Y miren lo que son las cosas, para que nos vieran, nos tapamos el rostro; para que nos nombraran, nos negamos el nombre; apostamos el presente para tener futuro; y para vivir… morimos.
(E guardate come stanno le cose, perché ci vedessero ci siamo coperti il volto; perché ci nominassero, abbiamo negato il nostro nome; abbiamo messo in gioco il presente per avere un futuro; e per vivere… moriamo.)

(Subcomandante Marcos-Galeano)

 

Quarto giorno: Giovedì 1° novembre 2018

Abbiamo scoperto un ottimo posto per la colazione: il Cafè Yik (Yik significa aroma in tzeltal), dove c’è una scelta praticamente infinita di caffè e di cioccolate: la cioccolata può essere fuerte o suave, con tutte le possibili aromatizzazioni: cannella, peperoncino, vaniglia e chi più ne ha più ne metta. E anche la scelta di colazioni è altrettanto ampia: tradizionale, continentale, naturale, con diverse combinazioni di pan tostato con burro e marmellata, dolci, uova in vari modi, cereali, yogurt, frutta, succhi… insomma, davvero un bel modo di iniziare la giornata. Con calma, perché l’unico neo è che il servizio non è rapidissimo e le combinazioni possibili sono così tante che ci può essere qualche casino con le ordinazioni.

Oggi inizia ufficialmente la Festa dei Morti, che si protrarrà per qualche giorno: il clou è sicuramente tra l’1 e il 2 novembre, ma gli addobbi in genere si possono vedere fino al 5 o al 6.
Noi abbiamo un programma che, tenendo conto di questo, prevede la visita a una delle famiglie che fanno parte della cooperativa di tessitrici Mujeres sembrando la vida di Zinacantan, famiglia che potremo accompagnare anche al locale cimitero. Lì speriamo di poter vedere da vicino, sempre col massimo rispetto, quello che succede in questo giorno. Poi altro appuntamento importantissimo, quello con il caracol zapatista di Oventik, dove oggi inizia il primo festival del Cine Imposible.
Ma andiamo con ordine, prima di tutto con Betty andiamo a Zinacantan, a casa della famiglia di Doña Magdalena e della figlia Juana, che ci accolgono con calore in una casa tradizionale in adobe, dove si stanno preparando a vivere questa giornata così importante.
L’adobe è l’impasto di argilla, sabbia e paglia essiccato al sole utilizzato da molte popolazioni in ogni epoca per costruire mattoni. Particolarmente in Messico le casas de adobe sono a tutt’oggi patrimonio di molte famiglie che si tramandano questa tradizione da tempo immemore. Mescolare il pasto seco (erba secca) con il fango permette di avere la giusta consistenza, grande resistenza alle intemperie ed inoltre evita che i blocchi, una volta solidificatisi, tendano a rompersi. In seguito i blocchi vengono fatti aderire tra loro con del fango per innalzare dei muri.
In casa, naturalmente, è stato allestito l’altare per i defunti della famiglia, semplice ma molto bello e molto ricco di frutta, verdura, dolci, tortillas, atole e di ogni bendidio. Vedendo altari di questo tipo, si capisce il senso che i popoli indigeni danno a questa festa: non è una ricorrenza triste, ma è un’occasione per la famiglia per stare insieme e per ricordare chi non c’è più, perché una persona muore veramente solo quando viene dimenticata. È un modo più naturale di confrontarsi con la morte e di accettarla. Si ritorna alla visione dei maya per cui la vita e la morte sono inscindibili, una non esiste senza l’altra e insieme formano l’eterno ciclo dell’esistenza, dove la vita sulla terra si lega strettamente al cielo e all’inframundo delle anime.
L’atole, che Juana offre anche a noi come gesto di benvenuto e di condivisione, è una bevanda tradizionale a base di farina di mais e zucchero di canna non raffinato, che si beve in particolare nel giorno dei morti.

 

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Mujeres Sembrando la Vida (donne che seminano la vita) è una cooperativa di 250 donne che vivono dentro e intorno al villaggio Tzotzil di Zinacantan. A partire dall’anno 2000, hanno lavorato insieme per coltivare il loro talento di tessitrici e migliorare la loro comunità. Le donne lavorano con il telaio manuale utilizzando i loro modelli tradizionali e hanno anche la capacità di creare modelli alternativi. Ricamano prodotti personalizzati per copriletti, interior design, tessuti, borse e valigette per computer. Oltre a progettare il design del prodotto, organizzano corsi di formazione e laboratori per le socie della cooperativa. “Mujeres sembrando la vida” ha partecipato ad altri progetti: dalla riforestazione della comunità, alla separazione dei rifiuti, alla costruzione di stufe, la costruzione di sanitari ecologici, e l’implementazione di sistemi di raccolta dell’acqua piovana. La cooperativa gestisce anche un programma di micro-credito e un programma di prestito interno per le socie per migliorare la solvibilità fiscale e l’alfabetizzazione finanziaria dei suoi membri.
Spiega Juana che con la raccolta differenziata dei rifiuti qui in comunità hanno iniziato più di 10 anni fa, quando ancora in città, a San Cristobal, non esisteva niente del genere. Il processo di legalizzazione della cooperativa ha richiesto diversi anni, per cui la fondazione legale vera e propria è arrivata nel 2008. Da allora hanno sempre cercato di migliorare la qualità del loro prodotto artigianale attraverso laboratori per le socie della cooperativa su argomenti come il disegno, il colore ma anche la fiducia in se stesse.
Doña Magdalena si mette al telaio per darci una dimostrazione pratica. La prima cosa che ci colpisce è la posizione: lavora in ginocchio, in una posizione che sembra impossibile mantenere per ore. Ma poi sono i gesti delle sue mani a darci la sensazione di una sapienza antichissima, quasi magica. È come se intorno a lei il tempo tornasse rapidamente indietro e ci riportasse a secoli fa, quando i motivi che lei oggi disegna furono creati dai suoi antenati. C’è differenza tra i fiori e le figure geometriche: tutte le figure geometriche che vediamo nei huipiles hanno un’origine preispanica, che può essere maya o azteca. A Zinacantan i disegni geometrici hanno origine azteca, e lo si vede anche nei vestiti da sposa tradizionali. Nei huipiles sono rappresentati i quattro punti cardinali, sono rappresentati serpenti e altri animali. Il serpente piumato ha un particolare significato in diverse culture, quella azteca soprattutto, ed è una di quelle simbologie che hanno portato allo scontro con gli spagnoli, per via del significato che il serpente ha nel mondo cattolico. Per gli aztechi il serpente piumato, personificato nel dio Quetzalcoatl, era colui che portava la conoscenza ed era associato al pianeta Venere.
Per montare un telaio ci vuole più di un’ora. Se cade il paletto che, attraverso un gioco di fili, permette di creare il disegno, bisogna ricominciare da zero. Questo tipo di telaio è anch’esso antichissimo, ma nella lavorazione ora si sta cominciando a mescolare le tecniche tradizionali con tecniche più moderne.
Dopo la dimostrazione, c’è (giustamente) un bel po’ di tempo dedicato allo shopping compulsivo. C’è la volontà di sostenere queste donne, ma al di là di questo c’è anche una quantità di cose bellissime, con colori stupendi e motivi originali, che hanno un valore anche per quello che rappresentano nelle culture indigene.

