Con ViaggieMiraggi a Leopoli, la piccola Vienna dell’Ucraina occidentale, la città dove i confini si annullano.

Sabato 11 maggio 2019: La stazione dove finiva l’Europa, le mille storie del cimitero di Lychakiv e un tango polacco

Questa mattina fa ancora fresco, ma il tempo è più clemente rispetto a ieri: non piove e, secondo le previsioni, più tardi spunterà un pallido sole su Leopoli.
Il viaggio nel tempo di oggi parte da un altro luogo pieno di un valore simbolico fortissimo: la vecchia stazione di Leopoli, quella principale, costruita nel 1904, una delle più moderne, allora, dell’impero austroungarico, che riempiva di orgoglio ogni abitante della città con i suoi due alti padiglioni dalle volte in vetro in cui arrivavano i treni a lunga percorrenza da Vienna, Berlino, Parigi e Londra, e con le eleganti sale d’attesa rivestite in legno e l’illuminazione elettrica. Quella di cui Martin Pollack scrive così:
«Nei due grandi padiglioni da cui partivano i treni c’era una fitta calca. Mi sembra di rivedere i venditori con i cesti di vimini pieni di beigeln, panini rotondi coperti di semi di papavero; gli strilloni adolescenti con i giornali ruteni, polacchi, yiddish (Dilo, Slowo Polskie, Kurier Lwowski, Tugblat); i contadini ruteni che tornavano nei villaggi dopo aver portato i loro prodotti al mercato di Leopoli; gli huzuli (il popolo ruteno delle montagne, ndr) nei pantaloni rosso vivace con dei sacchi di lino pieni di oggetti in legno intagliato, piatti, cucchiai, cassettine intarsiate; i proprietari terrieri polacchi con gli stivaloni; i viaggiatori russi con le pellicce ingombranti; gli ufficiali dei diversi corpi, che andavano a Cracovia, Praga o Vienna per servizio o anche soltanto per diletto; e ancora mendicanti, venditori ambulanti ebrei che si guardavano intorno temendo che ci fossero le guardie. Un ultimo sguardo sul crogiolo di popoli della Galizia orientale. Di fronte al tabellone giallo con gli orari delle partenze e degli arrivi dei treni per Varsavia, Berlino, Parigi e Vienna si accalcano eccitati i viaggiatori.
Nell’atrio della stazione finisce la Galizia orientale, che Karl Emil Franzos ha definito con disprezzo Halb-Asien (mezza Asia, ndr); nella sala d’attesa di seconda classe inizia l’Occidente. […] Un magnifico salone, con comode poltrone in pelle, specchi molati in cornici dorate, lampadari di cristallo e candelabri veneziani, alla parete un ritratto a grandezza naturale dell’arciduca Carlo Ludovico con i favoriti biondi accuratamente pettinati, in alta uniforme da ulano. La grande porta a vento a doppio battente con le parti metalliche in ottone lucido smorza il rumore proveniente dalla sala della biglietteria.»
Per raggiungere la stazione allora c’era un tram elettrico che correva lungo questa via che stiamo percorrendo, che allora si chiamava proprio Karl Ludwig Strasse e che fino al 1991 era un viale alberato. Il biglietto di prima classe costava dieci centesimi, quello di seconda otto. Adesso la facciamo in pullmino, ma la pavimentazione a sampietrini, credeteci o no, è la stessa di allora, o meglio lo era: la stanno rifacendo proprio ora, per la prima volta in 115 anni. E per questo purtroppo davanti alla gloriosa facciata c’è un cantiere che un po’ la deturpa e che disturba la visuale.

