Capodanno al COE

Questo è un piccolo resoconto di un capodanno passato in Valsassina, tra camminate sulla neve, incontri con i prodotti gastronomici locali, storia e solidarietà.
Tutto nasce da una proposta di ViaggieMiraggi, sezione Lombardia, in collaborazione con il COE (Centro Orientamento Educativo), un’associazione che ho imparato a conoscere grazie al Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina, di cui sono da anni un assiduo frequentatore. Il COE organizza il festival a Milano da ventisette anni ormai, ma questa è solo una delle sue attività. Io so che il COE è molto di più, lo so ancora meglio da quando, un anno e mezzo fa, ho conosciuto Simona Barranca, che per il COE è responsabile della comunicazione e si occupa del festival con tutte le sue ormai molteplici filiazioni in altre rassegne ed eventi. Proposte che offrono un cinema sempre di qualità e difficile (per non dire impossibile) da trovare in altri circuiti distributivi. Fortuna ha voluto che Simona sia stata scelta da ViaggieMiraggi per accompagnare un viaggio con Radio Popolare a Lisbona, città che conosce benissimo per averci vissuto e dove ha lasciato un pezzo di cuore. Ovviamente, neanche a dirlo, l’idea di quel viaggio non era una Lisbona “classica”, sempre bella ma magari un po’ scontata, tutta a base di stile manuelino, azulejos che brillano al sole, tram che sferragliano in salita e languide note di fado. C’è stata anche una spruzzatina di tutto questo, ma soprattutto c’è stata la Lisbona nera, la Lisbona che sa di Africa, quella dei capoverdiani di Cova da Moura e degli altri africani che popolano l’antico quartiere arabo dell’Alfama. Non dico altro, anche per non farmi prendere dalla saudade, ma se qualcuno volesse saperne di più di quel viaggio e non ne avesse ancora letto il racconto, può farsi un giro qui:

Lisboa fica feliz… Cova da Moura também

Ma veniamo a noi. Cosa fa allora questo COE? E che c’entra la Valsassina?
Il C.O.E. Centro Orientamento Educativo nasce, come Associazione di Laici cristiani, alla fine degli anni cinquanta (Atto costitutivo dell’Associazione: 16-12-1959). Nasce intorno alla figura di Don Francesco Pedretti e ha come sede prima Milano e poi Barzio (Lecco). Ed ecco che la Valsassina c’entra…
Attualmente conta più di cento soci, in Italia, Cameroun, Congo R.D., Cile, Ecuador e Bangladesh.
La storia del COE è stata sempre caratterizzata da un forte impegno nel campo educativo, con grande attenzione soprattutto ai giovani e ai formatori. Esperienze diverse hanno segnato il cammino dell’Associazione e ne hanno caratterizzato l’evolversi.
Negli anni sessanta l’elemento portante di ogni progetto educativo, che vedeva coinvolta la famiglia, la scuola e la parrocchia, era quello dello sviluppo integrale della persona. C’era attenzione a promuovere una collaborazione significativa dei diversi ambiti educativi che interagivano con il soggetto e al tempo stesso c’era l’impegno a promuovere lo sviluppo di tutte le potenzialità presenti in ogni persona.
Agli inizi degli anni settanta l’Associazione si impegna nella promozione umana e sociale nei Paesi del Sud del mondo attraverso progetti di volontariato, caratterizzati sempre da una forte valenza educativa. Particolare attenzione va alla formazione culturale delle persone, alla promozione del cinema e dell’arte come elementi che stimolano fortemente il progresso umano e sociale senza trascurare la collaborazione e la promozione dell’autosviluppo sul piano sanitario, agricolo, commerciale e dell’habitat.
L’incontro con altri popoli fa maturare una nuova esigenza, quella del dialogo e dello scambio culturale che porta alla creazione di centri di vita comunitaria interculturali sia in Italia (Barzio, Milano, Roma…) che in altri paesi del mondo (Cameroun, Congo R.D.).
Si fa sempre più significativa e determinante la collaborazione e la crescita insieme nei progetti di volontariato fra volontari provenienti dall’Italia e collaboratori locali impegnati nei progetti di sviluppo.
Alla fine degli anni ottanta il COE, fedele alla sua scelta di puntare sulla cultura per promuovere lo sviluppo, e sempre più consapevole del ruolo giocato dai media nel processo educativo, avvia una nuova stagione di impegno che porta alla promozione della cinematografia attraverso la distribuzione in Italia di film di registi del Sud del mondo, soprattutto africani, all’avvio di una rete di distribuzione in Italia di film, in pellicola e in videocassetta, alla produzione e alla messa in onda su reti televisive private di programmi di educazione interculturale per adulti e per bambini e alla creazione di una Galleria d’arte “Artemondo” per la promozione dell’arte. È di questi anni l’inizio di una vasta attività di educazione interculturale rivolta agli adulti ma anche ai giovani e ai ragazzi. Particolarmente interessante è l’impegno nelle scuole con iniziative che coinvolgono migliaia di studenti. Viene studiato un progetto, ancora attualmente in atto, di scambio attraverso la presenza nella comunità del COE di animatori impegnati, oltre che in una loro formazione personale, in attività di educazione interculturale, nelle scuole, nelle parrocchie, nei gruppi giovanili e anche in altre realtà di formazione.
Sono molti i progetti attualmente in corso, in tante parti del mondo.
Tutte queste informazioni, e molte altre, si trovano sul sito del COE www.coeweb.org

