Viaggio nell’Albania stretta tra un passato che fatica a passare del tutto e un futuro che tarda ad arrivare. Un paese vicino ma sconosciuto, aspro ma con sprazzi di inaspettata dolcezza – Con Radio Popolare e ViaggieMiraggi

 

Capitolo 1: Tirana

Mercoledì 21 agosto 2019

L’Albania: eccola qua. Anche quest’anno ho bisogno della mia dose di Balcani, e l’Albania è uno dei pochi paesi balcanici che ancora mi mancano. E quindi essere qui è più che naturale, per me: è un ottimo modo di passare un pezzo di estate e di soddisfare tante curiosità. Senza contare che, nel gruppo di 15 persone organizzato da Radio Popolare e da ViaggieMiraggi, ci sono alcune mie amiche e amici, compagne e compagni di diversi altri viaggi, soprattutto balcanici. E che dire di Paola Piacentini, che accompagna questo viaggio per Radio Popolare? Anche Paola è una mia amica, ho fatto un breve ma piacevole viaggio con lei nel Cilento ma prima ancora l’ho conosciuta tre anni fa alla festa per i 40 anni della radio all’ex OP Paolo Pini. Per essere precisi, ci siamo conosciuti nel backstage della prima serata della festa, di cui lei e la sua socia di radio e di teatro Giorgia Battocchio erano le presentatrici (per quei pochi che non lo sapessero, Paola e Giorgia su RP sono le conduttrici di Cosa ne Bici, dove vanno in bici a caccia di storie). Io, nel mio piccolo, ero lì perché dovevo salire sul palco con loro e fare un piccolo spot per i viaggi della radio (ne avevo già fatti 4 o 5 all’epoca, ora ho perso il conto). Con noi, credeteci o no, c’era Eugenio Finardi, che doveva cantare subito dopo… ma questa è un’altra (vecchia) storia, bando alle ciance. Quello che conta è che adesso siamo qui, a Tirana, e so che ci divertiremo.
È pomeriggio, il sole picchia e fa molto caldo. Davanti a noi l’immensa piazza Skanderbeg, dedicata all’eroe nazionale albanese, colui che nel XV secolo riunì i principati albanesi per frenare l’impetuosa avanzata dei turchi, e ci riuscì per molti anni. Morì nel suo letto, una stranezza per un guerriero come lui ma anche un punto d’onore: non riuscirono a sconfiggerlo e ucciderlo in battaglia, fu solo la malaria a vincerlo. Poco dopo la sua morte, i turchi presero definitivamente il sopravvento, e non se ne andarono fino al 1912. Gjergi Kastrioti (o Giorgio Castriota in italiano) era il suo vero nome, ma si dice che l’appellativo di Skanderbeg fosse un diretto riferimento ad Alessandro Magno, dato che Iskender in turco corrisponde grosso modo ad Alessandro e Beg è un titolo nobiliare.
Le dimensioni di questa piazza, che si estende per cinque ettari nel cuore di Tirana, e le sue architetture, raccontano l’epoca del regime comunista di Enver Hoxha e la sua megalomania. Si può ancora immaginare l’esercito sfilare per mostrare la potenza del regime.
Alla sua inaugurazione la piazza aveva solo un grande cippo in pietra con scolpita la data dell’indipendenza albanese, il 1912. Con l’avvento del social-comunismo, nella piazza furono poste la statua di Lenin e quella del dittatore Enver Hoxha, poi distrutte dal popolo in rivolta nel 1992.
La piazza prese l’attuale nome nel 1968, quando, nel cinquecentenario della sua scomparsa, vi fu collocato il monumento equestre di Skanderbeg, opera in bronzo dello scultore albanese Odhise Paskali.
Concepita inizialmente nel centro storico di Tirana da re Zog I secondo lo stile neo-razionalista, fu ampliata negli anni tra il 1920 e il 1930 sotto il protettorato fascista del Regno d’Italia. Successivamente, nel periodo comunista (dal 1945 al 1992), fu rimodellata secondo gli ideali correnti del regime: ampi e ordinati viali che da essa si dipartono costituiscono il centro cittadino e conducono a vari edifici pubblici, all’università, alla galleria d’arte contemporanea (ove, fra le altre, sono esposte anche suggestive opere realiste del periodo comunista) e al maestoso Mausoleo Piramidale progettato per l’allestimento di un museo dedicato alla vita di Enver Hoxha (ora prosaicamente divenuto centro fieristico, ricreativo e bar, in clima di dissacrazione totale). Nel 2017 la piazza è stata completamente ristrutturata, 24.000 m² della sua superficie sono stati pavimentati con un mosaico di pietre naturali provenienti da tutte le terre di lingua albanese, compresi il Kosovo e la Macedonia, con la presenza di aree verdi che si interpongono tra i vuoti lasciati dagli edifici, delimitando il perimetro della piazza.
Con noi c’è anche colei che sarà la nostra guida per tutti i dieci giorni a venire, Eronida detta Nida. L’abbiamo conosciuta quando, un paio d’ore fa, è venuta a prenderci all’aeroporto con il pullmino Mercedes guidato dal simpatico autista Reshat. Nida ha 33 anni, è laureata in scienze politiche, ha studiato italiano all’istituto di cultura italiana (e si vede). Prima di fare la guida ha lavorato come giornalista scrivendo reportage e facendo giornalismo investigativo sull’area dei Balcani. Ha lavorato anche all’ICE (Istituto per il Commercio Estero) italiano e ha vissuto per qualche mese vicino a Venezia, dove lavorava nel settore dei marmi. Abbiamo capito subito che è una tipa tosta, e del resto una deve probabilmente esserlo per avere un curriculum come il suo in questo paese, ma forse un po’ in tutti i paesi. Avremo modo di scoprirlo…