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A raccontarci tutto questo c’è la nostra guida di questa mattina, Artem (che penso sia il corrispondente ucraino di Artemio). Artem è un ragazzone ucraino con la barba, che indossa un berretto in stile militare; non so se sia un tipo di copricapo che porta normalmente o se faccia parte del personaggio che si è creato, ma comunque tutto sommato ci sta. Preparato è preparato, parla con voce stentorea in un ottimo inglese ed è piuttosto serio in generale, ma spesso e volentieri si concede una battuta.
Ci spiega che sull’elegante facciata bianca art nouveau, ai due lati dell’arco del portale con la sua pensilina in ferro battuto, ci sono due statue: quella a sinistra simboleggia il commercio, con la bilancia che porta in una mano, e il viaggio, con il bastone che porta nell’altra; quella a destra invece rappresenta un fabbro, perché il metallo è il materiale di cui è fatta la ferrovia. La parola Voksal che campeggia sulla sommità della facciata, sotto la cupola e tra le due torrette, è una parola russa ma deriva in realtà dal tedesco Volkshalle, sala del popolo. Qui però il termine usato dalla gente per parlare della stazione, nel dialetto dell’Ucraina occidentale, è qualcosa che ha più a che vedere con la parola palazzo, proprio perché all’epoca della sua costruzione era percepita come un grande palazzo che avvicinava i popoli dell’Impero. E riguardo alle decorazioni: “Signori, era la Belle Epoque: decoravano tutto, anche le stazioni ferroviarie!”.
La palma in ferro battuto, senza saldature, che vediamo, è un simbolo di unità tra est e ovest del paese ed è la copia di un’opera d’arte realizzata da un fabbro di Donetsk utilizzando materiale proveniente dalla ferrovia. L’originale vinse la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900 e si trova ancora a Donetsk, ma esistono cinque copie nelle stazioni più importanti del paese.

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All’interno della stazione c’era una rappresentazione dell’Arcangelo Michele, principe delle milizie celesti, colui che suonerà la tromba del Giudizio, molto caro all’iconografia ortodossa e patrono, tra l’altro, dell’Ucraina. Ma in epoca sovietica venne fatta sparire. Secondo Artem dovremmo riuscire a sentire l’odore del carbone bruno (lignite) che è ancora usato nelle stufe che riscaldano i vagoni dei vecchi treni di epoca sovietica. In realtà, dice, in inverno si sente forte, ora che siamo in primavera si sente molto affievolito e in estate sparisce del tutto per poi tornare con la stagione fredda successiva.
Le sale d’aspetto, conferma, erano separate per classe. I signori non dovevano soffrire per la calca e gli odori che c’erano nella sala di terza classe, frequentata dal popolino, dagli ebrei e dagli zingari, ma si riposavano invece tra gli stucchi e i lussuosi mobili di legno scuro in stile viennese della sala di prima classe, realizzata sul modello di un club per gentlemen inglesi. Qui c’è tuttora un ristorante, che ora è piuttosto popolare anche per colazioni e pranzi di tutti i giorni, ma saltuariamente viene usato per grandi banchetti. Non era male neanche la sala di seconda, il cui modello era una casa borghese galiziana.

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Andando ai binari, possiamo vedere che anche i due padiglioni con le volte in ferro e vetro sono ancora com’erano allora, quando erano costruzioni molto all’avanguardia. Il ferro, prima del ‘900, era considerato qualcosa di esteticamente brutto e veniva sempre coperto con i mattoni, mai lasciato a vista. Fu Gustave Eiffel a rompere il tabù con la sua torre, facendo di una struttura in metallo un manufatto da ammirare. E dopo di lui, anche nel resto d’Europa si cominciarono a realizzare costruzioni con ferro a vista. Questa stazione fu la prima opera di questo tipo nel territorio dell’attuale Ucraina.

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Gli ucraini, dice Artem, hanno una passione per i vecchi treni a vapore, tant’è vero che su alcuni di questi, le cui locomotive e carrozze sono state restaurate, vengono organizzati giri turistici intorno a Leopoli, che raccolgono sempre molte adesioni. Sappiamo – continua – che le nostre strade non sono paragonabili alle vostre strade alpine, ma da qui al confine polacco ci sono tre stazioni, costruite prima della Grande Guerra, unite da un tratto di ferrovia montano tortuoso e spettacolare, con dodici gallerie e dieci viadotti: è la parte più bella della rete ferroviaria ucraina, che piace sia agli ucraini che ai polacchi.
I treni sovietici erano a scartamento ridotto, quindi non potevano essere utilizzati oltreconfine, dove i binari erano più larghi; il problema è ancora presente, perché parecchi di quei treni sono ancora in servizio. Ora però esiste un sistema meccanico che permette di stringere e allargare l’asse tra le ruote, così si può evitare di cambiare treno. Esistono ancora treni che vanno in Russia, ma ci si va sempre senza passare dal Donbass.
Artem, sebbene il suo look sia piuttosto da duro, è simpatico e ciarliero, e allora c’è chi prova a sondare il terreno chiedendogli cosa pensa delle ultime elezioni presidenziali, che solo poche settimane fa hanno premiato, a sorpresa ma fino a un certo punto, l’ex attore comico Volodymyr Zelensky, che con un programma generico e populista ha sconfitto il presidente uscente, il nazionalista Poroshenko. Sappiamo che la Galizia è la sola regione ucraina che ha votato in controtendenza, e anche lui infatti non nasconde il suo scetticismo, sfoderando per l’occasione tre parole in perfetto italiano: drammatico, terribile, tragedia. Effettivamente non è facile capire, in questo momento, dove stia andando il paese, ma direi che è una sensazione che tristemente ci accomuna.