Ma noi abbiamo avuto la possibilità di sentirle raccontare da Carla Airoldi, una delle fondatrici, che insieme alla Presidente Rosella Scandella ha aperto per noi il libro dei ricordi. Ricordi che ci parlano di una montagna lombarda che non c’è più. Di quando in Valsassina c’erano scuole materne e di primo grado, ma mancavano del tutto le altre scuole: l’istruzione impartita non andava oltre la quinta elementare.
Allora, in accordo con il parroco di Maggio, il gruppo di insegnanti del nascente COE si prende carico della locale scuola materna e dà vita alla scuola media e a una classe di avviamento professionale. Per prepararsi a questo compito, nell’estate del 1958, don Francesco organizza a villa Manzoni di Maggio un corso per le future insegnanti.
Il 4 ottobre 1958 presso l’asilo “Manzoni” di Maggio prende il via il primo corso della scuola di avviamento e la prima media. Le insegnanti si dedicano con grande entusiasmo ai quaranta alunni della valle che si sono iscritti nelle due classi per aiutarli a dare il meglio di sé proponendo anche gite, visite culturali, momenti sportivi. Carla ricorda che capitava anche agli insegnanti di andare a prendere i bambini nelle frazioni più sperdute della valle, portarli a scuola a Maggio e riportarli a casa.
Intanto il Provveditore di Como, bene impressionato dalla coraggiosa iniziativa di quel gruppo, istituisce nella valle le scuole statali: nel 1959 a Cremeno e a Introbio e nel 1960 anche nella lontana Premana. Carla è stata una delle prime insegnanti che ha accettato di andare a Premana, che allora era davvero difficile da raggiungere, quasi tagliata fuori dal mondo. Lei non aveva ancora la patente, e così suo fratello tutti i giorni la portava su, a volte raccogliendo anche qualche ragazzo per strada. Poi, suonata l’ultima campanella, lei tornava facendo l’autostop. A soli venticinque anni, Carla diventa preside della scuola di Premana. Questa scuola pionieristica, basata sull’entusiasmo delle giovani insegnanti, permette anche di unire in qualche modo i paesi della valle. I bambini che hanno fatto le elementari ciascuno nel proprio paesino possono finalmente andare alle medie e conoscere bambini di altri paesi.
Nel 1961, intanto, il COE si è trasferito da Maggio a Barzio, dapprima in due villette, una delle quali sarà ampliata per divenire, dopo ulteriori aggiunte, l’attuale complesso inaugurato nella festa di San Giuseppe del 1965. Gli spazi permettono allora di offrire diversi corsi e anche di ospitare i bambini che le famiglie possono lasciare nella sede del COE e gli studenti delle superiori che un pulmino del COE porta ogni giorno a Lecco.
Malgrado l’iniziale perplessità delle autorità competenti, la scuola voluta da don Francesco a favore anche delle fasce più povere della popolazione non solamente funziona basandosi sull’opera dei volontari ma, apprezzata dal Provveditore, diventa una regolare scuola statale e don Francesco ne è il primo preside.
Questa è una storia che ci mostra come solo cinquant’anni fa, o poco più, anche a meno di cento chilometri da Milano c’erano situazioni dove c’era povertà e dove andare a scuola oltre le elementari era un sogno da conquistare a prezzo di sacrifici per le famiglie e per i ragazzi stessi. Non dovremmo mai dimenticarlo, quando qualcuno ci dice che dovremmo chiudere la porta in faccia a chi oggi arriva da lontano.
Ancora oggi, nella casa di Barzio, l’attività di accoglienza si sussegue senza sosta durante tutto l’anno. In particolare, in questo momento la casa accoglie 18 richiedenti asilo provenienti da diversi paesi africani. Ma vengono accolte anche classi scolastiche per attività di educazione alla mondialità. Inoltre vengono ospitati corsi di formazione per aspiranti volontari e giovani del servizio civile, oltre a gruppi legati alle parrocchie. Barzio, poi, è al centro di un ricco calendario di attività e manifestazioni aperte ai soci, ai collaboratori e agli amici.