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Lei è Nida

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Nida ha deciso che per noi la migliore introduzione all’Albania è visitare subito il Museo Storico Nazionale, che si affaccia proprio su questa piazza e che con il suo edificio razionalista dominato dal gigantesco mosaico intitolato Gli albanesi, realizzato da diversi artisti contemporanei, rappresenta anche con la sua pesantezza fisica l’eredità di un’epoca che non c’è più. Prima però ci vuole raccontare qualche curiosità.
Per esempio, tutti sappiamo che l’Albania è il paese delle aquile ma perché? Lo dice la parola stessa, come diceva qualcuno. Il nome dell’Albania in albanese è infatti Shqipëria, che si pronuncia grosso modo sciperìa e che significa proprio “paese delle aquile”. E Hoxha (che si pronuncia ogia), forse l’albanese più famoso di sempre, più dello stesso Skanderbeg? Hoxha è un cognome molto diffuso in Albania (certo, lo sanno tutti, è anche il vero cognome di Anna Oxa, che poi l’ha italianizzato) e significa imam.
Dei 3 milioni di albanesi che vivono in Albania, 760mila vivono a Tirana, almeno secondo le statistiche; ma in realtà sono di più, perché molte persone che vengono a vivere qui da fuori restano però registrate nel luogo di origine. Si stima quindi che in realtà gli abitanti di Tirana possano arrivare al milione. La capitale cresce a un ritmo di 50 persone al giorno, 20 mila l’anno (molti arrivano dalle campagne, altri sono emigrati di ritorno). In città sono aperti un centinaio di cantieri e ci sono gravi problemi nelle periferie. Ma è una città viva e in continuo mutamento.
La presenza italiana qui, come ovunque in Albania, è forte. Arrivando dall’aeroporto abbiamo visto una zona industriale con stabilimenti di diverse aziende italiane. Ma non è solo questo: a Tirana c’è un Piano di rinascimento urbano firmato dall’architetto milanese Stefano Boeri. Promosso dal governo centrale e progettato in stretta collaborazione con le amministrazioni locali, TR030 (si chiama così perché l’orizzonte è il 2030) fa parte di un programma che investe tutte le maggiori città albanesi, ma che in Tirana trova forse la cartina di tornasole: una città e una regione che, dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha nel 1991, hanno vissuto un decennio di caos istituzionale e urbanistico in cui l’affermazione di un “ritrovato” diritto alla proprietà privata si è tradotta sostanzialmente in una sregolata rincorsa alla costruzione e dilapidazione di grandi porzioni di territorio. Per quanto Edi Rama, socialista, sindaco di Tirana dal 2000 al 2011 e attuale Primo Ministro albanese, abbia cercato di arginarne gli effetti, mettendo in atto interventi di riassetto del suolo e recupero di spazio pubblico, l’espansione edilizia ha tuttavia continuato a tracimare nei comuni limitrofi.
Ciò anche a causa di un punto debole, strutturale, che è stato individuato nell’assenza di un’autorità di governo metropolitano. La riforma amministrativa del 2014 ha colmato quell’assenza, e da qui si è ripartiti con un’altra cornice: i nuovi confini di Tirana ne hanno infatti espanso il territorio di venticinque volte, includendo identità estremamente differenti, aree peri-urbane scarsamente popolate, centri satellite con specifiche potenzialità. Una “città caleidoscopica” che, tuttavia, dovrebbe poter contare oggi su un nuovo strumento per una sua gestione possibilmente coordinata e di più ampio respiro.
«La strategia principale – ha spiegato Stefano Boeri – propone un necessario e non più prorogabile contenimento del consumo di suolo, la discontinuità nel tessuto urbano, la frammentazione dell’edificato, eventualmente lo sfruttamento di una certa verticalità per liberare terreno ulteriore. Tirana è una città con altezze medie non elevate, ma una densità tra le maggiori d’Europa, come se fosse stata compressa sacrificando tutti gli spazi aperti».
Dovrebbe essere la continuazione di quello che lo stesso Rama, che – non dimentichiamolo – è anche un artista, fece anni fa da sindaco, cercando di ridisegnare gli spazi della città a partire dai colori degli edifici. L’atto di colorare i palazzi per lui è stato un’azione politica: il grigio rappresentava l’oppressione del regime comunista, mentre i colori la speranza e la rinascita.
Un altro simbolo di quello che dovrebbe essere il rinascimento della città è la scultura “Cosmic S” dell’artista albanese Helidon Xhixha: due grandi piramidi irregolari messe in equilibrio con precisione una sopra l’altra, che dovrebbero rappresentare due approcci diversi che coesistono in una società nella quale le diverse culture del popolo albanese sono strettamente connesse.

