere un po’ di dischi. Mah… cominciamo a pensare che sia stato richiamato all’ordine dal suo vescovo, ammesso che abbia un vescovo, o dal superiore del monastero, chi lo sa. Insomma, che si sia preso un cazziatone e debba starsene tranquillo per un po’, facendo veramente vita monastica. Che, per quanto abbiamo visto l’altra sera, non sembrava troppo nelle sue corde. È un peccato: pregustavamo già la serata, e salta anche il jingle per la radio, ma va così…
Dobbiamo, a questo punto, ripiegare su qualcosa di diverso. Intanto dobbiamo trovare un posto per la cena, che già non è semplice perché quello a cui aveva pensato Serena per stasera è pieno. Quindi lei, dall’albergo, fa una serie di telefonate, ma senza risultati. Alla fine si lascia consigliare dalla signora dell’albergo, che ci manda in un posto davvero carino e, oltretutto, chiama lei per prenotare presentandoci come una specie di gruppo di VIP.
Il posto si chiama Al Karmeh ed è praticamente annesso al Museo di Betlemme, per entrare si passa proprio dal museo.
È arredato con gusto, pieno di foto e oggetti d’epoca. E ci trattano davvero da VIP, forse per la telefonata della signora, ma tant’è… perché non approfittarne? Una volta prese le ordinazioni, dato che il servizio va un po’ a rilento, a sorpresa aprono solo per noi il museo e ci fanno fare un breve ma bellissimo tour guidato. Vediamo solo le cose principali, ma davvero vale comunque la pena. Anche perché quello che fino ad ora ci era sembrato un cameriere, solo molto gentile, ci fa da guida e si rivela quasi un archeologo, comunque un appassionato conoscitore del patrimonio palestinese. In un ottimo inglese sciorina pezzi di storia, a partire dall’epoca dei cananei, un popolo stanziato in Palestina già dal 1500 a.C., che lui definisce i progenitori del popolo palestinese. Come dire: attenzione, noi eravamo qui anche da prima degli ebrei…
C’è un segmento di un acquedotto romano, che portava l’acqua da Hebron a Gerusalemme, insieme con altri reperti di epoca cananea e romana. Ci sono antichi costumi riccamente ricamati, e gioielli. E poi sculture in legno d’ulivo, madreperla, icone, dipinti, di tutto insomma.
E giunti alla fine del giro la nostra guida d’eccezione ci annuncia che… è pronto in tavola.
Per cena, dopo aver visto oggi come si fa, non posso che scegliere… il maftoul! In questo caso con un pesce che qui chiamano Denise fish, che penso sia un’orata. Buono, comunque.
Intanto, continuiamo a chiacchierare con il cameriere-archeologo. Abbiamo scoperto che viene dal campo profughi di Aida, 2 km a nord del centro di Betlemme, vicino a Beit Jalla, dove abita Giulia. Tra l’altro, lui dice di conoscere una Giulia, italiana, che lavora per una ONG, ma la descrizione non corrisponde totalmente. Gli mostro una foto, e così scopriamo che è un’altra Giulia. E scopriamo anche che lui sta per fidanzarsi! Applauso e auguri.
Devo dire che, con un po’ di fortuna, abbiamo trovato veramente un posto perfetto per la nostra ultima cena palestinese.
Uscendo, noto appena fuori dal museo una cosa a cui entrando non avevo fatto caso. C’è un piccolo giardinetto con un giovanissimo albero di ulivo che, come spiega un cartello, è circondato da salvia che libera l’energia, menta che conforta l’anima, timo che stimola il cervello e basilico che protegge dalle malattie e dà benessere. Ma, insieme, sono stati anche “piantati” dei proiettili e dei candelotti di gas lacrimogeno, regali delle forze occupanti, con l’auspicio che questo sia una finestra su un mondo di pace dove gli ulivi saranno sempre più forti dei proiettili. Mi sembra bello.
Non è prestissimo, ma io e Claudio vorremmo comunque, anche senza il prete che canta in aramaico, continuare la serata da qualche altra parte, anche solo per bere una cosa. Le adesioni, però sono talmente poche (una) che decidiamo di rinunciare, e forse è meglio così perché quasi tutti dobbiamo ancora fare i bagagli, domani mattina partiremo presto.
Torniamo in albergo, dove salutiamo Giulia, con la promessa di rivederci quando tornerà in Italia. E poi c’è un’altra cosa importante da fare, prima di fare le valigie e andare a nanna: Già da un paio di giorni abbiamo nelle nostre camere delle bellissime bambole fatte dalle donne di Gaza, che Serena deve portare in Italia per venderle nelle iniziative natalizie di Vento di Terra. In realtà, molte ce le porteremo a casa noi. Io, per esempio, ho già deciso di comprarne una per la mia nipotina. Visto che sono un po’ ingombranti e non tutti hanno spazio per infilarle nei propri bagagli, oggi abbiamo comprato apposta una bella valigia rosa shocking dove metterle tutte assieme. Quindi, nella hall dell’hotel, foto di gruppo con le bambole e poi le mettiamo tutte nella loro valigia. Ci dobbiamo preparare una qualche spiegazione per l’aeroporto, nel caso ce la dovessero aprire; ma ci penseremo domani, adesso è proprio il momento di salire a fare lo zaino e andare a dormire.