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È proprio la casa di Barzio quella che ci ha ospitato per due notti in questo weekend di Capodanno organizzato da ViaggieMiraggi Lombardia e dal COE. Ad accompagnarci Dario per VeM Lombardia e Simona, proprio lei, per il COE. Del COE abbiamo conosciuto, oltre alle deliziose signore che sono diventate quelle ragazze di… qualche annetto fa, anche Prashanth, e Paolo, che sta per partire per il Congo per un lungo periodo di lavoro laggiù. Il nostro gruppo era composto da otto persone: Insieme a me, in rigoroso ordine alfabetico, Anna, due Chiare (curiosamente entrambe di Torino), Federica, Maria, Patrizia e Valentina. Anzi, veramente sarebbero due Valentine, ma una, anche lei di VeM, si è potuta fermare solo per un giorno. Poi, in modalità last minute, si è aggiunta un’allegra famigliola, anzi una superfamiglia: mamma, papà e sei figli, tutti adottati o in affido, dai nove mesi della piccola Luna ai 14 anni di Gabriele, compiuti proprio il 31.
La premessa mi è venuta più lunga di quello che credevo, forse anche un po’ troppo, ma era doveroso spiegare due cosine. Adesso, però, inizierei con un racconto per immagini, che parte dal pomeriggio di sabato 30, quando, dopo un pranzetto di benvenuto, ci siamo diretti per la prima passeggiata verso la frazione di Concenedo. Ma prima, un giretto per il borgo di Barzio. A farci da Guida Pia, un’altra delle signore del COE, che pur essendo originaria di Saronno conosce ogni pietra della Valsassina.
Abbiamo scoperto prima di tutto che la valle, e Barzio in particolare, annoverano molte più glorie di quello che si potrebbe pensare. Per esempio, io non sapevo, nella mia crassa ignoranza, che la famiglia del Manzoni era originaria di qui. Siamo entrati nell’antico palazzo di famiglia, che ora è di proprietà del Comune, è stato restaurato e ospita, tra l’altro, una biblioteca. Dove, manco a dirlo, il posto d’onore tocca proprio a lui, al Manzoni, con una grande collezione di edizioni dei Promessi sposi. Quella del 1827, chiamata “Ventisettana”, e quella finale del 1840, la “Quarantana”. Ma soprattutto tante edizioni nelle più diverse lingue del mondo: arabo, ebraico, rumeno, giapponese, e chi più ne ha più ne metta.

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Ma non è finita. Anche Medardo Rosso, il grande scultore impressionista, amava Barzio come località di villeggiatura. L’antico oratorio di San Giovanni Battista è la sede di un importante museo a lui dedicato.
Cominciamo a salire, con la Grignetta e il Grignone che campeggiano in lontananza dietro i tetti.

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Salendo verso il monastero del Carmelo, incontriamo una nicchia dedicata ad un altro personaggio importante, Guarisca Arrigoni, che diventa subito per noi “La Guarisca”, con un che di felliniano. Donna pia, benefica, religiosa, essa fondava nel 1408, sopra un delizioso colle denominato Cantello presso Cremeno, una chiesa dedicata al Santo di Padova ed uno spedale per viaggiatori e pellegrini.

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Ed eccoci a Concenedo, al monastero, con Pia.

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E poi ancora più su, al Cantello, dove è rimasto poco dell’ospizio della Guarisca, ma dal 1976 è aperta una Casa alpina per il clero.

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La neve, una morbida meravigliosa luce, un gruppo che comincia a crearsi.

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Un altro appuntamento forse più prosaico ma altrettanto indimenticabile è quello con i formaggi di questa valle, che è giustamente rinomata per i suoi prodotti caseari. Ci sono diversi produttori, ma nessuno come Carozzi, che tra l’altro è un’azienda amica del COE e che ci ha accolto con tutti gli onori. Qui Achille, molto apprezzato dalle ragazze del gruppo anche per il sorriso che conquista, ci fa visitare tutte le sale di stagionatura dei vari tipi di formaggio. Il taleggio è naturalmente il prodotto più noto e più “classico”, ma ce n’è veramente per tutti i gusti.