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“Cosmic S”

 

Ma entriamo al museo, che è grande e onnicomprensivo: si va dal paleolitico ai giorni nostri, per cui siccome non abbiamo un’intera giornata da dedicare Nida ci guiderà in un percorso relativamente breve tra gli oggetti più importanti e rappresentativi dei vari periodi.
Si parte dall’età del bronzo, quando dai primi insediamenti iniziano gli spostamenti verso sudovest alla ricerca di nuove terre. Già nella tarda età del ferro iniziano a vedersi influssi dal territorio di quella che sarà la Grecia, ad esempio in alcuni vasi. Degli oggetti curiosi di cui Nida ci chiede di indovinare l’uso si rivelano essere dei bigodini di ferro: ovviamente ci chiediamo quale peso portassero sulla testa le signore dell’epoca. È vero che se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire, ma insomma…
Quello che forse si può considerare il primo personaggio chiave della storia “albanese” (ovviamente ante litteram) è Pirro: sì, proprio lui, quello della vittoria di Pirro.
Pirro, vissuto intorno al 300 a.C., fu prigioniero e mercenario di Tolomeo, il sovrano macedone d’Egitto, ma poi si prese il trono dell’Epiro che gli spettava di diritto e da lì partì per le campagne in Italia contro Roma che lo hanno reso famoso. Ottenne una serie di vittorie, anche grazie allo spavento che incutevano i suoi elefanti; ma furono vittorie talmente dispendiose in termini di perdite di uomini, soprattutto quella di Ascoli di Puglia (attuale Ascoli Satriano), che lo portarono alla fine alla sconfitta.
Un altro oggetto significativo è la testa di Apollo proveniente da Butrinto, un importante sito archeologico che visiteremo nel corso di questo viaggio. Fu ritrovata nel corso degli scavi condotti nel 1928 dall’archeologo italiano Luigi Maria Ugolini. La particolarità è che ha sia tratti maschili che femminili: se la guardi da un lato ti sembra un uomo, ma l’altro profilo è decisamente più femminile. Tanto che Mussolini, al quale la testa era stata donata da Re Zog di Albania, credeva che fosse una dea, anche perché allora quella era la versione più accreditata. La testa era stata anche ricomposta con un corpo femminile, dal quale tuttavia era stata chiaramente scolpita separatamente (anche i tipi di marmo sono diversi). Succedeva, in quel periodo, che le statue venissero scolpite senza testa, con un buco nel quale si poteva poi alloggiare la testa successivamente e anche cambiare testa all’occorrenza. Ci sono altri esempi di questo tipo nel museo.