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Mercoledì 25/10/2017 – Epilogo

Ci alziamo presto anche stamattina. Abbiamo votato democraticamente, anche stavolta, per partire presto, in modo da poterci godere il più possibile anche l’ultima mezza giornata a Gerusalemme. Il nostro volo parte verso le 16.30.
La prima cosa che facciamo è andare a visitare l’orto dei Getsemani. La proposta è stata lanciata da alcune persone del gruppo, visto che finora l’avevamo visto solo da lontano. Effettivamente, valeva la pena di dargli un’occhiata più da vicino.
Il nome Getsemani, che significa “Frantoio d’olio”, è il nome di una grotta naturale situata vicino alla tomba di Maria e al luogo della sua assunzione. Ma è anche il nome di tutta questa zona ai piedi del Monte degli Ulivi. Nell’orto ci sono otto ulivi secolari, che secondo la tradizione furono testimoni della preghiera e della sofferenza di Gesù, l’ultima sera della sua esistenza terrena. E poi c’è il santuario, detto “Basilica dell’Agonia”. Sul luogo furono costruite successivamente tre basiliche: la basilica bizantina, costruita da Teodosio nel 380, aveva già al centro la roccia della preghiera di Gesù, che ancora oggi si conserva. Fu distrutta nel 614. Poi la basilica crociata, del XII secolo, che fu distrutta attorno al 1200 e i cui resti si vedono sul lato sud della chiesa attuale. E infine la nuova basilica, costruita tra il 1920 e il 1924, che è chiamata anche “Chiesa delle Nazioni” per il contributo offerto da diverse nazioni per i mosaici delle absidi e delle cupole. Nel pavimento, sotto vetro, si possono vedere anche pezzi di mosaici bizantini. Le vetrate tra il blu e il viola creano una particolare luce attenuata. Quando entriamo, sta per finire la messa officiata da un sacerdote in spagnolo per un gruppo di pellegrini latinoamericani.

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Passeggiamo ancora un po’ intorno all’orto, mentre il sole del mattino comincia a farsi caldo. Poi, dopo una passeggiata e un caffè in Mamilla Road, una delle strade più cool di Gerusalemme Ovest, ci dirigiamo verso il Mahane Yehuda market. Ci eravamo ripromessi di tornarci di giorno, quando è nel pieno della vitalità, e ora senz’altro lo è. Compriamo qualcosa qua e là per finire gli ultimi shekel. Ed è anche il posto ideale per un pranzetto street food a base di piccoli burek con carne, funghi, spinaci, patate o formaggio.