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Lasciata la stazione, partiamo per quella che sarà la seconda tappa importante della giornata: il cimitero di Lychakiv. Per arrivarci, attraversiamo un quartiere costruito ex novo all’inizio del ‘900 distruggendo un antico villaggio: i suoi viali ampi raccontano l’ottimismo di quegli anni in cui si pensava che si stesse aprendo per l’umanità un periodo di progresso luminoso e senza guerre. Pochi anni dopo, la Prima Guerra Mondiale si sarebbe incaricata di smentire queste rosee previsioni.
Qualche altra fermata significativa in città: una davanti alla casa di Joseph Roth, dove lo scrittore visse per vent’anni prima di spostarsi a Berlino e a Parigi. In quel momento storico i curatissimi palazzi Art Nouveau del periodo a cavallo tra i due secoli cominciavano a lasciare il posto al Bauhaus e al funzionalismo, caratterizzato dall’assenza di qualsiasi decorazione. Poi il periodo sovietico: il solo edificio esteticamente bello costruito in quel periodo è il bianco palazzo della Facoltà di Veterinaria, con le sue colonne corinzie a sostenere il frontone. Questo si chiamava “Stile Impero Staliniano”, dice Artem, ma lo dice con un gioco di parole che funziona solo in inglese: si può chiamare “Empire Style” o “Vampire Style”, a significare quanto quel regime succhiasse il sangue del suo popolo. Lo abbiamo già capito, sarà difficile sentire in questi giorni qualcuno che riesca a tirare fuori anche un solo aspetto positivo del periodo sovietico. Chiunque qui, chi lo ha vissuto e chi no, lo vede come una lunga parentesi buia segnata non solo dal comunismo e dalla dittatura ma anche (forse soprattutto) dall’oppressiva presenza russa e dal tentativo di russificazione dell’Ucraina. È forse questo che, più di ogni altra cosa, non si perdona ai sovietici.

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Poi ci fermiamo davanti a casa di Miss Polonia 1931, che veniva da una famiglia nobile di origini italiane e ungheresi. Naturalmente, è l’occasione per dire quanto sono belle le ragazze di Leopoli, riconoscimento che a sentire Artem viene da tutto il paese e che forse è legato proprio alla varietà dei gruppi etnici che storicamente sono stati presenti.
Di nuovo, da tutto quello che sentiamo viene fuori la peculiarità di questa città. Una bella descrizione delle caratteristiche degli abitanti di Leopoli la dobbiamo a K. Makuszyński, che ha scritto a tal proposito:
«Più solidali dei massoni, più solidali di tutte le società segrete conosciute e sconosciute, più solidali della stirpe d’Israele, insomma i più solidali in tutto il mondo sono gli abitanti di Leopoli. Essi costituiscono una mafia – una società più stretta – ma disinteressata. […] Un leopolino triste è un paradosso, o un errore della natura, o sicuramente un inganno. Da che cosa sono uniti questi matti? E proprio qui sta il segreto di Leopoli, l’incantevole, bel segreto dell’anima di questa città. La causa è la magia che questa città spande su ciascuno, su chi vi è nato oppure si è fermato per un lungo tempo. Ciascuno di noi ama la propria città, qualche volta la adora, sempre ne sente la nostalgia. Il sentimento che uno di Leopoli ha per questa città non è più l’amore, è – a volere essere sinceri – un’ossessione.»
Nella zona universitaria, c’è il monumento dedicato ai medici che morirono sui campi della Seconda Guerra Mondiale per salvare e curare i soldati, monumento che rappresenta un uomo che porta in mano il proprio cuore e lo sacrifica. L’ispirazione viene da un testo di Gorkij, dove il condottiero Danko trascina il suo popolo attraverso le tenebre e per portarlo fuori dall’oscurità si strappa il cuore, che usato come torcia darà la luce per illuminare la via alla sua gente. E qui c’è un’altra battuta dal retrogusto amaro di Artem: Oggi sul cuore ci sarebbe il prezzo, a significare che il sistema sanitario è attualmente così corrotto che per qualsiasi cosa bisogna pagare una tangente, ogni diritto diventa un favore. Ce lo raccontava ieri sera anche Mariana. Ulana Suprun, di origine ucraina ma cresciuta negli Stati Uniti e lì diventata medico e attivista, nominata Ministra della Salute ucraina da Poroshenko, ha tentato di fare una grande riforma sanitaria per combattere questo sistema corruttivo e clientelare, con l’obiettivo di dare un’assistenza sanitaria realmente gratuita a tutte le persone in stato di bisogno, ma si è dovuta scontrare con una casta di oligarchi corrotti.