 

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Dopo di che ci avviamo verso il panteòn, il cimitero. Lì ci fermiamo un po’ con Juana e la sua famiglia, poi per non disturbare eccessivamente e lasciarli vivere serenamente il resto della giornata li salutiamo e proseguiamo da soli. È un’altra esperienza davvero di grande fascino: vediamo le persone arrivare in abiti tradizionali coloratissimi, a piedi o su camioncini con dediche a carattere religioso, a Gesù, agli angeli o alla Vergine di Guadalupe, con frasi come “Padre nuestro, Bendice mi camino” o “Hermoso Regalo”.
Anche qui sensibilità e rispetto vogliono che non si fotografino le persone direttamente, e io come tutto il gruppo mi comporto di conseguenza, ma incappo mio malgrado in una piccola disavventura: mentre sto fotografando uno di questi camioncini (che già di per sé valgono la foto), senza persone, Andrea mi avverte che una signora mi sta tirando dei sassolini. Non me ne ero nemmeno accorto, proprio perché la signora non era nella mia inquadratura, non stavo fotografando lei né nessun altro, ma evidentemente per lei il solo gesto è motivo di fastidio tale da reagire in questo modo. Bisogna riconoscere che ci sono parecchi gruppi di turisti, può essere che le persone siano esasperate perché per loro sono troppi e diventino quindi mal disposte, o che per qualcuno che si comporta male tendano a etichettare tutti come “coyote” invadenti e irrispettosi. Mi viene di giustificarmi, ma Andrea mi spiega che lui ha capito, mi stava soltanto avvertendo di quello che stava succedendo. Questo episodio mi dispiace e un po’ mi disturba, perché penso di non meritarlo, ma è andata così.
Comunque questo cimitero, con i suoi colori e la sua aria di festa, è davvero qualcosa di eccezionale. Sulle tombe sono accumulati fiori, cibi, bevande e offerte varie, come sugli altari nelle case. Molte persone passeranno qui l’intera giornata e alcuni anche la notte, pregando, chiacchierando e condividendo cibo e allegria con le anime dei loro cari, che in questo giorno tornano sulla terra. È incredibile come si riesca a mantenere un’atmosfera di sacralità profonda in un cimitero all’interno del quale è montato un gazebo sponsorizzato Corona che vende birra e coca cola.
A questo proposito, Octavio Paz ha scritto: “Per noi messicani la festa è un’esplosione. Morte e vita, giubilo e lamento, canto e urlo si uniscono nei nostri festeggiamenti, non per ricrearsi e riconoscersi, ma per fagocitarsi reciprocamente. Non v’è nulla di più allegro di una festa messicana, ma non v’è nulla anche di più triste. La sera della festa è anche sera di lutto”. E anche: “Le immagini di Cristo lordo di sangue nelle chiese di paese, l’umore macabro, le veglie funebri, l’usanza di mangiare il 2 novembre pani e dolci fatti a forma di ossa e teschi sono abitudini, ereditate da indigeni e spagnoli, inseparabili dal nostro essere. Il nostro culto della morte è culto della vita, nello stesso modo in cui l’amore, che è fame di vita, è brama di morte”.

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Abbiamo assaporato un po’ di questo clima di festa, ma ora dobbiamo andare. Ci aspetta Oventik; anche lì troveremo in un certo senso una festa, ma di tipo diverso. In coincidenza con il 1° novembre, inizia il primo festival del Cine Imposible, una rassegna di cinema alternativo che richiamerà molte persone da tutte le comunità zapatiste e anche da tutta la rete di sostegno e di solidarietà messicana e internazionale.
Noi dovremmo essere già tutti registrati: ieri sera Andrea ha preso i dati che servivano e ha fatto le iscrizioni attraverso un sito internet dedicato. Per noi sarà l’occasione per vedere da vicino la realtà zapatista e, chissà, forse per incontrare qualche personaggio importante. Sembra che ci sarà anche il subcomandante in persona, che dal 2014 non si fa chiamare più Marcos, ma Galeano, in memoria di un compagno ucciso. Del resto anche Marcos non era il suo vero nome, ma anche in questo caso era il nome di un guerrigliero caduto. La sua vera identità non è mai stata svelata, anche se il governo messicano da anni ritiene di averlo identificato, e gli indizi a supporto di questa identificazione sono parecchi. Sarebbe un professore universitario di filosofia di circa 60 anni, Rafael Sebastian Guillen Vicente. Quello che è certo è che non è un indigeno, ma la conoscenza delle culture indigene lo ha portato a modificare in maniera importante la sua visione del marxismo, come è stato certamente influenzato anche dalla teologia della liberazione. Oggi ufficialmente non è più portavoce, ma è ancora la principale figura di riferimento sul piano ideologico e la sua voce è tuttora molto ascoltata. Perché si chiama subcomandante? Ma è semplice, perché sta sotto il vero comandante, che è il popolo: El pueblo manda, el gobierno obedece.
Il passamontagna serve per renderci visibili, ha sempre detto Marcos. Finché giravamo a volto scoperto, nessuno ci vedeva. Ora invece ci vedono, e devono fare i conti con noi.
Il riferimento ideale è alla figura di Emiliano Zapata, colui che, tra le due figure che hanno caratterizzato maggiormente la componente popolare della rivoluzione messicana, ha portato avanti più concretamente le istanze dei contadini, soprattutto indigeni, e ha introdotto il tema della riforma agraria. Pancho Villa era un bandito, erede della tradizione del banditismo sociale che ha segnato la seconda metà dell’Ottocento, in America Latina e non solo. È stato forse più mitizzato, e ha avuto più peso sul piano militare, a livello nazionale. Ma alla fine non seppe rimodellare il suo territorio, il nord del Messico. Zapata era un vero campesino, un leader contadino, uno che pur partendo da un movimento più regionale nel sud ha davvero prodotto una rivoluzione sociale. Octavio Paz dice di lui: “Realismo e mito si sposano in questa figura malinconica, ardente e piena di speranza, che morì come era vissuto: abbracciato alla terra. Come questa, egli è fatto di pazienza e di fecondità, di silenzio e di speranza, di morte e di resurrezione. Il suo programma comprendeva poche idee, quelle strettamente necessarie per scardinare le forme economiche e politiche che ci opprimevano.”
Non è questa la sede per raccontare che cos’è lo zapatismo, o la storia dell’EZLN. Non ne sarei neanche capace, ovviamente. Vi ho già consigliato il libro di Andrea intitolato 20zln, che contiene un sacco di testimonianze interessanti, e anche una utile cronologia, che può servire per ricapitolare i fatti più importanti successi dentro e intorno al mondo zapatista in questi anni. La trovate qui:

Cronologia Zapatista

Poi, ovviamente, ci sono anche altri testi in materia, oltre a quelli che ha scritto Marcos-Galeano.
Abbiamo già detto che il territorio del Chiapas è molto meno militarizzato rispetto a qualche anno fa. Fino al 2011 era la zona più militarizzata al mondo dopo Gaza.
Nel 2012 ci fu una grande marcia silenziosa, con l’obiettivo di riaffermare la presenza zapatista sul territorio. Marcos disse: “Lo avete sentito? È il rumore del vostro mondo che crolla e del nostro che risorge”.
Oggi, a quasi 25 anni dalla data fatidica dell’insurrezione indigena e dai 12 giorni di guerra che ne seguirono, le comunità dove vivono solo zapatisti sono poche, molte sono miste. Negli ultimi 15-20 anni molti, per motivi diversi, sono usciti dalle comunità zapatiste: chi per stanchezza, chi per disillusione, chi per paura di nuove ondate repressive. Attualmente si stima che circa 50.000 persone costituiscano la base di appoggio del movimento, mentre ovviamente il nucleo che fa parte dell’EZLN (o l’EZ, come lo chiama Andrea) è molto più ristretto.
Esistono istituzioni zapatiste, come i cinque municipi autonomi chiamati appunto Caracol. Noi ci troviamo in uno di questi, forse il più importante, il Caracol di Oventik. Qui siamo ai bordi della mitica Selva Lacandona. Sappiamo già l’importanza simbolica della spirale, quindi della conchiglia, del caracol, nella cultura indigena. In passato, i municipi autonomi si chiamavano Aguascalientes, dalla città dove avvenne lo storico incontro tra Villa e Zapata, poi si decise di adottare il nome Caracol. Le cariche politico-amministrative, nell’ambito dei Caracol, sono rotative.
I Caracol sono i centri dell’amministrazione zapatista, piccoli villaggi comunitari dove l’autonomia si concretizza con la presenza delle scuole autonome, primarie e secondarie, e dei presidi sanitari autonomi. Il funzionamento delle une e degli altri si basa tuttora in parte sull’apporto di volontari esterni alle comunità, anche se nella scuola ormai sono stati formati molti insegnanti. Nella sanità invece la maggior parte dei medici sono esterni, e non sono presenti continuativamente nelle comunità. Per questo, anche se c’è una buona sanità di base, senz’altro migliore di quella che si possono permettere gli indigeni che vivono fuori dalle comunità zapatiste, per interventi o trattamenti di una certa complessità le persone sono costrette a rivolgersi alla sanità pubblica dello Stato, con tutte le difficoltà che questo comporta. D’altronde, gli zapatisti non hanno mai accettato di mandare i ragazzi più promettenti a studiare medicina a Cuba, che è il solo paese che avrebbe accettato i loro titoli di studio non ufficialmente riconosciuti dallo Stato messicano. E così facendo hanno rinunciato a un’opportunità importante.
Un altro fatto che è sintomatico di una chiusura al mondo esterno che a volte diventa troppo estrema è l’atteggiamento assunto dai dirigenti zapatisti nei confronti del nuovo presidente Lopez Obrador. Anche Andrea in questo caso lo ammette: la posizione che ha preso il movimento zapatista, di totale chiusura, rischia di essere controproducente perché, pur con tutti i limiti del caso, AMLO rappresenta una speranza per molte persone, anche simpatizzanti del movimento, magari non nel nocciolo duro ma nella più ampia rete di sostegno. Persone che lo hanno votato, anche se magari in pubblico preferiscono non dirlo. Con questa posizione automaticamente si dà a queste persone dei cretini, o le si considera in malafede, rischiando di alienarsene le simpatie, cosa che il movimento non si può permettere.
Siamo in un momento di passaggio anche perché sta per entrare in vigore un nuovo NAFTA, che darà la possibilità alle aziende statunitensi di sfruttare le risorse energetiche del Messico. Un altro punto del nuovo trattato prevede, per esempio, per l’industria dell’auto, che una macchina deve essere fatta almeno per il 72% nel paese di vendita. E gli stipendi del Messico dovrebbero essere equiparati a quelli degli USA. Questo, in teoria, sembrerebbe una vittoria del Messico. Ma nei fatti cosa succederà? Molto probabilmente nel medio-lungo periodo le fabbriche americane in Messico chiuderanno, perché non avranno più convenienza a rimanere aperte; torneranno negli USA o andranno a cercare altri paesi dove sfruttare manodopera a basso costo. Quindi, a ben vedere, è una vittoria di Trump, non del Messico.
Qui, come negli altri caracol, non si beve alcol. Gli alcolici erano stati banditi anni fa per tentare di risolvere il problema della violenza di genere. Machismo e alcolismo, come ci diceva Sandra di Yachil Antzetic, sono sempre stati intimamente legati.
Proprio da qui, da questo Caracol di Oventik, è passato qualche settimana fa anche Alessandro Di Battista, il Dibba. Non ha trovato di meglio che scrivere che gli zapatisti bevono coca cola, ma soprattutto si è presentato come giornalista e volontario presso una ONG in Guatemala. Tutto vero, tecnicamente; peccato che abbia omesso di dire che è anche un importante dirigente politico di un movimento che in Italia si è appena alleato con la peggiore destra che si sia vista da molti anni. Un dettaglio non trascurabile, se vogliamo. Alcuni attivisti italiani hanno segnalato questa cosa, che ovviamente non è piaciuta agli zapatisti. Speriamo che questo non li renda troppo diffidenti nei confronti degli italiani…
Noi arriviamo a Oventik nel pieno della giornata inaugurale del festival di cinema, con l’auditorium “Comandanta Ramona” sempre pieno di zapatisti che assistono alle proiezioni. Mangiamo qualcosa e passeggiamo gustandoci l’atmosfera, tra gli striscioni, i murales e le bancarelle che vendono magliette, adesivi e altro materiale destinato a sostenere il movimento zapatista. Quasi tutti, sia in divisa che non, indossano il passamontagna nero, anche bambini di sei anni.

