Viaggio nella Sicilia sudorientale alla scoperta di un ricchissimo patrimonio naturalistico, archeologico, artistico e culturale, senza dimenticare quello gastronomico, perché qui più che mai il cibo è cultura…
Con ViaggieMiraggi

Martedì 11 agosto 2020 – Marzamemi e Capo Passero

Oggi il programma prevede sostanzialmente mare. Ma abbiamo deciso (con mia grande soddisfazione, devo ammettere) di non fare un mare… stanziale, che era una delle ipotesi sul tavolo, con un paio di ombrelloni prenotati e i relativi lettini in un lido di Sampieri (che insieme a Modica Marina è il mare di Modica). No, faremo un mare un po’ selvaggio, almeno in due posti diversi e cercando al momento un angolo dove buttare gli asciugamani su una spiaggia libera. In questo modo dovremmo riuscire anche a vedere un po’ di più, e poi ci attira l’idea di spingerci fino a Capo Passero, il punto più a sud dell’isola. Per farlo abbiamo scelto di tenere le auto un giorno in più in modo da poterci spostare più facilmente: con i mezzi pubblici un programma di questo tipo sarebbe un po’ più difficilmente praticabile.

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Ma la prima tappa è Marzamemi, grazioso paese di pescatori con un’antica tonnara la cui vita è sempre stata molto legata alla pesca del tonno. Sarà forse, oggi, un po’ turistico ma ci hanno raccontato che come si mangia il pesce qui è difficile trovarne: sia io che Elisabetta abbiamo ricevuto da amici che ci sono già stati consigli sul migliore ristorante dove andare, anche perché ce ne sono davvero parecchi.
Per arrivarci, da Modica, occorrono circa tre quarti d’ora – un’ora, a seconda del traffico. Si passa da Pachino, un posto che al solo nominarlo fa pensare una sola cosa: pomodoro. E infatti lungo la strada c’è una impressionante distesa di serre dedicate tutte a quest’unica coltivazione, che di sicuro è fondamentale per l’economia della zona ma che, a parte tutto quello che si potrebbe dire sulla raccolta e che qui non dirò perché non è il caso, crea un paesaggio veramente particolare: enormi tendoni bianchi che si succedono per chilometri senza soluzione di continuità, coprendo quasi tutto.

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Arrivati a Marzamemi è d’uopo un primo giro del paese, poi un caffè e un bel bagno. Partiamo quindi alla ricerca di un posto papabile, evitando le spiaggette vicine al porticciolo turistico, che intuitivamente non dovrebbero essere quelle con l’acqua più pulita. Troviamo un buon posto e ci facciamo una rilassante mattinata spiaggiati, tra una nuotatina e una rosolata al sole (io sempre con prudenza, perché avendo pochi giorni di tempo la mia carnagione chiara non mi consente esposizioni incontrollate; poi normalmente col tempo la mia parte terrona esce e mi abbronzo anche, ma solo col tempo…). In realtà abbiamo anche a disposizione non uno ma due ombrelloni forniti dal B&B, l’unico problema è piantarli in modo stabile, ma vento ce n’è davvero poco.