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L’Apollo di Butrinto

Molto bello e importante anche il mosaico chiamato “La bella di Durazzo”: è un mosaico Illirico policromo datato al IV secolo a.C. e ritrovato proprio a Durazzo nel 1916. Gli illiri, che sono secondo la storiografia gli antenati degli albanesi, sono un popolo che viveva in origine nella zona intorno al lago di Scutari, nel nord, anche se poi il termine venne esteso a definire praticamente tutti i popoli balcanici.
Passando al medioevo, scopriamo che l’aquila a due teste che compare oggi sulla bandiera albanese deriva dal simile sigillo di Giorgio Castriota Skanderbeg, sempre lui. L’aquila bicipite è l’insegna araldica tipica dell’impero bizantino. Tuttavia, è probabile che la famiglia dei Castriota se ne fosse appropriata non tanto per vanto di origini legate alle famiglie imperiali d’Oriente quanto perché in origine Paolo Castriota, avo di Skanderbeg, essendo signore di due castelli con le relative cittadine, ne voleva simboleggiare il possesso.
C’è anche una “sindone” bizantina del XIV secolo, un lenzuolo destinato ad avvolgere un cadavere.
Il giusto spazio è dedicato anche a Papa Clemente XI, considerato un papa “albanese” perché, pur essendo nato a Urbino come Giovanni Francesco Albani, la sua famiglia, come dice anche il cognome, era di origine albanese. Il suo pontificato durò dal 1700 al 1721.
Passiamo poi all’ampia sezione dedicata al “Risorgimento” albanese, dove con dovizia di particolari si racconta la costruzione dello stato albanese moderno, le cui basi vennero gettate nella seconda metà dell’800 con le prime insurrezioni contro l’impero ottomano che allora regnava e la nascita di un sentimento patriottico.
Il Rinascimento nazionale albanese (Rilindja Kombëtare) iniziò nel 1870 e durò fino al 1912, quando gli albanesi dichiararono la loro indipendenza. La Lega di Prizren venne costituita nel giugno 1878, nella città vecchia di Prizren, in Kosovo. L’Albania dei sogni di allora, idealmente, comprendeva anche il Kosovo e parte della Macedonia, dove vivevano grandi comunità albanesi. Ancora oggi, gli albanesi di Kosovo e Macedonia nutrono sentimenti patriottici più forti degli albanesi d’Albania.
All’inizio le autorità ottomane appoggiarono la Lega, la cui posizione iniziale era basata sulla solidarietà religiosa dei proprietari terrieri musulmani e delle persone legate all’amministrazione ottomana. La Lega emanò un decreto noto come Kararname. Il suo testo conteneva una proclamazione secondo cui i popoli del nord dell’Albania, dell’Epiro e della Bosnia “sono disposti a difendere” l’integrità territoriale “dell’Impero ottomano con tutti i mezzi possibili contro le truppe dei regni bulgaro, serbo e montenegrino”, che fu firmato da 47 deputati musulmani della Lega il 18 giugno 1878.
Gli ottomani ritrassero il loro sostegno quando la Lega, sotto l’influenza di Abdyl Bey Frashëri, si concentrò sul lavorare verso l’autonomia albanese e chiese la fusione dei quattro vilayet ottomani di Kosovo, Scutari, Monastir e Ioannina in un nuovo vilayet dell’Impero ottomano, il Vilayet albanese. Dopo numerose battaglie di successo contro le truppe montenegrine, sotto la pressione delle grandi potenze, la Lega di Prizren fu costretta a ritirarsi dalle regioni contese di Plav e Gusinje e in seguito la lega fu sconfitta dall’esercito ottomano inviato dal Sultano. La rivolta albanese del 1912, la sconfitta ottomana nelle guerre balcaniche e l’avanzata delle forze montenegrine, serbe e greche in territori dichiarati albanesi, portarono alla proclamazione dell’indipendenza dell’Albania da parte di Ismail Qemali a sud di Valona, il 28 novembre 1912. Valona fu la prima capitale.
Si passa poi rapidamente per la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, dove grande spazio viene dato alle gesta dei partigiani albanesi, tra cui il futuro dittatore Enver Hoxha. VFLP, cioè “Vdekje Fashizmit, Liri Popullit!” (morte al fascismo, libertà al popolo) era lo slogan dei partigiani di qui, come di tutti i partigiani dei Balcani occidentali (ovviamente ognuno nella sua lingua).
Ma poi c’è la parte nuova del museo, quella nata dopo la caduta del regime, dove ovviamente vengono illustrate le nefandezze di cui Hoxha e i suoi si resero responsabili una volta arrivati al potere. C’è uno stacco piuttosto netto, anche dal punto di vista strutturale, tra questa parte e la parte vecchia costruita nel 1981 con Hoxha ancora vivo e al potere. Molte immagini colpiscono, forse più di tutte quella che racconta di una novizia torturata e poi uccisa in modo veramente brutale: la tortura consisteva nel chiudere la persona in un sacco con 5 o 6 gatti e poi dare bastonate al sacco in modo che i gatti inferociti e spaventati, al buio, graffiassero tutto quello che trovavano; fu in questo modo che i gatti le cavarono gli occhi, una cosa davvero raccapricciante.
C’è da ricordare che, dopo un periodo iniziale se non altro di tolleranza nei confronti delle religioni, il regime comunista assunse una linea molto più dura, sino a proclamare nel 1967 l’Albania primo stato ateo della storia. E da allora le persecuzioni, soprattutto nei confronti di sacerdoti e suore, furono frequenti e durissime.
Altra figura centrale dell’Albania moderna è ovviamente quella di Madre Teresa, che scopriremo poi essere onnipresente anche nei gadget turistici. Ebbene sì, per chi non lo sapesse Madre Teresa di Calcutta, al secolo Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, era albanese, nata il 26 agosto 1910 a Skopje nell’Impero ottomano (odierna capitale della Macedonia del Nord) da genitori albanesi originari del Kosovo.