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La speranza anche qui viene dai giovani, che sono circa un quinto della popolazione di Leopoli e che frequentano le sue 15 università: medicina, veterinaria, politecnico, accademia militare, accademia della polizia, scienze agrarie e forestali, arte, musica… ogni facoltà è dal punto di vista amministrativo un’università a sé stante.
Noi però, ora, vogliamo ancora immergerci nella storia e nelle storie di questa città, e per farlo pochi posti sono significativi come il cimitero di Lychakiv, aperto nel 1786, che nei suoi 42 ettari ospita più di 300.000 tombe, di cui 5000 monumentali con più di 500 sculture. La lapide più antica risale al 1675.
Nel medioevo fuori città si seppellivano i reietti, era il posto dei senza fede o di quelli che non potevano essere sepolti nelle chiese perché non battezzati, o apostati, o madri che avevano ucciso il loro bambino, o perfino gli attori, considerati quasi diabolici perché in grado di “trasformarsi” in altre persone e quindi altre anime. Poi, con l’arrivo degli austriaci, si decide che i morti devono essere portati fuori dalle mura e si costruiscono quattro cimiteri: questo nasce come cimitero delle persone benestanti ma presto si trasforma in un cimitero monumentale, un museo a cielo aperto. Ancora oggi si seppelliscono qui le persone onorabili, e ci sono ancora posti pronti per accogliere nuovi eroi. Ad esempio, ci sono tre ragazzi morti a Kiev negli scontri di Piazza Maidan durante la cosiddetta Rivoluzione della Dignità, ci sono soldati morti nel Donbass, alcune persone che sopravvissero alla repressione staliniana nei gulag, e patrioti ucraini che hanno lottato contro l’Unione Sovietica.
Lychakiv è la storpiatura ucraina del nome del proprietario terriero austriaco a cui appartenevano questi terreni dove si trova il cimitero.

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Passeggiando tra le tombe, le storie che varrebbe la pena di raccontare sono davvero innumerevoli.
Un monumento bianco che raffigura un ponte su cui corre un treno ricorda, ad esempio, l’architetto che progettò i viadotti della ferrovia.

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Abbiamo le tombe del grande matematico Stefan Banach, fondatore della scuola di Leopoli e della moderna analisi funzionale, e di Maria Konopnicka, scrittrice e attivista per i diritti delle donne e per l’indipendenza polacca nella seconda metà dell’Ottocento.

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Ci soffermiamo, tra le prime, sulla tomba di Zygmunt Gorgolewskich, o Gorgolewski, l’architetto polacco che progettò il Teatro dell’Opera. La sua storia personale è molto triste. Quando uscì il bando pubblico per l’opera, oltre al progetto e al budget, il candidato doveva anche occuparsi della scelta del luogo. Lui convinse un po’ tutti che fosse possibile realizzare un’opera così imponente su un’isola sul fiume. Durante i lavori, perse tragicamente la madre, la moglie e la figlia, stroncate da gravi malattie, e cadde in una profonda depressione. Qualche anno dopo, a lavori ancora in corso, quando lo chiamarono per comunicargli che in un muro del teatro si era creata una crepa, il dispiacere e la vergogna furono tali che ebbe un attacco di cuore e morì anche lui senza riuscire a vedere finita la sua opera.