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Il borgo di Marzamemi è nato attorno all’approdo, poi divenuto porto da pesca, e si è sviluppato grazie a quest’ultima attività, molto praticata ancora oggi, dotandosi anche di una tonnara tra le più importanti della Sicilia. La tonnara di Marzamemi risale al tempo della dominazione spagnola in Sicilia, nel 1600 sotto il regno di Filippo IV. Nel 1655 venne venduta al barone Simone Calascibetta di Piazza Armerina.
Nel 1752 furono ultimate la costruzione del palazzo, della tonnara, della chiesa dedicata alla Beata Maria Vergine di Monte Carmelo e delle casette dei marinai, per opera dei baroni Calascibetta. Anche la nascita della vicina Pachino nel 1760 aveva impresso un nuovo impulso a Marzamemi, con la costruzione dei magazzini che si trovano lungo la via principale e che servivano per custodire sia le botti di vino, da spedire poi via mare in Liguria e in Francia, sia le oltre trecentomila tonnellate di sale prodotte dalle due saline di Morghella e Marzamemi. I debiti accumulati dalla famiglia Calascibetta sin dal 1795 comportarono vari contenziosi giuridici. Tale occasione permise, dunque, a Corrado Nicolaci, principe di Villadorata, di acquisire a poco a poco la maggioranza dell’impianto.
Nel 1912 fu costruito a Marzamemi uno stabilimento per la lavorazione del tonno salato e in seguito del tonno sott’olio. La pesca della tonnara infatti fu abbondante fino al primo dopoguerra. A Marzamemi si effettuavano due mattanze ogni giorno: una al mattino e una nel primo pomeriggio. Lo stabilimento, che chiuse nel 1926 per mancanza di materia prima, risorse nel 1937 per opera dei Baroni Bruno di Belmonte di Ispica. Dopo la morte di Ottavio Nicolaci, la tonnara chiuse definitivamente nel 1969.
L’origine del nome Marzamemi è controversa ma la certezza è che… non vi chiedo neanche di indovinare, è troppo facile: è un nome arabo. Secondo alcuni deriverebbe dalle parole arabe marsa (porto, baia) e memi (piccolo), mentre secondo il glottologo netino Corrado Avolio, nel suo Saggio di toponomastica siciliana, il toponimo deriverebbe dall’arabo marsà al-ḥamāma, cioè “baia delle tortore”, “per l’abbondante passo di questi uccelli, in primavera”. Antonino Terranova, infine, cita anche un’altra tesi, secondo la quale “Memi” sarebbe riferito a Eufemio, l’ex comandante della flotta bizantina il quale, ribellatosi all’imperatore, passò dalla parte degli Arabi e con loro incominciò la conquista dell’isola. Marzamemi significherebbe dunque “porto di Eufemio”.
Noi alla fine abbiamo scelto, per mangiare, un posto con la terrazza sul mare che si chiama il Boccone e che, dalle recensioni, pareva avesse il miglior rapporto qualità-prezzo: il mio spada all’eoliana (con pomodoro, olive e capperi) era buono, anche se magari non indimenticabile, ma chi ha preso il tonno è rimasto deluso perché ci era stato garantito che era tonno rosso, invece si trattava di pinna gialla.

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Dopo pranzo, qualche acquisto di “souvenir” sempre a base di tonno (bottarga e quant’altro) nei fornitissimi negozi del paese e poi, come da programma, via verso sud: destinazione Capo Passero.
Portopalo di Capo Passero è il comune più a sud dell’isola, ma non dell’Italia (pur trovandosi già Capo Passero al di sotto del parallelo di Tunisi, il comune di Lampedusa e Linosa è più meridionale). Del suo territorio fanno parte l’isola di Capo Passero, a poche decine di metri dalla terraferma, e l’isola delle Correnti pochi chilometri più a sud. La prima era un tempo una penisola, mentre la seconda tutt’ora lo diventa durante la bassa marea.
È un centro prevalentemente agricolo e marinaro e proprio su queste attività fonda le sue fortune. Il paesino è bagnato dai due mari: lo Ionio e il Mediterraneo. Sullo Ionio sorgeva un tempo il piccolo porto dove sono ancora presenti, anche se ormai quasi cadenti, le casette dei pescatori. Verso est si staglia l’isola di Capo Passero dove si erge la fortezza spagnola sovrastata da una imponente statua bronzea della Madonna.

Il territorio che oggi comprende Portopalo era abitato sin dall’antichità, in particolare dai berberi durante l’Emirato di Sicilia. Il fondatore di Portopalo è però don Gaetano Deodato Moncada, che nel 1792 fece edificare a sue spese un centinaio di case intorno alla tonnara. Il primo nucleo urbano era composto da circa 300 persone, tra contadini, pastori e pescatori. Fino al 1812, quando fu abolita la feudalità, Portopalo fu villaggio suburbio di Noto. Passò poi sotto il decurionato di Pachino, finché nel 1975 non divenne comune autonomo.
Alle due e mezzo della notte del 10 luglio del 1943 i primi soldati inglesi e canadesi sbarcavano sulle spiagge di Portopalo di Capo Passero e di Marzamemi, nel corso dell’Operazione Husky. Il medico di Portopalo, Salvatore Gozzo, aveva convinto i millecinquecento abitanti del borgo a scendere nel rifugio che si trovava proprio davanti alla chiesa madre. Secondo alcuni testimoni oculari, dalla batteria di semplici cannoni che si trovavano nel paese di Portopalo furono sparati solo alcuni colpi, peraltro andati a vuoto e assolutamente inadeguati al confronto con le potenti artiglierie navali degli alleati.
In tempi più recenti, il 25 e il 26 dicembre 1996, un tragico evento funestò il paese. Il naufragio, non lontano da Portopalo, di una nave che trasportava migranti fece 283 vittime, finendo per rappresentare, all’epoca, la più grande tragedia navale del Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