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Tutto ciò in attesa di quello che sarà per noi il momento più importante: nell’ambito di questa giornata inaugurale, alle 16 va in scena uno spettacolo del collettivo teatrale Zapayasos, di cui Roberto fa parte; è una delle sue varie attività. Il nome Zapayasos nasce naturalmente dalla fusione di Zapatistas e Payasos, pagliacci. La forma espressiva scelta è infatti quella dello spettacolo di clown, ma sono clown con un grande valore sociale. Roberto e i suoi ragazzi lavorano per coinvolgere tutte le comunità e tutte le età: bambini, adulti e nonni. Spesso si esibiscono in villaggi dove nessuno ha mai visto un clown e quindi, quando arrivano con un furgone carico di giochi e colori, è come se arrivasse il circo, in un contesto in cui è raro poter avere distrazioni di questo genere. I loro spettacoli trattano sempre tematiche politico-sociali come la violenza sulle donne, la militarizzazione, ma anche il riciclaggio dei rifiuti, la gestione dell’acqua e la difesa delle risorse naturali dalla privatizzazione. Questioni che permettono, una volta finito lo spettacolo, di riflettere insieme con le comunità e di creare relazioni sempre più profonde. Zapayasos è nato nel 2007 e ne fanno parte ragazze e ragazzi di diversi paesi: Italia, Spagna, Argentina, Danimarca…
Lo spettacolo di oggi tratta il tema delle conseguenze del terremoto dello scorso anno, e soprattutto delle tante promesse mancate. Erano le 11.50 di sera del 7 settembre 2017 quando la terra, nel sud del Messico (ma il sisma è stato avvertito in tutto il paese), ha iniziato a tremare, prima con un movimento oscillatorio, poi sussultorio. L’epicentro era nel Pacifico al largo del Chiapas, l’intensità notevole: 8,2-8,4 Richter. Ed è durato un’eternità, ci ha raccontato Roberto: 3 minuti e 50 di paura, per loro e per i bambini.

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Lo spettacolo parte con Roberto e la sua futura moglie che si giurano amore eterno, mentre un ubriaco si lamenta delle sue disavventure amorose. Da un’improvvisata parrucchiera, si discute di migranti e migrazioni ma distrattamente, è evidente che l’interesse è più sulla vera grande tragedia del mondo di oggi, e cioè le doppie punte, che richiedono l’intervento dell’artiglieria pesante… ma tutto viene interrotto dalla grande scossa che manda tutto sottosopra.

Passata la botta, si capisce che la situazione è grave, serve un intervento immediato e risolutivo. Ed ecco che entra in scena lui, il governatore, che non è altri che il nostro Roby, intervistato dall’inviato della prestigiosa emittente televisiva Telemiente. Lo slogan è efficace e… paradossalmente sincero nell’enunciare l’intento programmatico del canale: Telemiente, que le miente a toda la gente! E anche… al continente. Il governatore, sicuramente preso dai suoi mille impegni e catapultato sul posto senza troppa preparazione, all’inizio fa un po’ fatica a realizzare ed esclama: “Che bella festa!”, ma si riprende subito e, dopo aver dispensato medicinali (probabilmente scaduti) a caso, assicura che quando arriva lui è sempre un gran giorno. Promette di costruire un bel parco acquatico, con piscine per grandi e piccini. Gli fanno notare che forse ai terremotati servirebbe prima un posto per dormire, ed ecco il colpo di genio: promette a tutti una casa a tre piani con la scala… a chiocciola, a caracol! Che trovandosi in un Caracol è quanto mai appropriato.