Uscendo, ci spostiamo sull’altro lato della piazza, quello della statua di Skanderbeg e della moschea, che curiosamente sono piuttosto vicini: la più importante moschea della città, quella di Ethem Bey, e davanti la statua dell’eroe simbolo della lotta dei cristiani contro gli invasori musulmani, per questo addirittura gratificato dal papa di Roma del titolo di “difensore impavido della civiltà occidentale”.
Nida ci racconta che in effetti, soprattutto in occasione del Ramadan o di cerimonie molto partecipate, non sono mancate le polemiche per i devoti musulmani che pregano col sedere all’aria fuori dalla moschea proprio davanti allo sguardo di Skanderbeg. Tant’è che poi si è deciso, forse non del tutto casualmente, di chiudere la moschea per restauri nel marzo 2018. I lavori, in teoria, dovrebbero concludersi nel 2020. Dopo 27 anni, quindi, l’edificio simbolo dell’Islam albanese ha richiuso i battenti come durante il regime comunista quando, diversamente da altre moschee trasformate in magazzini, era rimasto un monumento culturale conservato dallo Stato.
Il restauro della moschea è un progetto della TIKA (Agenzia di Cooperazione e Coordinamento Turca), un’istituzione del governo turco che promuove progetti di assistenza a paesi in via di sviluppo e in particolare alle comunità turche e islamiche in genere.
La costruzione della moschea venne iniziata nel 1789 da Molla Bey e completata nel 1823 da suo figlio, Haxhi Ethem Bey, discendente di Sulejman Pasha. Bey è una diversa traslitterazione di Beg, che come già detto in turco è un titolo nobiliare. Gli affreschi all’interno e all’esterno dell’edificio contengono delle particolarità: vi sono disegnati alberi, cascate e ponti, motivi che si vedono raramente nell’architettura islamica, proprio perché sono stati dipinti da maestranze non musulmane, per essere precisi da veneziani. Nel ’92, quando sono arrivati gli specialisti di arte religiosa incaricati di gestire la riapertura delle moschee, hanno visto questa stranezza: nelle decorazioni non c’era nessun simbolo tipico dell’arte religiosa islamica, come i nomi di Allah e dei profeti scritti in motivi calligrafici arabi, ma c’erano questi elementi più “occidentali”. Un segno, dice Nida, che la conversione dei nobili e dei potenti locali all’Islam era un fatto più che altro di convenienza, non c’era in loro una grande convinzione e un grande trasporto verso questa religione.
Nel 1991 10.000 persone, coraggiosamente vista l’opposizione delle autorità, decisero di entrare nella moschea per pregare, e la polizia non intervenne. L’evento fu una pietra miliare nella rinascita delle libertà religiose in Albania.
Tirana è proprio sul confine tra l’Albania cattolica, al nord, e quella musulmana e ortodossa, al sud. Secondo stime che risalgono a quasi ottant’anni fa, quindi a un censimento organizzato dagli italiani, i musulmani sarebbero il 70 per cento della popolazione, gli ortodossi il 17 e i cattolici il 10. Ma dopo mezzo secolo di comunismo e ventidue di proibizione assoluta di ogni manifestazione religiosa gli albanesi si ritrovarono disorientati, e molti non hanno ancora superato questo disorientamento.
Sulla piazza si affaccia anche il municipio, la cui terrazza, ci racconta Nida, è stata recentemente aperta e messa a disposizione per matrimoni, compleanni e altri eventi. L’attuale sindaco di Tirana è molto giovane e vuole dimostrarsi aperto ad iniziative sociali e comunitarie.
Poi c’è l’edificio della Banca di Albania, in stile fascista, che verrà presto abbandonato dalla banca, che trasferirà i suoi uffici in un altro edificio più grande e moderno.
Quello che non è cambiato, qui, neanche dopo la fine del regime, è la statua di Skanderbeg, realizzata negli anni ’80 dal famoso scultore Paskali.
Tirana in epoca ottomana divenne piuttosto tardi un centro importante, solo nel 1600. Prima era un piccolo villaggio senza importanza strategica. Fu con la costruzione della moschea e della torre dell’orologio, dovuta alla donazione di una delle più importanti famiglie, quella di Molla Bey, che iniziò ad assumere un certo status.
La torre dell’orologio in origine era un campanile, alto 35 m e con una scala di 90 gradini. L’orologio è arrivato solo successivamente, ed è stato cambiato diverse volte. È stato prima tedesco, poi russo, poi cinese, a seconda delle “amicizie” che il regime albanese aveva in quel periodo. Hoxha all’inizio degli anni ’60, quando nell’URSS Nikita Krusciov iniziava a rivisitare criticamente la figura di Stalin e a toglierlo dal suo piedistallo, rimase fieramente stalinista e fece uno “strappo” da Mosca, che lo portò ad avvicinarsi invece a Pechino. L’orologio attuale è stato installato circa un anno fa e, dice Nida con una certa ironia, non sappiamo quanto durerà.