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Noi cerchiamo innanzitutto una spiaggetta idonea, dove nuotare provando la sensazione di trovarsi nel punto di incontro dei due mari, oltre che nel punto più a sud d’Italia (Lampedusa esclusa) e ne troviamo una che fa esattamente al caso nostro, proprio davanti all’isola di Capo Passero. L’isola delle Correnti è ancora un po’ più a sud, ma già qui la corrente è forte, basta buttarsi in acqua per accorgersene. Se non stai attento vai facilmente… alla deriva. È un posto più che degno per quello che sarà il nostro ultimo bagno siciliano di questo viaggio, dato che domani andremo a Ragusa, quindi niente mare.
Ma tutto il paese, con le sue case bianche cotte dal sole e i suoi profumi di salsedine, dà proprio quella sensazione di remoto che stavamo cercando. Staremmo anche più a lungo, ma tocca ripartire perché il viaggio di ritorno non è brevissimo e abbiamo già visto che uno o due passaggi a livello possono essere particolarmente… infidi.
Ci aspetta un’altra cena coi fiocchi: ci era stato proposto un referendum popolare tra pasta alla Norma e cous cous, che era stato vinto dal cous cous in omaggio alla nostra ormai acquisita sicilitudine (la paternità di questa parola è di Leonardo Sciascia, uno che se ne intendeva) e quindi… arabitudine (questa non credo che esista ma la invento io adesso). In realtà però alla fine abbiamo tutte e due, per cui chi ha preferito la pasta alla Norma, che non è certo meno siciliana, ce l’ha. Il cous cous, comunque, ha anche un impiattamento raffinato, come direbbero i fan di Masterchef.

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Dopo cena (anche stasera abbiamo cenato tardi) restiamo qui e ci rilassiamo nel nostro salotto. Per farci un bicchierino, abbiamo a disposizione non solo un liquore al cioccolato della Cooperativa Quetzal, che abbiamo comprato ieri e che si era deciso di aprire stasera, ma anche altri generi di conforto offerti da Rosellina e Graziana: Limoncello, moscato e zibibbo. Anche qui ci possiamo sbizzarrire.
E a proposito di sicilitudine, stasera è previsto anche un momento di… spettacolo che il nostro Giulio, con la complicità di Alessandro, ha organizzato. Abbiamo scoperto che Alessandro, oltre a gestire L’Erboristeria dei Frati di Genova, si diletta di teatro amatoriale e quindi Giulio gli ha chiesto di… esibirsi leggendo alcuni testi presi da un interessante libro che si intitola Cento Sicilie, di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago. Un libro che traccia un ritratto di quest’isola magica, di cui tanti hanno parlato e di cui tanto resta ancora da dire, attraverso una serie di testimonianze non solo letterarie, antiche e moderne, umili e colte, congegnate come un racconto.
Questa sera Alessandro, con grande maestria e con la collaborazione di Rosellina e Graziana, ci ha letto testi di Bufalino, di Sciascia e del nostro poeta arabo-siciliano di riferimento Ibn Hamdis. Abbiamo scoperto proprio in quest’occasione che anche Graziana fa teatro nel tempo libero, e in effetti si capisce che c’è del talento.

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Quello che vi propongo io è “L’isola plurale”, di Gesualdo Bufalino. Un testo che in poche sapienti righe fa davvero capire cosa sia questa sicilitudine e quante identità ci siano dentro l’identità siciliana.

È proprio vero, ci sono tante Sicilie dentro ogni siciliano, che gli fanno sentire un eterno dissidio tra sentimenti contrastanti, tra rifugiarsi nell’insularità e rifuggirla, tra il lutto e la luce che non si possono separare l’uno dall’altra, come anche il mito e il sofisma. La Sicilia è un mondo complesso, ma è proprio questa complessità che ci piace ogni giorno di più.

E con questo… appuntamento alla prossima puntata.

(TO BE CONTINUED…)

Grazie a ViaggieMiraggi, in particolare a Giulio

Grazie al B&B I Tetti di Siciliando di Modica: a Rosellina, Graziana e Carmela

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