Arrivano gli aiuti, ma non sempre finiscono nelle mani giuste: l’esercito e le forze dell’ordine si distinguono nel far sparire anche quello che la solidarietà popolare aveva permesso di raccogliere per sopperire alle prime necessità delle popolazioni. Arriva un rappresentante della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Interamericana di Sviluppo, insomma di tutte quelle istituzioni su cui i popoli sanno di poter contare, soprattutto in questi casi… e infatti, con la scusa di verificare presunte irregolarità, requisisce tutto. Ma niente paura, dice consegnando un biglietto da visita: se avete qualcosa da obiettare potete parlare con mio cugino che è avvocato, fratello del giudice e nipote del… peccato che sul biglietto da visita sia scritto: Mariachi.
Insomma, per dare un vero aiuto alle popolazioni colpite non resta che organizzare una gran riffa, dove solo chi ha fortuna può sperare di portare a casa qualcosa. Nonostante tutto, si cerca di dare un messaggio finale positivo e cioè che le persone unendosi e autorganizzandosi possono trovare le forze anche per far fronte a un disastro. Però, anche se fatta con il naso rosso e in allegria, è una satira feroce. Come deve essere la satira, peraltro, altrimenti non è.
Alla fine siamo tutti entusiasti e Roberto fa il pieno di complimenti. Io mi sono divertito veramente molto, lo spettacolo è godibile e ben costruito anche come intrattenimento, ma soprattutto va a toccare i punti nevralgici della questione con immagini efficaci e comprensibili da tutti, a maggior ragione qui dove le discussioni sulle politiche nazionali e internazionali che portano a perpetuare le condizioni di subalternità degli indigeni e a negarne i diritti più elementari sono all’ordine del giorno. I ragazzi poi sono tutti bravi, molto espressivi e comunicativi. Con poco o nulla sono riusciti a tirar fuori uno spettacolo veramente bellissimo.
Noi, ora, vorremmo provare a vedere un film, probabilmente il più importante che si proietta oggi e cioè “Roma” di Alfonso Cuaron, che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia. Il film è ambientato negli anni ’70 e segue le vicende di una famiglia nella colonia Roma di Città del Messico. Ma entrare è molto difficile, anche per la presenza di molte autorità, se si può usare questa parola riguardo all’organizzazione del movimento zapatista: abbiamo saputo poi da Andrea che effettivamente il Sup, Marcos-Galeano, era presente.
Andrea, però, lavorando con le sue conoscenze, è riuscito a farci avere un incontro con alcune rappresentanti della Junta del Buen Gobierno di Oventik, e questo per tutti è già una grande emozione. Nell’attesa raccogliamo un piccolo contributo per le radio comunitarie zapatiste e ci prepariamo un breve discorso da fare per spiegare chi siamo, cosa ci facciamo qui e per esprimere la nostra vicinanza alle ragioni dello zapatismo. Andrea ha detto che non vuole parlare lui, che è di casa qui. Vuole che siamo noi a spiegare il senso del viaggio e della nostra presenza qui oggi. Come portavoce del gruppo è stata scelta Raffaella, che avendo vissuto per un anno a Tenerife in Erasmus parla molto bene spagnolo ed è una donna, il che sembra l’ideale visto che le esponenti della Giunta sono tutte donne.
Intanto ci ha raggiunto un altro gruppo che in questi giorni sta facendo un altro tour con Lajkin, leggermente diverso dal nostro. Entreranno anche loro nella sala della Giunta con noi.

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Quando, dopo un po’ di attesa che ci sta, veniamo ricevuti nella saletta, ci danno il benvenuto e Raffaella, brava e precisa, spiega che tipo di viaggio stiamo facendo e cos’è ViaggieMiraggi, senza dimenticare il patrocinio di Radio Popolare. Aggiunge anche che sosteniamo il movimento zapatista perché riteniamo che sia tuttora un importante esempio per tutti i popoli in lotta per la loro terra e i loro diritti contro i governi repressivi e lo strapotere delle grandi multinazionali.
Consegniamo il nostro contributo economico, al quale Piercarlo aggiunge una sua piccola scorta di quaderni e matite colorate per le scuole zapatiste. Ci firmano una ricevuta e starebbero per congedarci, ma qualcuno nel gruppo vorrebbe che ci dicessero qualcosa di più, magari due parole sulle prospettive future del movimento, come vedono l’attuale situazione del Messico e così via. Si crea un certo imbarazzo, perché purtroppo questa richiesta non può essere soddisfatta. Loro precisano che la Giunta non è un organo politico né tantomeno militare, non ha nessuna competenza sulle strategie generali (che poi, in realtà, immagino non ci avrebbero raccontato comunque) ma si occupa della gestione ordinaria, dell’amministrazione del municipio autonomo di Oventik. Per cui, insomma, su altro non possono e non vogliono sbilanciarsi. Ripenso al Dibba, in questo momento. Forse senza quella recente esperienza avrebbero concesso qualcosa in più… probabilmente non c’entra niente, però chissà.
Forse per uscire dall’imbarazzo, qualcuno chiede se possiamo fare una foto con loro, ma la richiesta sortisce l’effetto opposto e la risposta è un secco “Eso es imposible”. A questo punto sta veramente per calare il gelo, per fortuna troviamo un diversivo: vedendo che sulla porta della sala già sono stati attaccati diversi adesivi di soggetti politici e non facenti parte comunque della grande galassia della sinistra, si decide di concludere l’incontro con questa “cerimonia”: Francesco mette un adesivo del suo circolo anarchico di Lecco e Andrea un altro adesivo antifascista.

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Noi nella casa della Junta

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A questo punto si è fatto tardi, non ci resta che tornare verso San Cristobal, anche perché Daniel non può superare un massimo giornaliero di ore di lavoro, ed è da stamattina che ci sta portando in giro. Uscendo, una ragazza cilena mi chiede se c’è un autobus per tornare, anche lei deve andare a San Cristobal. Rispondo che non lo so perché noi abbiamo un bus privato ma presumo di no, penso di aver capito che a quest’ora non ce ne sono più. Chiedo ad Andrea se possiamo darle un passaggio, lui dice di sì e quindi la compagna cilena viene con noi.
Tornando, ci fermiamo alla colonia Nueva Maravilla, all’estremità orientale della città, dove Andrea vorrebbe portarci a visitare il CIDECI (Centro Indigena De Capacitaciòn Integral), che è una scuola dove studiano circa duecento ragazzi indigeni ed è anche il più importante centro dell’organizzazione zapatista a San Cristobal. Ma in questo momento il coordinatore del centro, il Dottor Raymundo Sanchez Barraza, non può riceverci e quindi facciamo solo un breve giro con qualche spiegazione di Andrea che promette, però, per chi fosse interessato, che ci si potrà tornare domenica durante la mattinata libera che avremo qui a San Cristobal prima di partire per il mare.
Andiamo a cena. Questa volta per me sopa azteca, che è una zuppa fatta con striscioline di tortillas fritte, pomodoro, cipolla, aglio, formaggio e petto di pollo a pezzetti; poi bistecca alla messicana, con pomodoro, cipolla e riso.
Dopo di che ce ne andiamo a bere un altro mezcal per concludere la serata.

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Quinto giorno: venerdì 2 novembre 2018

Oggi ci dirigiamo verso il villaggio di Amatenango, dove è in programma un incontro con le donne della cooperativa Mujeres y Maiz.