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La tomba di Gorgolewski

Non ha un lieto fine neanche la storia, per altro rocambolesca, di Julian Konstanty Ordon, che nel 1830 guidò una delle sollevazioni polacche contro il regime zarista a Varsavia, la sua città. Fece esplodere un arsenale per uccidere i soldati russi che assediavano la città. Tutti pensavano fosse morto, compreso il grande poeta Mickiewicz che scrisse un poema dedicato alla sua morte eroica, ma in realtà non morì. Fu ferito gravemente, ma i suoi compagni polacchi riuscirono a portarlo in Inghilterra, dove fu curato. Andò poi anche in Italia, dove conobbe Garibaldi e partecipò alla spedizione dei Mille. Finì i suoi giorni a Firenze dove, ancora provato dai postumi delle ferite e soprattutto dal dolore profondo che gli dava sapere che non avrebbe mai visto la sua Polonia indipendente, si suicidò. L’Impero zarista, in quel momento, non avrebbe mai permesso che fosse sepolto a Varsavia, dove la sua tomba sarebbe diventata un luogo di culto. A Leopoli (allora austriaca) fu portato il suo cuore, che è sepolto qui, in questa tomba dove un leone ferito protegge la corona polacca. Il suo corpo, invece, si trova tuttora a Firenze.

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Qui fu sepolto il cuore di Ordon

Incredibile la storia di due ufficiali polacchi, che anche loro si opposero alla Russia zarista. Entrambi furono mandati in siberia a spaccare legna, ma furono così forti da riuscire a resistere a condizioni di vita estreme e a tornare a casa (a piedi!). Dopo aver superato una prova del genere, non c’è da stupirsi troppo che siano morti rispettivamente a 106 e 112 anni.
C’è anche la tomba di un ricco signore che era un cacciatore; quando ci fu il suo funerale, i suoi due cani, Pluto e Nero, rimasero sulla tomba a vegliarlo e in pratica per disperazione si lasciarono morire. Di fronte a un fatto così eccezionale il prete dell’epoca permise che fossero sepolti insieme al padrone e che fosse costruito un monumento che li raffigura; se ci si avvicina, si può notare che dagli occhi dei cani scendono le lacrime.

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Volodymyr Bervinsky, avvocato, giornalista e scrittore (fondatore della rivista politica Dilo), che morì sui 30 anni di tubercolosi, è importante perché nell’Ottocento contribuì molto a riportare in vita e a ridare dignità alla lingua ucraina portandola dai villaggi nelle città, che erano sotto il controllo austriaco e quindi completamente germanizzate. Nel monumento un vulcano simboleggia l’esplosione della lingua e della cultura ucraina, monumento che non a caso è realizzato in porfido del Vesuvio. La figura di donna, scolpita due anni prima della statua della Libertà, rappresenta una donna ucraina vestita in modo tradizionale che porta la torcia della libertà come la sua più famosa collega di oltreoceano.

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La tomba di Bervinsky

Qui è sepolto anche il “nostro” Ivan Franko, che ormai abbiamo imparato a conoscere. Il suo monumento è la raffigurazione di una sua poesia, che fu per lui anche un compito da completare per raggiungere un grado più elevato nella massoneria. Una poesia che parla di persone che rompono le rocce dell’ignoranza imposta da austriaci e russi per liberare la cultura ucraina. In epoca austriaca, e anche polacca, era un simbolo incredibilmente rivoluzionario; il monumento fu costruito nel periodo polacco tra le due guerre, e divenne quindi anche un modo per dire “Non diventeremo mai polacchi”, proprio nel momento in cui il governo polacco cercava in tutti i modi di liberarsi della lingua ucraina, sostenendo che si trattava solo di “uno stupido dialetto del polacco”. Franko, lo sappiamo, è un grande simbolo per tutta l’Ucraina occidentale. È conosciuto come poeta, ma in vita fu più noto come traduttore in grado di padroneggiare 17 lingue, compreso il sanscrito.