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Il Teatro Nazionale

Girando ancora un po’, ci imbattiamo nella “Nuvola”, opera di un artista contemporaneo giapponese, e scopriamo che a Tirana è in corso un ciclo di serate di cineclub dedicate alle “divine” del cinema italiano.
Poi torniamo per una doccia e un po’ di relax al nostro albergo, l’Hotel Austria, che è in pieno centro, a pochi passi da qui.

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La “Nuvola”

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Per cena ce ne andiamo in un altro quartiere particolarmente interessante: il Bllok. Il Bllok è un quartiere di villette risalenti agli anni Venti, Trenta e Quaranta, che ospitarono prima la goffa corte di Re Zog, l’autoproclamato monarca albanese del periodo tra le due guerre, poi i gerarchi fascisti e poi, per quarant’anni, quelli comunisti. Questo è quello che scrive il giornalista Antonio Caiazza nel suo libro “In alto mare”, un reportage di viaggio in Albania (di diversi viaggi, in realtà) che racconta questo paese nella lunga transizione dal comunismo al futuro:
“Il Bllok è un quadrilatero al di là del torrente Lana, in pieno centro. Una volta lungo il perimetro di questo quartiere c’erano le garitte dell’esercito. All’interno, le villette dei dirigenti. Compresa quella di Enver Hoxha.
«Quando ha fatto chiudere il Bllok, noi ex partigiani ci siamo detti: “Ma che cosa sta facendo? Non abbiamo combattuto per questo”. Fu una cosa che non ci piacque per niente» ricorda Alì quando gli racconto che cosa c’è oggi nel quadrilatero.
La “città proibita” è piena di pub, ristoranti, night, pizzerie, paninoteche, locali dai quali immancabilmente esce musica, con i tavoli fin sul marciapiede, le luci soffuse e tanti giovani che chiacchierano, ridono, amoreggiano.”