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Come si può vedere anche da questo, che è il tagliere degli “assaggi”… doveva essere un aperitivo con degustazione, ma con un tagliere di queste proporzioni è diventato ben di più. E del resto, come si fa a resistere?

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Tornati al COE, c’è stata una cena (per chi ancora è stato in grado di mangiare qualcosa dopo l’abbuffata di formaggi, e non solo), e poi una serata di presentazione dell’associazione e delle sue attività, di cui in parte vi ho già raccontato.
Abbiamo visto un bel cortometraggio di una regista senegalese (Deweneti di Dyana Gaye), una piccola favola semplice ma poetica, e poi Alou e Amala, due ragazzi maliani richiedenti asilo, ci hanno raccontato, sia pure tra qualche inciampo linguistico, qualche comprensibile imbarazzo e qualche silenzio che dice più di molte parole, brandelli della loro storia. Di un lungo viaggio, dal Mali al Burkina Faso, poi il Niger, l’Algeria, la Libia. E dalla Libia, Lampedusa. Un viaggio così lungo che alla fine perdi la cognizione del tempo, tanti giorni uno in fila all’altro, tutti uguali, a lavorare duro per pagarsi il passaggio successivo, il prossimo pezzo di strada. E non sai più da quanto tempo sei partito, e soprattutto quanto tempo hai ancora davanti, quanta strada, quanto deserto per arrivare al mare, e al sogno dell’Europa. E quanti compagni di viaggio hai perso, in quel deserto. Quanti non ce l’hanno fatta.
Sono cose di cui è difficile parlare; sai già che ne dovrai parlare davanti alla commissione che ti dovrà giudicare, dovrà stabilire se hai diritto all’asilo politico o sei “solo” un migrante economico, e quindi possibilmente da rimandare a casa. Non sai come andrà, ma sai che non è facile averlo, quel pezzo di carta, ormai lo hai capito. Se andrà male, non potrai più nemmeno fare appello: hanno deciso che tu, che sei un migrante, non ne hai diritto. Puoi solo ricorrere in Cassazione, ma a quel punto le speranze sono minime: puoi solo sperare che trovino un vizio di forma, e allora si ricomincia. Forse questo non lo sai, in realtà, forse non sai neanche che cos’è un vizio di forma. Ma, insomma, hai capito che è dura. Intanto il tempo passa, continui a non sapere bene quanto; sei qui, certo qui puoi fare almeno qualche corso, qualche lavoretto ogni tanto, ma le giornate sono sempre abbastanza uguali, e lunghe da passare. Non sai come andrà a finire, puoi solo affidarti a Dio, se ci credi. Inshallah. E non hai molta voglia di parlare.

La mattina dopo, quella del 31, di buon’ora siamo partiti per una camminata che ci ha portato in Val Biandino, da Introbio fino al rifugio Tavecchia, a circa 1600 m di quota. Più o meno 900 metri di dislivello, affrontati a ritmo rilassato ma non troppo: ci abbiamo messo poco più di tre ore, che non è male se si tiene conto che per la maggior parte di noi era la prima camminata discretamente lunga d’inverno, con la neve. Chi non se la sentiva è arrivato con un fuoristrada e ci siamo ritrovati tutti al rifugio per una bella abbuffata.
Eccoci in qualche momento del percorso.