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La tomba di Ivan Franko

C’è poi la tomba di un professore universitario che si è sposato a 96 anni: quando gli chiedevano se fosse pazzo a sposarsi a quell’età lui rispondeva che non era certo per il sesso, ma che si sposava con la sua migliore studente, all’epoca 42enne, che non poteva adottare ufficialmente come figlia e che quindi faceva diventare sua moglie affinché lei potesse ereditare la sua lussuosa casa, altrimenti se la sarebbe ripresa lo Stato. In questa casa lei ancora vive ed è anzi diventata la direttrice di quella che ora è una casa-museo.
E per finire la grande gloria di Leopoli per quanto riguarda la musica, la cantante lirica Solomiya Krushelnitska, nata a circa 50 chilometri da qui nel 1872. Era figlia di un prete greco-cattolico della chiesa uniate, che le aveva già trovato un marito non appena aveva raggiunto l’età da matrimonio. Ma lei non voleva saperne di sposarsi, voleva continuare una carriera artistica già avviata e non diventare solo casa e chiesa, cucinare e sfornare bambini. Il padre capì e decise allora di regalarle la dote che era già pronta per il matrimonio e lasciarla libera, intimandole però di farsi una vita e di non tornare mai più. Arrivata a Leopoli, iniziò a cantare da mezzo soprano, ma venne poi mandata in Italia; a Milano scoprirono che in realtà era un soprano con grandi potenzialità e a soli 18 anni la fecero debuttare alla Scala.
Agli inizi del 1900 cantò in “Aida” (ruolo del titolo), nella sala del Conservatorio di San Pietroburgo, a fianco di Enrico Caruso al suo esordio nel ruolo di Radames. Cantò poi molte volte con Caruso e Battistini, anche al Teatro Bolshoi di Mosca.
Nel 1902 all’Opéra di Parigi cantò il ruolo di Elsa nel “Lohengrin”. In seguito la troveremo nei più importanti teatri internazionali, tra cui molti teatri italiani dove sarà meglio conosciuta con il nome di Salomea Krusceniski.
Il 28 maggio del 1904, su espressa richiesta di Giacomo Puccini, al Teatro Grande di Brescia porterà a trionfale successo la ripresa di quella “Madama Butterfly” che il 17 febbraio, al suo esordio alla Scala, aveva subito un fiasco clamoroso. Riprenderà questo ruolo nell’ottobre del 1905 al Teatro Comunale di Bologna sotto la guida di Arturo Toscanini.
Il 26 dicembre 1906, con la direzione di Arturo Toscanini e al fianco di Giuseppe Borgatti, cantò alla Scala di Milano nella prima milanese di “Salomè” di Richard Strauss; le cronache del tempo raccontano, non prive di meraviglia, che fu Lei stessa a eseguire “la danza dei sette veli”.
Dal 1910 in poi visse per più di quarant’anni in Italia, a Viareggio in una palazzina sul viale Carducci, al numero 25. Donna bellissima, artista colta, raffinata, informatissima (sapeva quattro lingue). In Italia troverà anche marito, un avvocato italiano, Cesare Riccioni. Grazie al marito, che per due volte fu eletto sindaco di Viareggio (anni 1900 – 1902 e 1910 – 1912) ed era un appassionato cultore del poeta Shelley, entrò in contatto con Gabriele D’Annunzio.
Nel 1923 inizierà la seconda parte della sua carriera, quella dedicata al canto “solista”; parteciperà, infatti, a numerosi concerti in diversi Paesi, esibendosi in un vasto repertorio comprendente molte canzoni popolari ucraine nelle quali lei stessa si accompagnava al pianoforte.
Dopo la scomparsa del marito, il 23 aprile 1937 ottenne il nulla osta per un passaporto per l’estero: nel 1939 tornò a Leopoli, ma non riuscì più a ritornare in Italia perché il governo non concesse il visto di uscita. Non senza difficoltà, insegnò tecnica vocale fino al 1944; la sua ultima esibizione ebbe luogo nel 1949.
Morì a Leopoli il 15 novembre 1952 e le venne in seguito intitolato il Teatro dell’Opera.

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Artem e la tomba di Solomiya Krushelnitska

Chi se lo aspettava che dietro le lapidi di un cimitero si nascondessero così tante storie? È vero che i cimiteri monumentali spesso sono così, ma qui davvero c’è una eccezionale quantità e varietà di personaggi e di vicende. E, devo dire, brillantemente raccontate da Artem, con partecipazione e con il giusto pathos, ma senza esagerare con la retorica. Merita anche lui un ringraziamento.
Ora però è il momento di andare a pranzo, e noi, con un leggero cambiamento di programma, lo faremo all’interno del museo etnografico all’aperto Shevchenkivskyi Hai, alle porte di Leopoli. Qui si trovano, ricostruiti in una verde e bucolica atmosfera, più di cento edifici storici di architettura popolare che riportano in vita le affascinanti storie e leggende dei popoli Boyko, Lemko e Huzul, provenienti dalle terre di Pokuttia, Bucovina, Podillia, Polissia e Volinia.