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La mattina, pur partendo presto, è volata ed è il momento di andare all’aeroporto. Lì salutiamo Luigi che, buon per lui, si fermerà ancora qualche giorno per andare ad una festa con il suo amico Youssef. Youssef è un arabo israeliano, cioè un palestinese che vive in Israele e ha la cittadinanza israeliana. Lui e Luigi si sono conosciuti a Milano, dove Youssef ha vissuto per alcuni anni. È venuto a prendere Luigi all’aeroporto, così lo possiamo salutare anche noi. In questo momento tutti invidiamo Luigi, non solo perché vanno a una splendida festa e poi andranno in spiaggia, ma anche perché lui sembra molto simpatico. La festa è una specie di addio al nubilato della cugina di Youssef, si fa alla vigilia del matrimonio ed è tutta dedicata alla sposa, lo sposo arriva solo alla fine. Poi Luigi mi ha mandato qualche foto, che volentieri pubblico. Nella prima la sposa, con in mano due ceri, fa una danza e accende alcuni bracieri intorno a lei. Nella seconda, alla fine della cerimonia, arriva lo sposo e ballano insieme. Tutto si è svolto in un paesino vicino a Nazareth, erano circa 500 invitati…

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Noi, però, purtroppo, dobbiamo entrare nell’aeroporto, andando verso il controllo di polizia che ci deve dare il visto di uscita da Israele, altro momento temuto. È possibile che ci chiedano dove siamo stati, cos’abbiamo fatto, chi abbiamo conosciuto… addirittura che ci guardino le foto sul telefonino. È un po’ improbabile, ma non si può escludere. Nel dubbio, io e altri ieri sera abbiamo trasferito altrove le foto più “a rischio”, quelle del muro, dei checkpoint, delle torrette militari, dei soldati, dei murales palestinesi. Ovviamente la versione concordata è sempre quella: siamo un gruppo di semplici turisti, siamo stati solo a Gerusalemme e Betlemme. Ah, che belli i luoghi santi…
Come ulteriore misura precauzionale, abbiamo deciso che Serena starà qualche passo dietro a noi, nella fila, e si presenterà da sola, mentre noi ci presenteremo come gruppo di ViaggieMiraggi con Claudio come guida. Tutto sommato, funziona. Il grosso dell’interrogatorio tocca a lui, che se la cava bene, con un piccolo brivido quando gli chiedono quale compagnia di trasporti abbiamo usato… lì è difficile, in realtà oltre a Walid abbiamo avuto un altro paio di autisti ma tutti palestinesi. Però su, ci sta anche di non ricordarselo. Infatti ci fanno passare senza problemi. Nel colloquio individuale, che comunque c’è, solo le solite domande: “Porta armi o oggetti che possano essere usati come un’arma?”. “Qualcuno le ha consegnato regali o souvenir da portare in Italia?”.
I problemi sono tutti di Serena, che avendo i timbri di Gaza non la può passare liscia, la sua mezz’oretta con la soldatessa non gliela toglie nessuno. Ma spiegando che in fondo lavorare per una ONG è un lavoro come un altro, non è lei che sceglie dove andare ecc. ecc., anche lei viene “rilasciata”.
Anche questa è andata, è stato anche più facile di quanto ci facevano temere le nostre paranoie. Non ci hanno neanche aperto la valigia delle bambole, dove tra l’altro Alessandra, che ha solo il bagaglio a mano, aveva infilato la kofiyah, una maschera di Anonymous e altro materiale “compromettente”…
E siamo giunti al momento di chiudere questo lungo racconto. Se vi ho annoiato me ne scuso.
Non è facile trovare una chiusura come si deve per un viaggio come questo. La citazione biblica con cui ho aperto quest’ultima parte è frutto della volontà di finire con un messaggio che lasci le porte aperte alla speranza, anche se in questo momento, e dopo quello che abbiamo visto e sentito, qualunque prospettiva di pace sembra lontanissima.