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Nel villaggio si vedono molte case tradizionali in bajareque, fatte cioè di canne intrecciate impastate con paglia e argilla.
Il progetto della cooperativa nasce nel 2008 con l’obiettivo di rafforzare le iniziative famigliari di gruppi di donne per la produzione di tortillas, tostadas e di altri prodotti alimentari a base di mais.
Questi prodotti vengono venduti in diversi luoghi tra cui il piccolo mercato della Rete di Produttori e Consumatori Responsabili e altre aree di vendita convenzionali a San Cristobal de las Casas e Teopisca. Le donne organizzano eventi pubblici (come il Festival del mais e della tortilla) per promuovere il consumo di alimenti prodotti con mais nativo e rafforzare la cultura del mais.
Nello specifico il gruppo di Amatenango, però, è costituito da donne artigiane vasaie, che lavorano l’argilla con metodi preispanici, senza l’utilizzo di un tornio ma solo con l’abilità delle loro mani, producendo prodotti di ottima fattura.
E oggi è questa la storia che ci vogliono raccontare, di come hanno iniziato a organizzarsi per realizzare le loro ceramiche artigianali con l’ausilio di un forno alimentato con concime organico, scarti di legno e altri rifiuti agricoli provenienti da orti e campi. E di come si sono costruite da sole una casa da usare come laboratorio. All’inizio non avevano nessuna esperienza di lavoro collettivo, non sapevano come si lavora in un gruppo. Ma poi, conoscendosi e diventando prima di tutto amiche, sviluppando solidarietà ed empatia tra di loro, hanno acquisito maggiore consapevolezza e sono riuscite a portare avanti anche progetti per i quali erano, se non osteggiate, quanto meno circondate da scetticismo e a volte derisione, soprattutto da parte degli uomini delle loro famiglie. Come, appunto, quello di costruire questa casa.

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La cosa più bella, però, è vederle all’opera, vederle impastare l’argilla e plasmarla con le loro mani sapienti: in pochi minuti, sorridendo e scherzando tra loro, sono in grado di produrre tazze, tazzine, bicchieri e altro vasellame, a cui possono dare ad esempio le forme tradizionali della colomba e del giaguaro.
È bello anche ammirarle nei loro vestiti tradizionali: la blusa tipica di Amatenango è rossa con una banda orizzontale giallo-arancio. Su questa banda ci sono altre sottili strisce colorate, il cui numero varia con l’età della donna: le signore più anziane ne hanno di meno.
Anche noi veniamo invitati a saggiare le nostre abilità di vasai. Io non mi cimento, sono piuttosto pessimista sulle mie possibilità, conoscendomi e sapendo che sono assolutamente negato per qualsiasi lavoro manuale. Nel gruppo c’è chi invece ha già esperienza o comunque dimostra delle buone capacità. Anche il giovane Francesco, un po’ alla sua maniera, è riuscito a realizzare un’opera della quale si mostra orgoglioso, che non è proprio un vasetto ma sembra più un calice, tant’è che viene definito “il Santo Graal”. Peccato però che una delle ragazze della cooperativa inavvertitamente lo urti, distruggendolo. Lui finge disappunto mentre lei si scusa, dispiaciuta ma anche divertita, tra le risate generali.

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Il pranzo, naturalmente preparato con amore e dedizione dalle donne della cooperativa, si svolge nella nuova casa in adobe ed è a base di tostadas, cioè di tortillas croccanti, accompagnate con formaggio, carote, pomodoro, salsa piccante e pico de gallo, un’altra specialità messicana: è una salsa fresca fatta con pomodori, cipolla e peperoncini verdi dolci tagliati a pezzetti piccoli, che si può mettere un po’ dappertutto.
Chiacchierando con Daniel, scopriamo anche che dopo che ha lasciato l’esercito gli avevano proposto di entrare nell’EZLN, tramite un ex commilitone diventato nel frattempo zapatista (o che forse lo era già ed era stato infiltrato nell’esercito per apprendere le tattiche). Ma lui ha rifiutato, sempre per la famiglia.

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Piccola nota a margine sui miei progressi nell’apprendere qualche espressione tipica messicana: ho imparato ad esempio che la tangente, ovviamente molto diffusa in questo paese, si chiama mordida. E poi ho sentito qua e là usare anche il verbo chingar nei suoi vari derivati: chingon, chingada, chingadera, ecc. Intuisco dal contesto in cui si usa che è volgare e che si riferisce in qualche modo all’atto sessuale, ma devo ancora capirne di più. Si va su un terreno delicato, meglio non azzardare parole di questo tipo se non se ne conosce esattamente il significato e soprattutto gli usi. Leggendo “Il labirinto della solitudine”, poi, ho trovato una lunga trattazione su questo verbo, che non riporterò qui ma in sostanza Octavio Paz dice che esprime violenza e sopraffazione, concetti che sono connaturati nella cultura messicana a partire dalla colonizzazione, che è stata una enorme violenza. Da allora la vita del messicano si riassume nell’alternativa tra chingar ed essere chingado. In Messico l’insulto peggiore non è “hijo de puta” ma “hijo de la chingada”, perché la più grande vergogna non è essere figlio di una donna che si prostituisce per scelta, ma essere frutto di una violenza, come se ci fosse una sorta di senso di colpa che ogni messicano inconsciamente prova per essere in qualche modo figlio della violenza della colonizzazione.

L’atmosfera è molto piacevole e ci vorremmo fermare ancora a lungo, ma dobbiamo ripartire. Ci aspetta un viaggio non brevissimo per raggiungere i laghi di Colon, dove ci fermeremo questa sera.
I laghi di Colon sono tra gli specchi d’acqua balneabili più belli del Chiapas. Sono formati dalle acque di un fiume che arriva dal Guatemala e si divide in vari bracci entrando nel territorio montagnoso del Chiapas, lasciando sui suoi passi incantevoli pozze d’acqua cristallina di diverse grandezze e colori. Questi laghetti sono collegati da canali che disegnano piccole cascate tra gli alberi e piccole valli, creando una sorta di spettacolare spa naturale che si estende per quasi 3 chilometri. Più avanti le acque dei laghi si uniscono nuovamente per formare un fiume che segue il suo corso verso sudest fino a perdersi nell’Alto del Grijalva.