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Noi, nello specifico, siamo ospiti di Ivan e delle sue due figlie, che sono pronti a raccontarci, attraverso un percorso gastronomico, la cultura Lemko.
I Lemki sono un altro popolo delle montagne e gruppo etno-linguistico di origine ucraina diffuso nelle aree carpatiche. La loro lingua è stata classificata in maniera varia: a volte è classificata come dialetto dell’ucraino, a volte come dialetto del ruteno, altre ancora come dialetto della lingua slovacca e ancora come lingua a sé stante. Ciò che rimane appurato è che esiste un certo grado di mutua intelligibilità tra questa lingua e l’ucraino. La regione in cui vivono attualmente la maggioranza dei Lemki è chiamata Lemkovyna ed è situata nella parte ovest dei monti Carpazi, dove furono deportati in seguito all’operazione Vistola del 1947. L’origine del loro nome è una derivazione della parola lem, che significa “solamente”, “solo”.
Il percorso prevede innumerevoli assaggi di salumi e di formaggi, ciascuno con una sua caratteristica e ciascuno rigorosamente da accoppiare con la sua salsa, il suo miele o la sua marmellata. Sarebbe impossibile elencarli tutti. Mi limito a dire che la razza di maiale ungherese Mangalica la fa da padrona e che, tra i formaggi, spicca un prodotto simile al francese Pélardon (formaggio a pasta molle fatto con latte di capra) descritto già da Plinio.
In tutto ciò anche il bere ha, ovviamente, la sua parte. Pasteggiamo con acqua di betulla, ricavata dalla linfa della pianta e che sembra abbia straordinarie proprietà disintossicanti. Ma (c’era da dubitarne?) non può mancare l’alcol: si inizia con una Palinka (grappa in stile rumeno-ungherese) di miele e mirtilli e si finisce con un bicchierino di Chacha, fortissima acquavite di vinaccia georgiana che sfiora i 70°.
Sarà forse per questo che l’improvviso sole che spunta quando usciamo all’aperto per ascoltare il gruppo che è qui per allietare il nostro dopopranzo ci sembra ancora più caldo. E sempre per questo, forse, ci si lancia volentieri nelle danze, anche se non sempre con grande proprietà (nel mio caso assolutamente no). Del resto, questo ensemble di folk polacco invita, in questo senso.

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Iniziano suonando Torna a Surriento in omaggio alla nostra italianità, ma poi il repertorio è nel solco della musica folk per così dire “classica”, con un paio di pezzi che sembrano in puro stile country e il resto che si muove in questo territorio che sta, geograficamente, storicamente e musicalmente, tra Polonia e Ucraina. L’età media del gruppo non è bassissima, se vogliamo, ma sono bravi e simpatici. A me piace proporveli prima in un pezzo che si intitola “Tykha Voda” (acqua calma)…

… e poi in un tango davvero trascinante.

Per finire chiediamo Bella Ciao e loro, anche se non è proprio un pezzo che sanno a menadito, ce la suonano, così ci possiamo fare anche la nostra cantatina e chiudere in bellezza.
Dopo di che, ci incamminiamo per fare una mini-visita del museo etnografico.
Vediamo le tradizionali case in legno dagli altissimi tetti di paglia delle comunità Boyko, costruiti così per far scivolare la neve che nei lunghi inverni cadeva copiosa. Le case erano spesso senza camino perché per ogni camino si pagava una tassa. Una di queste è del 1848 e viene dal villaggio di Pylypets, nella regione chiamata Zacarpazia. Poi molte arnie per le api costruite anche sugli alberi, e una scuola, ricostruita sul modello delle prime scuole dove, nella seconda metà dell’Ottocento, l’Impero asburgico aveva concesso di insegnare in ucraino.

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Ci resta un mezzo pomeriggio libero e poi, per cena, siamo da Mons Pius, al quartiere armeno: Gnocchi con sugo di formaggio, Tartàre di vitello, tagliere di formaggi, maiale e per dolce un Tiramisù.
La serata, poi, la concludiamo al vicino Dzyga, il locale degli artisti, sempre nel quartiere armeno. Ci sta, per chi vuole, un giro di vodka. A me va di provare la Nemiroff “Honey Pepper”, che pur essendo senz’altro un prodotto molto più industriale ricorda il sapore di miele della medukha della prima sera. E addolcisce un po’ la sensazione che è già andato anche il terzo giorno…

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Ritratto di Francesco Giuseppe in un caffè di Leopoli

 

(To be continued…)