E ora il Bllok è effettivamente questo, è difficile vedere le tracce di quello che è stato. Anche nella villa di Enver Hoxha ora c’è un bar. Tra non molto sarà finito anche il Cubo, un dinamico centro polifunzionale di 6.000 mq progettato da Stefano Boeri: i lavori sono partiti alla fine del 2018. Il Cubo avrà una “pelle” fatta di pannelli in alluminio che cambiano colore a seconda dell’intensità della luce e dell’orientamento rispetto al sole.
Eppure, se si riesce a guardare oltre, a immaginare, a silenziare tutto quello che c’è intorno, il Bllok può ancora raccontare le sue storie. Una di queste è quella di Vera Bekteshi e della sua famiglia. Vera Bekteshi è l’autrice de “La villa con due porte”, un romanzo autobiografico che sicuramente consiglio e che va oltre la storia di una famiglia; è la storia di una generazione che è cresciuta in quel quartiere sapendo di avere dei privilegi ma sapendo anche che in pochi convulsi giorni si poteva perdere tutto, come successe a lei quando suo padre, un militare di alto rango, cadde improvvisamente in disgrazia e fu accusato senza motivo di golpismo. Era il metodo seguito da Hoxha, quello di tarpare le ali con periodiche purghe a quelli che avrebbero potuto mettere in pericolo il suo potere, e terrorizzare tutti gli altri. Senza spoilerare troppo vi riporto poche righe, in cui Vera racconta un episodio che precede la purga che colpì suo padre e che fa capire il clima in cui si viveva all’università, dove lei studiava fisica, nel 1967, in piena epoca “cinese”:
“In questo quadro di rivoluzionarismo, nella vita del paese iniziarono ad apparire forme e metodi mutuati direttamente dalla Cina socialista. Le “cineserie” consistettero inizialmente nell’abitudine della ginnastica al mattino e poi nell’affissione di manifesti denigratori. La prima, col suo effetto salutare, non portò nulla di male, mentre i manifesti ci scoraggiarono e danneggiarono anche un mucchio di persone, me compresa. Un’organizzazione di giovani molto combattiva della facoltà di ingegneria, all’improvviso e inspiegabilmente per me, ma non per la guida della Gioventù della facoltà e per altri più in alto, affisse un foglio nel grande atrio del secondo piano proprio nel nostro luogo di ricreazione. Fu criticato il mio aspetto esteriore, che era in totale contrasto con l’estetica del rivoluzionarismo imposta alla gioventù albanese, impegnata in vigorose azioni costruttive e civilizzatrici ovunque in patria. I miei amici del corso replicarono subito, respingendo l’accusa e dichiarando tendenzioso il suo contenuto. Non era mai successo che una risposta non avesse al suo interno elementi di autocritica, tanto più che veniva data dall’organizzazione, non dalla persona attaccata. Questa cosa mi lusingò così tanto che decisi io per prima di non rispondere. Entrambe le posizioni, la mia e quella dei miei amici, dimostravano che, da “veri secchioni”, eravamo troppo distanti dalla realtà del tempo. Non potevamo neppure immaginare quanto si sarebbe prolungata questa campagna di denigrazione, né quanto sarebbe stata feroce.
Notando la nostra fermezza e la mancanza di autocritica, le guide della Gioventù iniziarono a spronare le organizzazioni dei diversi corsi delle rispettive facoltà, perché continuassero la critica contro il mio aspetto troppo “occidentale”. Gli stand dell’atrio si riempirono ancor di più, addirittura fino alle scale. Cominciarono a prendervi parte anche le organizzazioni delle classi operaie della capitale. Le critiche arrivarono, frenetiche. Ricordo alcune dichiarazioni: “Vera non porta semplicemente i capelli legati a coda all’indietro, lei si ispira al modello dei cardinali cattolici di Roma, perché la coda di cavallo forma una croce col fiocco nero”, scriveva un tale molto perspicace. Un altro, ex allievo della scuola media Luarasi, concludeva invece così la sua critica: “Il grande Lenin ha detto: La semplicità nel vestire è un aspetto del modo di vivere proletario!”. In entrambi i casi si faceva riferimento all’idea di semplicità: una criticava il simbolismo attraverso la semplicità sofisticata, l’altra criticava la mancanza di semplicità. Tutti erano liberi di scrivere ciò che volevano sul mio conto, mentre io ero libera di difendermi, anche non rispondendo loro. Continuai ad andare in facoltà con gli stessi vestiti, con lo stesso colore e tipo di acconciatura. Non cambiai nulla, solo mi si spense il sorriso.”