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I laghi si trovano nel territorio di un villaggio che si chiama, appunto, Cristobal Colon (vale a dire Cristoforo Colombo) e sono proprio gli ejidatarios del luogo che li curano e li amministrano.
Noi arriviamo nel tardo pomeriggio, comunque in tempo per un bel bagnetto rinfrescante con cui prendere confidenza con questo posto meraviglioso. Dopo di che ci sistemiamo nelle spaziose e confortevoli cabañas gestite dalla cooperativa comunitaria.
Qui ci troviamo nella selva bassa, e in qualche modo lo si capisce anche dalla fauna. Nella cabaña io e Francesco abbiamo trovato una rana in bagno, un paio di gechi e insetti vari. Lui che è appassionato di animali di ogni genere, poi, ha fatto anche una ricognizione all’esterno e ha trovato, tra l’altro, un serpentello e uno scorpione.
La serata inizia con un aperitivo nel baretto della cooperativa, dove il clima è estremamente rilassato. Possiamo servirci da soli e prendere delle bottiglie di birra Dos Equis fresche dal frigo; sono piccole, la birra è leggera, disseta ma quasi non la senti… e così una tira l’altra.
L’aperitivo si trasforma rapidamente in una cena conviviale con una bellissima atmosfera. Sentendo il bisogno di qualcosa di un po’ più forte della Dos Equis, chiediamo della tequila. Il gestore, scusandosi, dice che non ce l’hanno, ma ci propone un altro “liquore di agave” non meglio identificato. Insistiamo che vorremmo della vera tequila, e allora si offre di andarla a prendere per una modica cifra. Torna con una bottiglia di scarsa qualità sicuramente comprata all’emporio, ma è meglio che niente, ci accontentiamo.

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Sarà il posto, saranno le birre (io credo di essere arrivato a 5-6, non potrei giurare sul numero esatto, comunque c’è sicuramente chi ha fatto meglio), sarà la tequila… sta di fatto che a un certo punto, non so bene come, cominciamo a cantare a squarciagola canzoni di lotta latinoamericane e non. Roberto le sa tutte, ma anch’io mi difendo. Lui canta bene, io magari meno, ma non importa, ci provo.
Si parte con Bella Ciao (inevitabilmente), poi Hasta siempre comandante, Fischia il vento, Contessa, El pueblo unido… e via così.
Nel gruppo c’è Marcella che è una professionista, ex insegnante di musica e attiva come cantante e chitarrista in diversi gruppi, con un repertorio anche molto latinoamericano. Lei partecipa, ma vorrebbe riportarci un po’ all’ordine; più che altro ci dice, disperatamente: “Dobbiamo intonarci!”. Fosse facile… io le spiego che vado tutto a orecchio, non saprei neanche bene come cambiare tonalità e forse sono pure stonato, anche se lei, probabilmente per gentilezza, dice di no. Per di più ormai la situazione è abbastanza degenerata, le possibilità di recuperare un certo contegno sono minime. Anche altri propongono canzoni, sempre di carattere politico-nostalgico… del resto siamo così, è un gruppo di Radio Popolare, non possiamo mica dimenticarlo. Almeno all’inizio, poi in realtà viene fuori un po’ di tutto: Azzurro, Nel blu dipinto di blu, Via del Campo, un accenno di Creuza de ma’, ‘O surdato ‘nnammurato, Reginella.
Un paio di video che danno abbastanza l’idea:

 

Nel frattempo la prima bottiglia di tequila è finita; ne chiediamo un’altra, ma il gestore ci ripropone il “Licor de agave” (l’emporio deve aver chiuso, ormai, o lui non ha voglia di farsi un altro viaggio). Stavolta ce lo prendiamo, a questo punto va bene anche quello.
I messicani ci applaudono quando cantiamo il grande classicone Cielito Lindo e Carabina 30-30, che è una canzone della rivoluzione messicana, dedicata a uno dei fucili più in voga all’epoca; è un buon esempio della definizione di corrido che abbiamo dato all’inizio. Io la conosco soprattutto per la versione ska della Banda Bassotti, ma mi piace anche questa più classica che ha fatto Daniele Sepe con la sua band:

Carabina 30-30

Sull’onda di questo coinvolgimento entra in scena un nuovo grande personaggio: l’archeologo, uno dei curatori del sito archeologico del Lagartero, che visiteremo domani. Anche lui sembra aver buttato giù più di una tequila, dal tono di voce e dall’enfasi spropositata con cui ce ne parla. Si rivolge soprattutto a me, forse perché ha sentito che parlo la lingua, e mi chiede cosa ci aspettiamo di vedere e trovare domani. “La cultura maya” – rispondo, ma dice che c’è di più. “La naturaleza y la cultura maya todo junto” – provo a dire. Va già meglio, ma sembra che la vera particolarità che rende unico questo sito siano le piramidi “afflosciate”. Come un budino, dice Roberto. Ma non è chiaro se siano state costruite già così o se il cedimento sia avvenuto nel corso dei secoli, come sostiene il nostro archeologo. Dovremmo dar retta a lui, in teoria, ma a vederlo diciamo che non appare proprio nel pieno delle sue facoltà. Un po’ di curiosità comunque a questo punto è riuscito a risvegliarla, e domani la potremo soddisfare.
Ma intanto la serata prosegue, tra risate, canti e licor de agave. Alla fine, visto che la bottiglia non è finita e che l’abbiamo pagata, io e Francesco ce la portiamo via; non si sa mai, nei prossimi giorni potrebbe servire.

 

Sesto giorno: sabato 3 novembre 2018

Oggi potremo finalmente vedere le misteriose piramidi a budino, purtroppo senza il contributo di quello che è ormai il nostro archeologo di riferimento. Avevo capito che sarebbe venuto, invece pare che ci dovremo arrangiare. Ad ogni modo Roberto è molto preparato ed è più che sufficiente lui, come guida. Per arrivare qui abbiamo dovuto guadare un fiume col pullmino, con l’eroico Daniel che non faceva una piega.