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Questo percorso è importante anche sotto il profilo storico, perché proprio lungo questo sentiero 73 anni fa ebbe luogo un importante episodio della guerra di liberazione.
Nell’estate del 1944 la speranza che la guerra stia per finire sembra tramutarsi in realtà. Gli eserciti degli alleati avanzano e si fanno massicce diserzioni, renitenze alla leva e fughe di giovani per non andare al lavoro coatto in Germania. Le montagne a nord di Milano si riempiono e le bande costituitesi in primavera si trasformano in Brigate. Diventa imperativo organizzare gli uomini che si erano sbandati sui monti per preparare le forze per scendere e liberare il Paese da tedeschi e fascisti.
In Valsassina una banda che si era formata nella primavera del 1944, la banda Carlo Marx, si trasforma prima nella 40° Brigata Garibaldi G. Matteotti fronte sud e poi nella 55° Brigata Garibaldi F.lli Rosselli. Questa brigata a fine settembre è composta da nove distaccamenti di circa 30 uomini ciascuno e copre la zona che va da Morbegno a Colico e Bellano, sale in Valsassina e nelle sue valli laterali Varrone e Biandino.
La speranza che la guerra debba presto finire si infrange nei primi giorni di ottobre, quando inizia un primo pesante rastrellamento che coinvolge tutta la Valsassina e le valli laterali.
Il 30 dicembre 1944 presso il Baitone della Pianca i fascisti del 1° battaglione mobile della Brigata Nera “Cesare Rodini” di Como catturano 36 Partigiani. Alcuni fanno parte della 55° Brigata F.lli Rosselli, altri della ex 86° Brigata Giorgio Issel, altri sono arrivati negli ultimi giorni.
Franco Carrara, partigiano della Issel, tenta la fuga ma viene ucciso nel prato antistante la baita. Tutti verranno poi condotti a piedi a Introbio.
Il giorno dopo, 31 dicembre, davanti al cimitero di Barzio vengono fucilati 11 partigiani; altri tre verranno fucilati a Maggio di Cremeno.
Qui, in due riprese, posiamo sotto il cippo che ricorda quei valorosi ragazzi e che si trova a due passi dal rifugio. Spiegare ai bambini cos’è la resistenza, e chi erano i partigiani, non è semplice, ma ci abbiamo provato.

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La sera dell’ultimo un lussuoso cenone nella casa di Barzio, naturalmente sempre a base di prelibatezze del territorio. Poi abbiamo aspettato la mezzanotte in allegria grazie ai giochi proposti dai ragazzi del COE, con Paolo a suo agio nelle vesti di “bravo presentatore”. E a mezzanotte più o meno il clima era questo:

 

 

Dopo mezzanotte abbiamo bevuto all’anno nuovo e fatto quattro salti molto anni ’80-’90 al Roadhouse Pub di Barzio, per l’occasione trasformato in dancefloor.
Al risveglio, una colazione molto rilassata, ritmi lenti, chiacchiere e progetti per un anno di viaggi responsabili, consapevoli, sostenibili, insomma tutte quelle belle cose che già sapete che ci piacciono. A proposito, colgo l’occasione per invitarvi tutti giovedì 18 gennaio alle 19 al Rob de Matt di Milano per la presentazione dei nuovi viaggi “Zaino in spalla” di ViaggieMiraggi. Tra questi, un viaggio in Camerun la prossima estate in collaborazione con il COE e guidato dalla nostra Simona. Che avrebbe voluto raccontarcelo ma c’è riuscita solo in parte perché… era quasi completamente afona. Ma se verrete il 18 vedrete che avrà recuperato la voce e ci potrà descrivere le meraviglie di quella terra: il Camerun è chiamato “L’Africa in miniatura”, perché racchiude in un solo paese tutti i paesaggi, tutte le culture, la natura, la fauna, tutto quello che è Africa…
Poi il gruppo ha perso un po’ di compattezza, nel senso che qualcuno ci ha lasciato per andare a casa presto, per motivi vari… ma un piccolo gruppetto di noi, i più resistenti, i più coraggiosi, i più decisi ad andare fino in fondo, anche in sprezzo del meteo che sembrava non promettere niente di buono, ha deciso di chiudere in bellezza con una mini-ciaspolata ai Piani di Artavaggio. Siamo saliti (stavolta in funivia, almeno per un pezzo) sopra le nuvole e le abbiamo beffate, trovando il sole e un panorama da favola. Ecco qualche testimonianza fotografica.

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Ovviamente, quello con le ghette modello anni ’80 (secondo Dario addirittura ’70…) sono io. Sono stato sbeffeggiato per questo, ma alla fine si sono rivelate utili quando, dopo aver lottato con una ciaspola che non voleva più saperne di rimanere allacciata, ho fatto quasi tutta la discesa affondando in mezzo metro di neve… e poi facevano incredibilmente pendant con la kofiyah!

 

Grazie alla nostra guida alpina Dario “Effervescente” Brioschi, di ViaggieMiraggi Lombardia, e a Valentina, che ha collaborato all’organizzazione, è stata presente il primo giorno e soprattutto ha l’ingrato compito di leggere i miei vaniloqui. Grazie a VeM anche per alcune delle foto qui pubblicate (e il video).
Grazie a Simona, Paolo, Prashanth e il COE tutto, compresi i ragazzi ospiti della casa di Barzio che hanno sopportato pazientemente la nostra invasione.
E grazie a tutto il gruppo: è stato bello iniziare l’anno con voi.

 

 

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