Nel 1991, durante la prima Guerra del Golfo, ero all’università. Ho partecipato a qualche manifestazione contro la guerra e a favore della Palestina: urlavamo “Shamir boia”, “Palestina libera Palestina rossa” e “Intifada fino alla vittoria!”. Nella nostra ingenuità, dicevamo che se le risoluzioni dell’ONU valevano per Saddam dovevano valere anche per Israele. Sono passati ventisei anni, cinquanta dall’occupazione, e le risoluzioni sono ancora lì, lettera morta come allora.
David Grossman ha scritto che ogni israeliano dovrebbe sforzarsi di non proteggere sé stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che lui fa al nemico, né dai sorprendenti tratti di somiglianza tra lui e il nemico. Solo così si può non essere più condannati a una dicotomia totale, fasulla e soffocante: la scelta brutale tra essere vittima e aggressore, senza che sia concessa una terza possibilità, più umana. Solo così si può essere uomo nel senso pieno del termine, un uomo che si sposta con naturalezza tra le varie parti di cui è composto; che ha momenti in cui si sente vicino alla sofferenza e alle ragioni dei suoi nemici senza rinunciare minimamente alla propria identità. E tutto questo lo ha scritto dopo aver perso un figlio in guerra nel sud del Libano nel 2006. Vorrei che ci fossero più intellettuali come lui, in Israele.
Durante questo viaggio, ho sentito il peso di essere qui a guardare e di non poter far nulla per cambiare le cose. Ho dovuto combattere contro questa sensazione di impotenza, finché ho capito che essere qui era già fare qualcosa per cambiare le cose; l’ho letto negli occhi dei bambini, l’ho sentito nelle parole di Issa, di Rabbi Jeremy e di Hassan. E soprattutto ho capito che i progetti di Vento di Terra ogni giorno cambiano le cose: ogni bambino in più che va a scuola può fare tutta la differenza del mondo. Lo abbiamo visto anche a Battir, se c’è una speranza viene dalla cultura. Del resto quello palestinese è un popolo giovanissimo: metà dei palestinesi sono nati dopo gli accordi di Oslo del 1994. Un popolo così giovane, anche se colpito duramente dalla reazione israeliana all’ultima intifada, quella dei coltelli del 2015-2016 (234 morti di cui il 76% aveva meno di 24 anni), non può e non deve non avere speranza nel futuro. L’istruzione è davvero il fattore decisivo.
E allora, se questo racconto non vi ha lasciato indifferenti, sostenete Vento di Terra, credo che non ci possa essere un modo migliore per chiudere.

Ventoditerra.org

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Grazie a Tina per i vestitini che abbiamo portato alla scuola di gomme.
Grazie a Patrizia per la riflessione sul vero muro del pianto e per tutte le foto che mi ha fornito. Grazie a Luigi per le foto della festa della cugina di Youssef.
Grazie a Michele per averci aperto una finestra sul kibbutz e sul suo mondo.
Grazie a Giulia per il preziosissimo contributo e per quel fine serata un po’ folle a base di shisha e tequila che difficilmente dimenticherò.
Un enorme grazie a Serena per la pazienza e le amorevoli cure (nel mio caso, anche sotto forma di fermenti lattici) con cui ha guidato il gruppo.
Grazie a Claudio per le storie di radio che come sempre ci ha regalato e per l’insostituibile sguardo di chi sa fare davvero il giornalista e il viaggiatore.
Grazie a Radio Popolare, a Vento di Terra, a ViaggieMiraggi.
Grazie a tutto il gruppo per la condivisione di questa esperienza e per quel senso di comunità che, come sempre, è scattato fin da subito.

E grazie a tutti voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, mi rendo conto che ce n’è voluta tanta.

 

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