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Il sito archeologico del Lagartero si trova ad una quota tra 500 e 600 m sul livello del mare, in un’area nel sudest degli altipiani del Chiapas, vicinissimo al confine col Guatemala. Qui, su piccole isole e penisole che si formano dentro i laghi di Colon, si trovano i resti di quello che fu un grande centro civile e religioso, la cui area cerimoniale si trova in un’isola conosciuta come El Limonal, ubicata al sud dei laghi.
Durante il classico tardo (700-900 d.C.) il Lagartero fu un punto importante e centrale della regione. Le costruzioni principali sono più di quindici piramidi, tra le quali le più grandi raggiungono un’altezza di 12 metri. C’è la piramide chiamata dei vasi, la piramide delle tombe, quella del Guajil e quella del Dio del vento. Ci sono anche piazze chiuse e aperte, e varie piattaforme di differenti dimensioni, alcune collegate e altre isolate. E ancora permangono resti di strutture su piattaforme, altari e piccole piattaforme dove viveva la gente.
In generale le strutture civico-religiose delimitano le piazze e quelle domestiche formano piccoli cortili che si concentrano maggiormente nella parte sud ed est del sito. L’area di abitazione, peraltro, si estendeva anche nei dintorni dei laghi.
Sebbene la zona sia stata investigata da più di vent’anni, i lavori di scavo continuano tuttora.
In quest’area vivevano probabilmente governanti, sacerdoti e commercianti, mentre la gente comune viveva nei dintorni. Anche questa era una città-stato con una struttura gerarchica piramidale. Le parti che si conservano sono solo quelle parti delle case fatte di pietra, vale a dire fondamentalmente le otto piattaforme più basse. Tetti e muri, che erano fatti di materiali deperibili come legno, rami, canne, fibre vegetali e fango, sono naturalmente andati persi.
C’è anche un campo per la pelota, che si giocava soprattutto in occasione di equinozi e solstizi.
Le piramidi sono costruite con una tecnica “a cipolla”, intorno e sopra una piramide più piccola.
Quella chiamata del Guajil, dall’albero che le è cresciuto sopra, è quadrangolare e alta circa 11 metri. Le pareti sono in parte diritte, in parte inclinate. Nella parte superiore sono stati ritrovati i resti di un tempio composto di due locali, e sepolture umane con decine di crani e di ossa.
Nella piramide delle tombe è stata ritrovata una stele, che doveva trovarsi originariamente alla base della piramide, ma poi con l’arrivo di altri governanti probabilmente perse importanza e venne riutilizzata come base di una tomba. Vi è rappresentato un personaggio maya in piedi su uno strato di canne, vestito con un perizoma annodato nella parte posteriore. Porta i sandali, una piccola borsa nella mano sinistra, ha il braccio destro alzato con il pugno chiuso e un copricapo con le piume. Ha le orecchie grandi e una collana di perline. Sotto di lui si vede un’altra persona più piccola, sdraiata su una panca e con il petto aperto, segnale che si tratta di un sacrificio.
La piramide più grande è stata restaurata, cioè sono state ricollocate le pietre trovate qui in quella che si presume fosse la posizione originale, ma non è stata ricostruita con altre pietre. Nell’archeologia messicana ci sono stati due grandi criteri di intervento sulle costruzioni preispaniche: restauro e ricostruzione. Qui si è deciso di non aggiungere nulla, ma di rispettare la forma in cui sono state trovate le costruzioni.

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La grande domanda resta sul perché della forma “a budino”. Stando a quello che dicono i pannelli esplicativi, l’apparenza “sinuosa” e curva è dovuta ad un collasso delle strutture, che in origine dovevano essere dritte. Sembra, insomma, che avesse ragione l’archeologo. È comunque qualcosa di unico, in tutta l’America Latina non ci sono altre piramidi con questo aspetto.
Vicino alle piramidi si trova anche una ceiba, un monumentale albero sacro. La ceiba, che può vivere diversi secoli, è uno degli alberi più grandi della selva centroamericana. Per i maya era l’asse del mondo, spesso è rappresentato un tronco di ceiba che connette la terra con l’inframundo e con il cielo. Alcuni incensieri maya, fatti per bruciare copal o resine aromatiche, hanno una forma che assomiglia a quella di una ceiba giovane.
Roberto ci fa vedere anche un matapalo, un albero parassita che, dato che nella selva folta la luce è abbastanza scarsa al livello del suolo, si attacca a un altro albero per arrivare alla luce solare e, crescendo dall’alto, arriva a strangolare e uccidere completamente l’albero che lo ospita. Per questo si chiama mata(ammazza)-palo.

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Dopo la visita, arriva il momento di rilassarsi con un bel bagno. Ci sono diversi punti dei laghi dove ci si può bagnare, tutti spettacolari. E in acqua si sta veramente da Dio.
Ci avviamo verso il comedor che ci aspetta per il pranzo, che si trova sulla riva di uno dei laghi più grandi. Qualcuno ci arriva addirittura a nuoto, ma più o meno tutti prima del pranzo ci concediamo un’altra nuotatina. C’è anche la possibilità, per chi vuole, di un giro in canoa.

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Per pranzo pesce alla griglia con riso, maionese, fagioli e pico de gallo. Dopo di che, un ultimo bagno per salutare degnamente questo posto da favola e si riparte in direzione di San Cristobal.
Una doccetta, un po’ di relax e siamo pronti per la cena.
Questa sera caldo de marisco (zuppa di frutti di mare), nachos con crema di fagioli e quesillo (formaggio), quesadillas Lacandona (con pollo, banana e l’onnipresente crema di fagioli).
Nel locale dove ceniamo suona Carlo Massarelli, un ragazzo pugliese che vive qui da diversi anni e che ha un bel repertorio di musica popolare messicana, italiana e dei più diversi luoghi del mondo, spaziando dalle valli occitane alla Magna Grecia. A noi regala una bella versione di Bella Ciao, quella meno nota delle mondine.

Dopo cena, per chi vuole, Andrea ci accompagna in un locale molto alternativo di San Cristobal, El Paliacate. Come si fa a dire di no? Con un gruppetto che annovera la coraggiosa Lia come unica donna, ci facciamo lì un mezcal, una partita a calciobalilla e piacevoli chiacchiere.

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Quando usciamo c’è ancora molta gente in giro truccata per il dia de muertos, si sentono urla e botti.
Per noi, tornando verso l’albergo, un bel fuori programma: in un altro locale stanno suonando i Makila 69, uno dei gruppi più quotati della scena alternativa messicana. Noi ci fermiamo poco, purtroppo, ma è comunque una degna conclusione della nostra ultima serata a San Cristobal. Un assaggino:

 

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(Continua…)