Tutte le case del Bllok hanno storie, come ha scritto Christian Elia: “Quelle che ci sono ancora e quelle che non ci sono più, quelle costruite con il denaro di chi è salito su un barcone negli anni Novanta e ha lavorato sodo all’estero, quelle costruite con il denaro di chi ha solo cambiato casacca, ed è rimasto potente, quelle di chi ha pagato un prezzo e quelle di chi non l’ha fatto, che continuano a discutere sul passato, sul presente, sul futuro. Li troverete tutti lì, a vivere velocemente, tra uno strato e l’altro degli edifici, tra un pezzo e l’altro della matrioska. Perché il Bllok è un simbolo di come niente, a Tirana, è fatto per essere fermo.”
Il locale dove ceniamo, non a caso, si chiama Vila Ferdinand. Il menù prevede:

  • zuppa di zucca
  • byrek di formaggio e spinaci (il bürek o byrek, come si scrive in albanese, è la classicissima pasta sfoglia ripiena, di origine ottomana, che si trova in tutti i Balcani)
  • peperoni e ricotta al forno
  • bocconcini di carne con melanzane
  • anguria e melone bianco.

Per finire un caffè. Qui in Albania, si sa, lo fanno buono il caffè, anche il nostro espresso, dato che l’influenza italiana è fortissima, in tutto o quasi. Anzi, l’espresso è decisamente più facile da trovare del caffè turco, almeno al bar. Però… però scopriamo che se chiedi un “caffè macchiato freddo” (dico il peccato ma non il peccatore) è un po’ troppo anche per loro. Tendono ad associare l’aggettivo “freddo”, come forse sarebbe più logico fare, non solo all’altro attributo “macchiato” ma anche al sostantivo “caffè”. E quindi ti arriva un bicchierone di caffè con un po’ di latte e due bei cubetti di ghiaccio…
Intanto, il clima nel gruppo è già più che buono. Nida è di compagnia e spiritosa. Si è instaurato subito un rapporto un po’ speciale tra lei e Giampiero, napoletano doc da molti anni trapiantato a Milano, ma che ci tiene a mantenere le distanze da quelli che considera “milanesi imbruttiti”. Lei lo ha soprannominato “Napule è”, rifacendosi al capolavoro di Pino Daniele, che di tanto in tanto accenna in suo onore. Lui si diverte a punzecchiarla, lei risponde a tono, poi lo guarda di sottecchi e lo ammonisce con aria minacciosa: “Guarda che tu sarai napoletano, ma io sono albanese!”. Insomma, sono uno spasso.
Imperdibili anche i battibecchi tra Giampiero e la sua (e mia) amica Elena: lei lo chiama Giampi (piuttosto insolito per un napoletano), lui l’ha ribattezzata Kolombs dal suo cognome Colombo, sostenendo che la K le sta bene perché non solo è comunista, ma è soprattutto “veterofemminista”. Io cerco di inserirmi parteggiando ora per l’uno ora per l’altra, ma soprattutto mi diverto un mondo ad ascoltarli.
Dopo cena, facciamo una breve passeggiata nel quartiere, ma serve solo per avere la conferma che trovare le vecchie ville è difficilissimo, nascoste come sono da palazzi altissimi che le circondano e le divorano. Il cemento ha occupato tutto. È qui, nel Bllok, che sono spuntate le “torri gemelle” e la Sky Tower, e una miriade di altri palazzoni massicci. Diverse ville sono state restituite agli eredi dei proprietari degli anni Quaranta, discendenti di signorotti, commercianti, benestanti dell’epoca. Ma i nipoti dei ricchi di allora le hanno vendute ai palazzinari di oggi per una manciata di lek (il lek è la moneta albanese; attualmente un euro vale circa 120 lek, ndr). E le ruspe hanno raso al suolo tutto: al posto delle ville sono lievitati i grattacieli.

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Sarebbe bello andare almeno a bere qualcosa in uno di questi locali per sentire un po’ l’aria che tira, ma è già piuttosto tardi e noi siamo troppo stanchi per farlo. È meglio andare a nanna e recuperare un po’ di sonno, domani mattina si parte verso il mare: Durazzo e poi giù verso sud.

 

(TO BE CONTINUED…)